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Friday, February 20, 2009
D’Onofrio: L’equivoco? Il concetto di vocazione maggioritaria

Fino a quando non sarà colta fino in fondo la differenza anche radicale tra la cultura delle alleanze per un governo e la vocazione maggioritaria di singoli soggetti politici, sarà difficile che l’Italia esca dalla ormai lunghissima transizione che si può ritenere avviata con il sistema elettorale prevalentemente maggioritario con piccoli collegi del 1994.
Qualora infatti consideriamo con attenzione il succedersi nervoso di sistemi elettorali una volta – nel 1994 – prevalentemente maggioritario a piccoli collegi, un’altra – nel 2006 – compiutamente proporzionale senza premio di maggioranza, un’ultima – nel 2008 – con premio di maggioranza e lista bloccata, ci rendiamo conto che la febbre politico-istituzionale del sistema è ancora molto alta perché non si è ancora trovata la soluzione proprio per questa questione di fondo: alleanze politiche che concorrono nelle elezioni per la conquista della maggioranza di governo o singoli partiti a vocazione maggioritaria che danno vita a cartelli elettorali ma non ad alleanze politiche? La vocazione maggioritaria, infatti, può essere costruita sulla base di una vera e propria alleanza politica tra soggetti anche di peso elettorale diverso ma che convergano su specifici programmi economici, sociali, istituzionali italiani, europei e mondiali; essa invece può dar vita a cartelli elettorali nei quali vi siano da un lato e dall’altro degli schieramenti elettorali due soggetti a cosiddetta vocazione maggioritaria che stipulano con altri soggetti accordi elettorali per vincere le elezioni ma non necessariamente per governare il Paese.
La mancata percezione di questa radicale diversità tra vocazione maggioritaria di singoli soggetti politici (personali o ideologici che siano) e cultura di governo (fondata su alleanze politiche che parte dal pieno riconoscimento della identità specifica di ciascun soggetto che concorre all’intesa di governo e non si limita al solo momento elettorale), è alla base del modo del tutto distorto con il quale giuristi, economisti, sociologi, politologi hanno affrontato dal 1994 la questione del bipolarismo in Italia.
E oggi si è giunti persino ad auspicare un esito bipartitico del bipolarismo medesimo. La cultura delle alleanze richiede infatti non soltanto una piena conoscenza del programma del soggetto politico al quale si aderisce ma anche il riconoscimento di una sostanziale dignità culturale dei soggetti con i quali ci si allea per la conquista del successo elettorale. In questo senso se si vuol parlare di “vocazione maggioritaria” ci si riferisce all’intera coalizione politica e non a singoli soggetti che operano all’interno di essa con la conseguenza che le elezioni politiche sono certamente importanti ma non assumono mai le caratteristica di una sorta di giudizio di Dio.
La vocazione maggioritaria alla quale hanno fatto e fanno ricorso singoli soggetti politici finisce invece con il considerare puramente strumentali le eventuali alleanze elettorali con altri soggetti politici ai quali non viene riconosciuta di fatto una autonoma dignità culturale.
Le dimissioni di Walter Veltroni dalla carica di segretario politico del Partito democratico pone dunque una questione politica e non personale di fondo: la vocazione maggioritaria di cui aveva parlato Veltroni, concorrendo a costruire un bipolarismo di grandi partiti, resta a caratterizzare il futuro del Partito democratico o si passa finalmente ad una cultura delle alleanze fondata su programmi interni, europei e internazionali per competere con un altro schieramento politico per la conquista della maggioranza elettorale? Mi auguro che le decisioni che il Pd assumerà in riferimento a questo argomento concorrano a far uscire il dibattito italiano sul bipolarismo dalla finzione di un bipartitismo puramente elettorale: se si intendono seriamente affrontare riforme costituzionali concernenti la struttura federalistica dello Stato, il potenziamento della capacità di governo del presidente del Consiglio dei ministri e il rapporto tra direzione politica e autonomia della magistratura occorre capire fino in fondo se questa stagione della democrazia italiana sarà costruita esclusivamente sugli elettori o anche su partiti politici dotati di una propria identità e di propri programmi.
Tratto da Liberal


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