L’intervento di Lorenzo Cesa

Prima del mio intervento, vi chiedo di alzarvi in piedi e ricordare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica-Acciaroli. Un sindaco coraggioso e impegnato per la legalità, che nella notte di domenica è stato assassinato brutalmente a colpi di pistola a pochi metri dalla sua abitazione.

Vi chiedo di osservare assieme a me un minuto di silenzio.

Care amiche, cari amici,

grazie per essere intervenuti così numerosi.

Dopo tanti veleni sono sicuro che un po’ tutti abbiamo bisogno di disintossicarci e rigenerarci.

E Chianciano ha un valore, oltreché simbolico, anche concreto e molto importante in questo senso.

Un grazie, doveroso ma sentito, va al sindaco Ferranti che ci ospita e naturalmente ad Antonio De Poli e a tutto lo staff organizzativo.

A tutti dobbiamo riconoscenza per il lavoro che hanno fatto e che stanno facendo. L’anno scorso – chi c’era se lo ricorderà – il programma della festa era orientato a farci discutere tra di noi e su di noi.

Avevamo scelto di ridurre al minimo gli interventi degli ospiti cosiddetti esterni perché volevamo ragionare prima di tutto sulla nostra identità, sul percorso da intraprendere e sulla direzione da tenere.

Non era un vezzo. Seguivamo una precisa regola della politica, quella che prevede che prima di iniziare un qualsiasi tragitto si debba rispondere con chiarezza alla domanda “Chi siamo”.

Una regola che vale quando si intende dar vita ad un nuovo partito, ma che vale anche quando si affrontano questioni più generali, come quella relativa all’identità di un popolo.

Se l’Europa avesse saputo riconoscere il comune denominatore cristiano tra i suoi popoli ad esempio, forse oggi avrebbe una Costituzione unitaria e si sarebbe posta in termini più efficaci di fronte alla crisi globale. O sarebbe in grado di fornire risposte comuni al gigantesco tema dell’immigrazione dalle aree più povere del pianeta verso quelle più prospere.

E lo stesso potrei dire per l’Italia. Se la crisi di valori che attraversiamo non fosse stata così evidente nessun dittatore si sarebbe permesso di venire a darci lezioni di religione. A Roma poi…

Nei giorni scorsi abbiamo evitato di infierire mentre tutti i riflettori esteri erano puntati su di noi.

Ma oggi lo possiamo dire: certe mortificazioni danno l’immagine di un’italietta di serie C e non sono né accettabili né dignitose.

Ma torniamo a noi.  Parlavo del lavoro fatto negli ultimi anni.

Devo dire, a costo di apparire per una volta un po’ presuntuoso, che nel magma sempre più indistinto della politica italiana – cari Pier, Rocco, Savino, Ferdinando, Ciriaco, cari parlamentari e dirigenti nazionali, regionali e locali – noi rispetto agli altri partiti che ormai nascono e si sfasciano da un giorno all’altro, abbiamo avuto sempre le idee chiare sul “che fare”, sul “come farlo” e su “dove andare”.

E siamo sempre stati uniti e compatti, come una grande famiglia. E’ stato vero in passato, quando non abbiamo mai tradito il patto con i nostri elettori collocandoci laddove avevamo dichiarato che ci saremmo collocati prima di ogni elezione.

Ed è, se possibile, ancor più vero in questa legislatura, per la quale ci siamo dati un progetto e degli obiettivi che abbiamo perseguito giorno dopo giorno sempre con la massima coerenza, senza mai arretrare di un solo millimetro.

Ecco perché, così come un anno fa volevamo confrontarci e ragionare al nostro interno per costruire nei dettagli il progetto ed il percorso per la realizzazione del nuovo soggetto politico, quest’anno abbiamo organizzato una manifestazione a Chianciano che guarda oltre noi, guarda al Paese, ad un’Italia che dalla politica giustamente oggi pretende risposte concrete a problemi concreti.

Ed è per confrontarci con questa Italia e per cercare di dare le nostre risposte che ospiteremo, da oggi a domenica, molti interventi esterni qualificati.

