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| Thursday, October 30, 2008 |
D’Onofrio, Università: Uno sciopero “costituzionale”
Due manifestazioni: quella
promossa dai sindacati
per la scuola e
quella dagli studenti
per l’università sono oggi a Roma
ad un tempo punto di arrivo
dei movimenti della scuola da
un lato e dell’università dall’altro
e, auspicabilmente, punto di
partenza per costruire insieme
un solo grande e nuovo equilibrio
costituzionale prima ancora
che politico.
Nelle molteplici iniziative studentesche
che hanno preso
spunto da questo o da quell’ateneo,
un punto è apparso fondamentale
e necessariamente non
traducibile in schieramenti politici
o partitici: la Costituzione italiana
non consente di intervenire
sull’università senza una previa
ed adeguata consultazione della
medesima. Nell’equilibrio costituzionale
originario è infatti
scritto che la religiosità; la magistratura;
i sindacati; gli enti locali;
le università sono tutti soggetti
specifici dotati di garanzia costituzionale
particolare proprio
nei confronti del governo pro
tempore.
Se infatti questo è costituzionalmente
legittimo, in
quanto sostenuto da una maggioranza
parlamentare, esso non
può rapportarsi alle cinque
realtà sopra indicate senza riconoscere
a ciascuna di esse un’autonoma
specificità che impedisce
pertanto di procedere con
strumenti legislativi adottati a
maggioranza di governo, senza
una previa ed adeguata consultazione
di ciascuna di esse, in riferimento
agli intendimenti che
il Governo e la sua maggioranza
parlamentare intendono perseguire
in riferimento appunto a
ciascuno di essi.
Le manifestazioni universitarie
che hanno avuto ad oggetto proprio
questo punto,
hanno pertanto
affermato
un principio di
ordine costituzionale
prima
ancora che partitico,
ed è per
questo – molto
probabilmente –
che si è trattato
di manifestazioni
non riconducibili
a questo o
quello schieramento
di partito.
Se le cose stanno
in questo modo
è necessario
ritenere che si
tratta di un insieme
di manifestazioni
di grande
rilievo politico
e costituzionale perché si tende
a costituire un argine di tipo
democratico – pluralistico al potere
normativo della maggioranza
di governo.
La lunga deriva che ha portato al
progressivo deperimento dell’originario
primato del Parlamento
nel sistema politico-costituzionale
italiano può pertanto vedere
in questo movimento universitario
– che non a caso vede accomunati
studenti e docenti a
differenza del ’68 – un movimento
che tende a non voler vedere
concluso in senso negativo proprio
il deperimento del Parlamento
e le connesse garanzie di
pluralismo normativo
che la
Costituzione ordinaria
contiene.
Lo slogan
«Questa crisi
non la pagheremo
noi» è infatti
quello che più
costantemente è
risuonato in tante
parti d’Italia,
a dimostrazione
del fatto che non
è con le spese
per l’università
che si possa
concorrere a risanare
il bilancio
nazionale o
a garantire l’equilibrio
finanziario
delle banche.
Non dunque
una riforma universitaria
sulla quale è del tutto evidente
che si possono avere idee diverse,
ma una questione di principio
e di fondo: non si può procedere
a fare leggi sull’università neanche
se si tratta di questioni di
equilibrio finanziario nazionale,
se non si confronta in anticipo la
proposta del Governo con la
realtà universitaria autonoma.
Questo appare il motivo per il
quale gli studenti universitari
hanno manifestato - anche se
embrionalmente - per la scuola
elementare e media e, allo stesso
tempo, ha visto gli studenti medi
occuparsi anche di università e
di conseguenza le famiglie occuparsi
conclusivamente dell’intero
sistema scolastico.
Questa appare la più rilevante
differenza di questo movimento
rispetto al ’68. Allora non vi era
un continuum tra scuola e università,
perché questa era una
sorta di corpo separato nella società
italiana. Oggi, invece – anche
grazie a quel che è accaduto
dopo il ’68 – vi è non solo l’obbligo
scolastico che la Costituzione
prevede di otto anni, ma
una nuova idea di merito scolastico
che va salvaguardato sia in
riferimento a singoli studenti
sia in riferimento alla garanzia
di eguali punti di partenza universitari
che è stato ed è oggetto
di duri scontri anche parlamentari.
Ed è pertanto questa la ragione
per la quale ogni ipotesi
di strumentalizzazione partitica
del complesso e non sempre ordinato
movimento in atto finisce
con il colpire al cuore proprio
il valore del movimento che
è innovativo se visto nel suo insieme
di scuola e università.
La questione politica che si apre in questo contesto è proprio quella
concernente la rappresentanza
politica del movimento, che non
è e non può essere ricondotta ai
due schieramenti che si sono
scontrati nelle ultime elezioni
politiche. Ed è sempre questa la
ragione per la quale la manifestazione
– che mi auguro grande
– promossa dai sindacati sul
tema generale della scuola, non
può continuare a lungo ad ignorare
la questione dello sbocco
universitario degli studi scolastici,
perché di questo oggi si
tratta ed è di fronte a questo
nuovo problema che si misurerà
l’intelligenza politica di sindacati
e partiti vecchi e nuovi. Mai
come oggi quel che appare necessario
è pertanto un nuovo
equilibrio tra rappresentanza e
decisione, tra maggioranza popolare
e soggetti politici autonomi
che costituiscono un limite al
potere stesso della maggioranza
di governo: quello vecchio
privilegiava la rappresentanza a
scapito della decisione; il rischio
odierno è invece che la decisione
cancelli la pluralità delle
realtà autonome.
Da questo punto di vista si può
pertanto dire che quella che è alla
base dei movimenti in corso
sia una grande intuizione politica
e costituzionale che richiede
una risposta altrettanto lungimirante
da parte dei vecchi e dei
nuovi partiti.
Tratto da Liberal
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