Un percorso lungo, quello iniziato nel 2008 , anzi prima, e che ora è prossimo a vedere la luce, con la nascita del Partito della Nazione. Un percorso che a qualcuno sarà apparso fuori moda per i tempi, i tanti dibattiti a livello nazionale, regionale e provinciale che abbiamo tenuto tra di noi, ma che era l’unico possibile per costruire qualcosa di solido in questa stagione così tormentata e senza precedenti della vita politica italiana.

E se ci si prende la briga di andare a rileggere le nostre dichiarazioni alla nascita prima del Pd e poi del Pdl, si scoprirà che noi non eravamo dei “bastian contrari”, dei critici tanto per criticare.

C’erano del metodo e delle ragioni nelle nostre argomentazioni, quando dicevamo che Pd e Pdl erano giganti dai piedi d’argilla, che i partiti non possono nascere né in un freddo laboratorio né dalla sera alla mattina, e che le contraddizioni al loro interno non avrebbero tardato ad esplodere.

Così come ci appariva evidente che la nascita di quei due grandi partiti era solo l’estremo, inutile tentativo di tenere in piedi il sistema politico della Seconda Repubblica ormai irreversibilmente in crisi, col suo schema bipolare anomalo.

Uno schema che da un lato coltivava la velleità di mirare al bipartitismo, ma dall’altro ci sembrava destinato a doversi confrontare con una realtà assai più dura, quella di due “rassemblement” indistinti in ostaggio dei rispettivi alleati più populisti. Quel metodo e quelle ragioni, quelle analisi, ci hanno condotto fin qui.

E quante volte ci siamo sentiti dire che noi eravamo lenti, che avremmo dovuto sbrigarci a scegliere da che parte stare perché presto le porte delle due grandi arche si sarebbero chiuse e chi fosse stato dentro sarebbe stato salvo mentre chi fosse rimasto fuori sarebbe scomparso?

Ebbene, noi non eravamo e non siamo né lenti né veloci. Perché non sono queste le categorie con cui si misura – ieri, come oggi, come domani – la costruzione di un processo politico nuovo.

Noi stavamo seguendo l’unica via possibile: discutere tra di noi, chiarirci, se del caso litigare, dividerci perfino.

Perdendo magari per strada qualcuno che non era convinto, com’è accaduto, al netto poi di certe campagne acquisti che invece di indebolirci ci hanno rafforzato. Ma con l’obiettivo di darci un’identità precisa.

Perché senza quella si possono progettare e magari, per il breve tempo di una campagna elettorale, anche costruire finti partiti del 30-40%.

Che però nell’arco di poco tempo sono inevitabilmente destinati a crollare se non hanno un’anima, se non hanno un progetto che cammina e si consolida sulle idee e sulle gambe di molti.

Ebbene noi ci siamo dedicati esattamente a questo.

Ci siamo dati un’identità, abbiamo ragionato e discusso su idee e valori di riferimento, avviato un cammino verso la formazione del nuovo partito ed ora siamo qua.  Quel partito sta per nascere.

E agli altri nel frattempo che cos’è successo?  E’ successo che oggi quelli che hanno corso, senza sapere dove andavano perché l’importante era dare l’impressione di muoversi, semplicemente non ci sono più. Si sono già sciolti come neve al sole.

E quello che è ancora più significativo si aggrappano – anzi, sarebbe meglio dire, cercano di aggrapparsi – a chi? A noi, all’Udc, all’unica forza che ha avuto il coraggio di andare controcorrente.

Ecco, dunque, perché tutto questo tempo non è stato buttato via, anzi. Ecco perché oggi tutti ci corteggiano, ci chiedono di allearci con loro. Non è tanto e non è solo questione di posizionamento politico, di centralità che ci rende appetibili. E’ qualcosa di più profondo.

Noi in questi due anni abbiamo seminato, e come formiche laboriose tirato su, mattone dopo mattone, una casa.

Partendo dalle fondamenta e comprendendo per primi le istanze di rinnovamento che si levavano dalla società. Una società attraversata da una crisi profonda, etica e morale prima ancora che economica e sociale.

Una crisi che ormai dura da molti anni, frutto di un periodo in cui il Paese ha creduto di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità.

“Un popolo che apprezza i suoi privilegi più dei suoi principi presto perde entrambi” diceva il presidente degli Stati Uniti Eisenhower.

E’ quello che è capitato e sta capitando a noi.

Per questo dobbiamo superare un sistema politico definitivamente inceppato. E per questo il compito che dobbiamo assumerci ora, non può essere certo quello di correre in soccorso dell’uno o dell’altro.

Abbiamo già dato molto e, se la legislatura non cambierà spartito, continueremo a fare la nostra parte con senso di responsabilità nei confronti del Paese: siamo protagonisti in Parlamento di un’opposizione repubblicana, attenta esclusivamente agli interessi dell’Italia, che non dice solo ‘no’, ma entra nel merito dei provvedimenti e se li ritiene utili contribuisce a migliorarli ed approvarli.

Abbiamo individuato ad esempio la soluzione del legittimo impedimento, per svelenire il clima di contrasto perenne tra politica e magistratura e per cercare di rendere più serena possibile l’azione di guida del Paese.

Siamo pronti a valutare soluzioni in questo senso che tolgano a Berlusconi l’alibi di non poter governare, ma ci opporremo sempre ad amnistie mascherate e alle storture di processi brevi o lunghi che pregiudichino i diritti dei cittadini.

Ma di più, più di questo, proprio non ci si può chiedere. Questo sistema è sbagliato e noi abbiamo il dovere di fare il possibile per archiviarlo. Proprio perché siamo solidi e non abbiamo vocazioni suicide, non ci lasceremo trascinare nelle sabbie mobili che stanno di qua e di là.

No, al contrario: siamo noi che ora invitiamo tutti a seguire il nostro percorso, a cominciare a ragionare in modo diverso.

Ad uscire da questo vicolo cieco del bipolarismo ostaggio delle forze più estreme. A rimettere insieme i cocci e a costruire qualcosa di nuovo e di concreto finalmente per l’Italia.

Un Paese che mai come oggi, si è trovato a guardare al presente ed al futuro con inquietudine ed incertezza. E che, giustamente, è sempre più pronto a lanciare un messaggio perentorio e senza appello alla sua  classe dirigente: “O vi comportate da classe dirigente, o vi voltiamo le spalle”.

Quello a cui abbiamo assistito tutti nelle ultime settimane, non è stato un comportamento da classe dirigente, al netto dei tanti, troppi scandali ed episodi di corruzione su cui la magistratura sta indagando.

Dopo che Rutelli, diversi mesi fa ormai, aveva preso atto, con onestà e coraggio, che la fusione a freddo del Pd era fallita, anche il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini, si è arreso di fronte all’evidenza.

Ha capito che la somma di Forza Italia più Alleanza Nazionale non faceva e non fa un partito nuovo, ma molto più semplicemente una Forza Italia allargata.  Il partito del leader carismatico, il partito di una persona sola.

Esattamente come avevamo pronosticato due anni fa rifiutando di salire sul Predellino.

Intanto l’estate è trascorsa nel modo che tutti abbiamo visto: dossier, pestaggi mediatici, accuse e minacce da tutte le parti. Una vergogna.

Quel tutti contro tutti che denunciamo da tempo che non ha riguardato solo la politica, ma pure il giornalismo, la magistratura, i lavoratori dipendenti ed i professionisti, il nord ed il sud, gli italiani e gli immigrati.

E su questo, consentitemi una breve parentesi: anche i giornalisti dovrebbero cominciare ad avvertire la responsabilità di far parte della classe dirigente.

Viviamo in un Paese che ha dato i natali a grandi giornalisti, coi quali peraltro non sempre siamo andati d’accordo, ma che non hanno mai dimenticato l’importanza della loro funzione e che per questo sapevano pesare le parole.

Penso a Indro Montanelli, a Enzo Biagi, a grandi giornalisti televisivi che sono ancora tra noi come Albino Longhi o come Sergio Zavoli. Nomi che hanno dato un contributo essenziale a rendere importante, credibile e rispettata la loro professione.

Chi oggi la esercita e ha preso il loro posto dovrebbe cominciare a riflettere sui motivi per cui ora è tanto screditata, e farsi prima o poi un esame di coscienza. Ma soprattutto dovrebbe cominciare ad alzare la testa.

Proprio a proposito di giornali, e tornando alle cose che ci riguardano più da vicino, quest’estate abbiamo letto per settimane di un nostro possibile ingresso al Governo.  A lungo Berlusconi e Bossi hanno litigato e discusso sul nostro passaggio nella maggioranza. Se avessero letto le nostre opinioni in merito avrebbero risparmiato tempo.

Siamo stati insultati ripetutamente e pesantemente dalla Lega – ricordate l’epiteto estivo che Bossi ha riservato a Casini? –  e ci siamo sentiti un po’ come quelli a cui capita di leggere il proprio necrologio. Perché era chiaro che se fossimo entrati in maggioranza per sostituire l’uscita dei finiani avremmo firmato la nostra condanna.

Bene, che possiamo dire? Ancora una volta grazie per aver pensato a noi, ma non eravamo e non siamo interessati a fare le riserve di nessuno.  Non eravamo e non siamo interessati a nessuna poltrona.  Se fosse stato così saremmo entrati nel Pdl due anni fa.

Invece siamo l’unica forza politica italiana che era all’opposizione col Governo Prodi ed è all’opposizione col Governo Berlusconi. Alle poltrone abbiamo rinunciato per tenere vive le nostre idee.

Non rinunciamo ad averne in futuro, perché vogliamo incidere e offrire le nostre soluzioni alla società italiana, ma se e quando avremo qualche poltrona la avremo grazie alle nostre idee, non svendendo i nostri valori e la nostra dignità!

A proposito… siccome in questi ultimi quattro mesi spesso ci è capitato di leggere che al Ministero dello Sviluppo Economico dovrebbe andare qualcuno dell’Udc, un giorno Galletti, un altro giorno perfino Casini, qualche giorno fa un giornale faceva pure il mio nome… vorrei dire alla maggioranza una volta per tutte: non siamo interessati!

Grazie della fiducia, ma ora per favore nominate questo ministro, perché il Paese non può aspettare!

Le imprese in crisi, i lavoratori in cassa integrazione e quelli che stanno perdendo il posto non possono aspettare la fine delle vostre zuffe. Il Paese vi chiede una cosa sola: di essere governato.

Ma noi già prima dell’estate avevamo indicato una via d’uscita allo spaventoso blocco che inceppa la vita politica italiana ormai da quindici anni.

Avevamo chiesto a tutte le forze politiche responsabili, a partire da quelle di maggioranza, di prendere atto che il bipolarismo fondato sulle estreme e la tentazione bipartitica è fallito.

E non è fallito per colpa di qualcuno che si è messo di traverso.

Non è fallito perché Prodi non sapeva fare i conti dei suoi parlamentari o perché Berlusconi, con la più ampia maggioranza della storia repubblicana, è sfortunato.

No, è fallito perché questo sistema non produce risultati, non produce riforme, non dà risposte ai problemi del Paese.

E’ un sistema che nasconde la voce delle donne e degli uomini più ragionevoli e responsabili sotto le urla dei più estremisti.

Che trasforma ogni questione, anche la più seria, in una rissa da “bar sport”, in cui l’importante è dividersi e litigare col nemico e non ragionare e cercare vie d’uscita ai problemi.

Un Paese che ha perso il buonsenso.

Sono un nostalgico se mi limito a citare dei freddi numeri che dicono che dal 1948 al 1994, cioè in 46 anni, l’Italia ha visto il suo Pil sommare una crescita del 120%, e che dal 1995 ad oggi, in quindici anni, è cresciuta del 12,5%?

No, non sono un nostalgico. Tengo la testa rivolta in avanti e so bene che indietro non si torna, né la nostra ambizione è tornare indietro.

Ma avrò almeno la libertà di dire che questa Seconda Repubblica è un sonoro, tragico, fallimento?

Quali grandi riforme ha prodotto?

Dov’è la modernizzazione del Paese?

Dove sono le grandi infrastrutture?

A che livello sono i nostri investimenti nella ricerca e nello sviluppo?

Dove sono finite le promesse per il Mezzogiorno?

A che punto sono i livelli dei servizi per le famiglie, gli anziani, i bisognosi?

Che si è fatto per i nostri giovani?

Che fine ha fatto il quoziente familiare?

Ecco, quello a cui abbiamo assistito quest’estate proprio su quest’ultimo tema è stato uno spettacolo desolante da un lato e illuminante dall’altro.

Avete notato che il quoziente familiare è entrato nell’agenda politica per tre giorni, finché si è vagheggiato di un nostro ingresso nella maggioranza?

Se fossimo entrati al governo allora sarebbe stata una priorità.  Siccome non eravamo interessati ad entrare il discorso si è chiuso in un attimo.

Nessuno si è posto la questione: ma il quoziente familiare è o non è nell’interesse delle famiglie italiane? Questo è il nostro sistema politico attuale.

Un sistema in cui tutto, le grandi riforme, le attese e le speranze dei cittadini non valgono nulla se non come merce di scambio.

E ancora: quanto è scesa la competitività delle nostre imprese?

Che fine ha fatto la grande riforma della giustizia?

Eppure si sono succeduti con alternanza direi geometrica governi di centrodestra e di centrosinistra.

L’unico risultato concreto e visibile che hanno prodotto questi ultimi 15 anni è che si litiga di più. Si litiga di continuo e non si fa niente per risolvere i problemi.

Sono molte le ragioni se siamo arrivati a questo punto.

Alcune le ho già elencate, permettetemi di aggiungerne un’altra: il premio di maggioranza.

Il premio di maggioranza è come una dose sempre più potente per un drogato, lo rende sempre più dipendente.

Sulla politica produce esattamente questo effetto. Oggi non ci si allea per costruire un progetto valido per il Paese, non ci si mette insieme per le affinità.

Prima col Mattarellum ed ora col Porcellum, ci si imbarca tutti insieme appassionatamente in uno schieramento o in un simil-partito per arraffare il premio di maggioranza.

Chiuse le urne si può ricominciare a litigare. L’importante è avere preso la dose. E’ di questa droga che è morta l’Unione.  E’ della stessa droga che muore oggi il centrodestra.

Allora se vogliamo che i partiti pensino agli elettori e non al premio, dobbiamo eliminare il premio di maggioranza e darci un sistema di voto per cui ognuno ottiene quel che merita e vede i suoi consensi crescere o diminuire tra gli elettori a seconda di quanto ha saputo mantenere delle proprie promesse.

Noi abbiamo già indicato più di una soluzione: il modello tedesco o quello delle elezioni provinciali.

Con uno sbarramento adeguato, certo, che impedisca la frammentazione in tanti partitini. Ma che consenta alle cinque o sei anime politiche vive nel Paese di emergere attraverso partiti veri e non carrozzoni.

La nostra disponibilità al dialogo su questi sistemi elettorali è totale, siamo disposti a discuterne con chiunque.  L’importante è che si arrivi ad un meccanismo di voto più razionale e soprattutto che si consenta ai cittadini di tornare a scegliere chi li deve rappresentare in Parlamento.

Non solo perché è un sacrosanto diritto dei cittadini. Ma anche perché deve essere una giusta ambizione degli stessi parlamentari tornare ad essere uomini liberi, liberi di ragionare con la loro testa e orgogliosi di rappresentare il loro Paese e non grigie figure al servizio di chi le ha nominate.

Non c’è solo questo.

La legge elettorale è molto importante, ma quello che abbiamo proposto a tutte le forze politiche responsabili fin da prima dell’estate è molto di più. Abbiamo proposto di andare oltre. Di superare l’attuale schema avviando le premesse per farne nascere uno totalmente nuovo.

Perché all’Italia serve una scossa che non sono e non possono essere nuove elezioni.

Quelle che sembra invece volere fortissimamente Bossi che, tra una pernacchia e una chiamata alle armi, è già pronto ad entrare di soppiatto nella stanza e staccare la spina a questo governo agonizzante per salvaguardare i suoi interessi di bottega.

Berlusconi invece non ha voluto cogliere la nostra proposta. Vuole consegnarsi sempre di più alla Lega, facendo il gioco delle tre carte con il Carroccio per arrivare alle elezioni anticipate?

Faccia pure, ma poi non si lamenti se si ritrova Tremonti a Palazzo Chigi!

Da tempo denunciamo che il Governo è finito in mano a Bossi e alla Lega. E il vero uomo forte della Lega al Governo, ormai lo hanno capito tutti, è Tremonti.

Tremonti: la faccia colta della Lega, il nuovo Miglio.

Ed è indubbio che la Lega abbia avuto un’intuizione felice quando ha puntato tutto sugli sprechi e sull’incapacità di una parte purtroppo consistente della classe dirigente del Sud.

Ma la soluzione non può essere quella di dividere il Paese, perché anche il nord finirebbe contro un muro se pensasse da solo di competere con la Cina, il Brasile o gli Stati Uniti.

Senza trascurare il fatto che se la Germania ragionasse come la Lega oggi, con la solida ripresa che i tedeschi stanno avendo, potrebbe essere tentata dall’idea di fare a meno dell’Europa e dunque anche del nostro nord.

Per fortuna Bossi non comanda a Berlino. E mi viene in mente una considerazione saggia di un libro di Luciano De Crescenzo, che i leghisti non dovrebbero sottovalutare: “Si è sempre meridionali di qualcuno”.

Peraltro, e con questo approfitto della presenza alla nostra festa del professor Galli Della Loggia per rispondere ad un suo editoriale di un paio di settimane fa sul Corriere, proprio dalla Germania ci giunge l’esempio di come sia possibile passare da un’economia duale ad un’economia nazionale unitaria, senza giocare con le ampolle piene d’acqua del Po o con i riti celtici.

La Germania ha saputo attuare politiche efficaci puntando sul recupero dell’ex Germania Est ed ora viene premiata con un’economia che marcia a ritmi impensabili per noi.

Sarà anche da bambini, come dice Tremonti, ma se il modello economico e politico tedesco ha prodotto questi risultati, allora forse è meglio ritrovare un po’ l’innocenza e la semplicità dei bimbi e abbandonare qualche furbizia tipica dei grandi.

Ma soprattutto, se vogliamo costruire un domani di sviluppo per il nostro Paese, che credibilità ha la Lega quando grida “Roma ladrona” e poi moltiplica le poltrone delle municipalizzate? Quando si mette di traverso sull’abolizione delle province, o sceglie di stare dalla parte dei pochi allevatori disonesti che hanno prodotto più latte del consentito penalizzando migliaia di agricoltori onesti?

Che credibilità ha un federalismo che si vuole spacciare come a costo zero quando tutti sanno che costerà e molto?  Chi dovrà pagare quel conto?  Come verrà distribuito tra le regioni?

Sono due anni che aspettiamo queste risposte dalla Lega e da Tremonti.

E se abbiamo votato da soli e orgogliosamente contro il loro federalismo è perché non ci interessano gli spot padani, mentre saremmo pronti a votare per un federalismo vero, concreto, solidale, che unifichi il Paese e non lo divida, che elimini gli sprechi e non li moltiplichi.

Siccome invece ho la sensazione che il federalismo che hanno in mente loro sia di questo secondo tipo, allora se lo portino avanti da soli. Vedremo alla fine chi avrà avuto ragione.

Se da una parte è necessario mettere uno stop agli estremismi della Lega che dividono il Paese, dall’altra non potremo mai accettare di fare un passo insieme agli estremisti di Di Pietro e dei grillini.

Noi non abbiamo niente a che spartire con chi impedisce a chi ha opinioni diverse di parlare, che sia Dell’Utri, che sia il presidente del Senato Schifani o il segretario della Cisl Bonanni. A loro va la nostra solidarietà per gli incresciosi episodi accaduti in questi giorni.

Non abbiamo niente in comune con chi parla tanto di legalità, di difesa del ruolo del Parlamento, e poi non ha rispetto per le istituzioni. Le istituzioni, signor Di Pietro, in un Paese democratico si rispettano, non si insultano!

Su questo apro una breve parentesi.

Voglio sottolineare che, nonostante tutte le difficoltà che attraversiamo, siamo un Paese fortunato ad avere un Presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano, che rappresenta un baluardo di saggezza, legalità e rispetto del dettato costituzionale fondamentale ed imprescindibile.

E non finirò mai di stupirmi, di fronte agli attacchi di Di Pietro alle istituzioni, delle reazioni di molti esponenti del Pd, alcuni anche molto autorevoli, che continuano a ripetere che dell’alleanza con Di Pietro non possono fare a meno. Ecco, quando sento certi discorsi nel Partito Democratico mi vengono in mente quei mariti che per fare un dispetto alle mogli…

In ogni caso, non siamo interessati ad alleanze col Pd se prima non risolve il nodo dei suoi rapporti con la sinistra estrema. E non siamo interessati ad alleanze di centrodestra per entrare in una coalizione dominata dalla Lega.

Veniamo a noi, dunque. Le domande che vanno per la maggiore in questi giorni sono: ma ora cosa farete?  C’è spazio per un terzo polo?  E con chi vi alleerete?

Ecco cosa facciamo. Facciamo il Partito della Nazione.

Un soggetto nuovo, che conosce e riconosce le proprie tradizioni, che – ricordiamolo sempre – sono le migliori tradizioni politiche che l’Italia possa vantare; un partito laico, fondato sui valori del cattolicesimo sociale,  popolare ed europeista.

Un partito aperto, rivolto al futuro, alla modernizzazione dell’Italia, attento a trovare risposte di buon senso ai problemi del Paese e non condizionato dal populismo o dall’estremismo di chi parla alla pancia e non alla testa dei propri concittadini.

Un partito vero, e dunque già solo per questo diverso da tutti gli altri. Diverso dai partiti finti messi insieme in fretta e furia in occasione delle elezioni, che una volta ogni tanto si ricordano di celebrare dei congressi finti per sembrare quello che non sono.

Di questo passo fra poco piazzeranno anche degli spettatori finti alle loro assemblee, come si è cominciato a fare qualche giorno fa negli stadi di calcio.

Noi i congressi li faremo. Abbiamo un tesseramento aperto che si concluderà il 30 di novembre.

E dal 15 gennaio partiremo con i congressi provinciali, poi con quelli regionali, per arrivare in primavera al congresso nazionale fondativo.

C’è spazio per un terzo polo? Tra tutte le domande questa è quella che mi sorprende di più. Perché sembra non tenere conto della voglia di cambiamento che c’è nel Paese.

Di segnali evidenti, come la nascita di Rete Imprese Italia: milioni di aziende grandi, medie e piccole, di artigiani e commercianti che si mettono insieme per cercare e chiedere alla politica soluzioni condivise ai loro problemi.

O come la grande manifestazione, di straordinaria importanza, che Confindustria e Cisl stanno progettando insieme, contro il flagello dell’evasione fiscale.

Ma è anche una domanda che non tiene conto di segnali ancora più rilevanti. A partire da quello dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali.

Quando il 35% degli elettori diserta un turno elettorale che è stato fortemente politicizzato come le ultime regionali, significa che di fronte a questa politica i cittadini sono sempre più sfiduciati ed hanno voglia di cambiamento. </p>

Significa, soprattutto, che il terzo polo, comunque lo vogliate chiamare, c’è già. Ed è il polo di tutti quegli italiani che hanno capito che l’attuale sistema è arrivato al capolinea. Sono italiani che si aspettano, ci chiedono, un segnale di novità, un progetto concreto per andare oltre.

Ecco, noi siamo qui oggi perché vogliamo andare oltre. E avanziamo la nostra proposta a tutti questi italiani.

A chi si è astenuto e a chi ha votato sempre meno convinto anno dopo anno per uno schieramento o per l’altro.

Ai giovani che sono lasciati soli a combattere con un tasso di disoccupazione del 26% che è inaccettabile per un Paese avanzato come il nostro.

Alle imprese che chiedono solo di potersi fare concorrenza aperta senza incomprensibili paletti burocratici in mercati veri e liberalizzati.

Agli anziani, alle giovani mamme e alle famiglie che hanno diritto a qualcosa di più di un misero 1,2% di spesa del prodotto interno lordo per il welfare quando la media europea è del 2,1%.

Ai 2 milioni e 105 mila disoccupati, ai quasi 15 milioni di inattivi, tra cui ci sono moltissime persone che hanno perso perfino la fiducia nella possibilità di trovare un posto di lavoro.

Alle centinaia di migliaia di cassintegrati, che in un anno come questo, che dovrebbe essere quello della ripresa, a luglio sono aumentati del 60% rispetto al 2009, quando eravamo in piena crisi.

Al mondo dell’associazionismo laico e cattolico e al mondo del volontariato, che in questi anni si sono tenuti lontani dalla politica e che ora è chiaro a tutti che avevano buone ragioni per farlo.

Il nuovo partito lo vogliamo fare innanzitutto con queste persone.

E il nostro vuole essere un grande invito a tutti ad impegnarsi, a fare la propria parte.

Perché se vogliamo avviare quel cambiamento che il Paese richiede, c’è bisogno di tutti, è arrivato il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Noi la nostra parte la stiamo facendo e la faremo con grande generosità, lavorando ogni giorno con impegno e senza risparmiarsi mai.

Io ho già detto che sono pronto a farmi da parte, Pier Ferdinando ha già annunciato che il suo nome nel nuovo simbolo non ci sarà. Tutti i nostri dirigenti hanno fatto un passo indietro.

Ora la nostra più grande ambizione è che anche la società civile faccia un passo avanti, torni ad unirsi e dica la sua.

A questo proposito vorrei leggervi alcune parole che trovo ricche di significato ancora oggi, nonostante siano state scritte e lette nella notte di Capodanno del 1986.

Sono parole che mi toccano e ci toccano, credo, anche per la persona da cui provengono:

“So che la grande maggioranza degli italiani ha una viva coscienza dei propri impegni personali; nella vita, nella famiglia, nel lavoro. E so che la forza della nostra Nazione sta largamente in questo senso di responsabilità individuale, familiare, lavorativa. Anche se in tale responsabilità esiste almeno una punta di particolarismo, che peraltro non è eliminabile, sappiamo che senza di essa non ci sarebbe quella vitalità tenace e diffusa che ha caratterizzato e caratterizza la nostra evoluzione economica, sociale e civile. Ma è proprio il livello di sviluppo raggiunto che ci impone di non rispondere più soltanto di noi stessi, ci impone il dovere di far crescere insieme a noi una società che non sia una sola catena di separatezze. Dobbiamo saper rispondere dei problemi comuni come sappiamo rispondere dei nostri personali problemi. Dobbiamo essere responsabili non solo per noi stessi, ma anche per gli altri, per la comunità, per le istituzioni”.

Così scriveva agli italiani il presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

E la sua chiamata all’impegno civile oggi ci appare di straordinaria attualità.

Quanto al mondo politico, è chiaro che guardiamo con attenzione al lavoro che sta svolgendo Francesco Rutelli, alle scelte che ha compiuto, sta compiendo e compirà Gianfranco Fini, anche se su alcuni temi, a partire da quelli eticamente sensibili, le nostre posizioni finora sono state piuttosto distanti.

Ma siamo anche convinti che ci siano ancora molte risorse di grande qualità sia nel Pdl che nel Pd che il crollo dell’attuale sistema potrebbe liberare. Quel che è certo è che il nostro cammino verso il nuovo partito è tracciato.

Per questo voglio ringraziare con il cuore uno ad uno tutti i nostri dirigenti che hanno lavorato e lavorano dal Trentino Alto Adige alla Sicilia insieme a noi, scommesso il loro tempo, la loro carriera politica e la loro intelligenza su questo grande progetto e che ora cominciano a vedere più vicini i frutti del lavoro svolto. Li meritate.

Ma voglio anche dirvi che c’è ancora moltissimo da fare ed è questo il momento di moltiplicare gli sforzi, tutti insieme.

Il Paese guarda con attenzione sempre maggiore verso di noi e questo implica un’assunzione di responsabilità ulteriore da parte nostra. Non possiamo deludere le aspettative. Dobbiamo e possiamo invece cogliere l’occasione che ci siamo costruiti di guidare l’Italia fuori dalle secche in cui si trova.

Oggi, ne sono convinto, un futuro migliore per il nostro Paese, è un po’ meno lontano. E’ il momento di prendere in mano le redini del nostro futuro.      

W L’ITALIA!

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