|
|
|
| Friday, April 03, 2009 |
D’Onofrio: Il popolarismo del Ventunesimo secolo
Dopo un lunghissimo
periodo di transizione
da quella che siamo
stati soliti definire
Prima Repubblica a quella che
numerosi anche se frettolosi
commentatori hanno definito
Seconda repubblica, sembra che
la vita politica italiana stia finalmente
prendendo atto che
occorre un nuovo equilibrio istituzionale,
politico, economico,
sociale e culturale se vogliamo
che l’Italia in quanto tale riesca a
guardare al proprio futuro senza
alcun tradimento del proprio
passato e soprattutto senza alcuna
illusione di poter vivere di
solo presente. Quasi che si trattasse
di una deriva inarrestabile
si è passati - a partire dal 1994 -
dagli esiti partitocratrici degli
ultimi anni della Prima
Repubblica all’illusione che si
potesse imporre in Italia un
sistema bipartitico nel quale non
contasse più alcuna grande idea
del passato ma soltanto il fatto
elettorale considerato come
unico punto di approdo delle
diverse ispirazioni culturali che
avevano concorso in qualche
modo alla cosiddetta Prima
Repubblica.
Abbiamo pertanto assistito a
una vera e propria esplosione di
vocazioni maggioritarie sia che
si trattasse di pretese maggioritarie
autosufficienti di modello
veltroniano sia che si trattasse di
dimostrazioni maggioritarie
elettorali di modello berlusconiano:
tra l’una e l’altra «vocazione
maggioritaria» si sta
costruendo non un inesistente
Terzo Polo, sia perché Pd e Pdl
sono stati due Poli soltanto in
senso elettorale e non politico,
sia perché l’Italia ha bisogno di un grande soggetto di governo
popolare e d’ispirazione cristiana
e non certo di un esangue
Terzo Polo tutto ripiegato sulla
nostalgia perché il passato non è
costretto a essere vissuto soltanto
come promotore di un’ispirazione
di pura testimonianza.
Una grande idea politica-culturale
innanzitutto - perché l’Italia
tutta nel contesto contemporaneo
europeo e globalizzato
manca proprio di questa grande
idea non potendo trovare l’alimentazione
di cui ha bisogno né
nel passato comunista né in
quello storicamente fascista.
La costruzione di un siffatto
nuovo soggetto politico prende
certamente le mosse dall’esperienza
concreta dell’Udc prima e
dell’Unione di Centro successivamente
pur non fermandosi
certamente ai soggetti individuali
e collettivi che hanno dato
vita alla Costituente di Centro.
Un’idea di Italia innanzitutto,
rispetto alla sollecitazione durissima
che è posta da qualche
decennio dalla Lega Nord proprio
in riferimento all’idea di
Italia. Non si tratta del solito
discorso sulla secessione più o
meno morbida perseguita oggi
dalla Lega Nord: chiedersi infatti
quale sia l’idea d’Italia che si
ha oggi significa proprio rispondere
alla domanda di fondo che
si stanno ponendo in tante parti
d’Europa i cittadini che dopo la
fine della guerra fredda si chiedono
cosa sia appunto l’Unione
europea. Nessuna tentazione
nazionalistica di tipo ottocentesco
nel parlare dunque di partito
della nazione da parte di molti di
noi che sono tra i promotori
della Costituente di Centro.
Da quando l’Italia si è costituita
a unità a metà dell’Ottocento vi
sono stati vari tentativi di dar
vita a un comune sentire della
nazione: dopo il tentativo delle
classi dirigenti liberali e risorgimentali
della seconda metà
dell’Ottocento; dopo il tentativo
del fascismo mussoliniano di
nazionalizzare il Mezzogiorno
in nome dei presunti destini
imperiali di Roma; dopo il tentativo
gramsciano di nazionalizzare
le masse contadine in nome
dell’egemonia operaia; dopo l’esperienza
democristiana di
nazionalizzare le diverse tradizioni
corporative in un’unica
dimensione egualitaria e popolare,
possiamo ora affermare che
si può seriamente tentare di
nazionalizzare l’Italia tutta
secondo il coraggioso insegnamento sturziano: liberali perché
non clericali, popolari perché
non elitari, anche federalisti purché
municipali, nazionali purché
sempre democratici.
Occorre
aver presente l’insieme dei significati
profondi che gli altri tentativi
di nazionalizzazione hanno
avuto per poter porre il nuovo
ambizioso e strategico obiettivo
di nazionalizzazione dell’Italia
di oggi, nel contesto europeo istituzionale
e nell’avvento della
globalizzazione economica e
finanziaria. Saper dunque guardare
al futuro senza dimenticare
il passato nella certezza che
occorre stabilire un nuovo equilibrio
proprio fra passato, presente
e futuro senza cedere alla
tentazione del fare del solo presente
l’obiettivo dell’impegno
politico.
Chi parla di democrazia
degli elettori al posto della
democrazia dei partiti lo fa non
sempre consapevolmente avvertito
che i diversi passati
dell’Italia non si possono tutti
annegare in un indistinto presente
qual è quello tipico degli
elettori al momento del voto: il
sapere e il lavoro da un lato; il
risparmio e l’investimento dall’altro
hanno bisogno certamente
di presente ma non possono
produrre risultati degni di essere
vissuti senza passato e futuro. La
prima fondamentale scelta che si pone dunque agli italiani è
quella sul tempo dell’azione politica:
se intendiamo costruire il
senso comune dell’appartenenza
a una medesima nazione dobbiamo
pazientemente ricercare
le ragioni del passato di ciascuna
parte del territorio nazionale e di
ciascun segmento della società
italiana e allo stesso tempo guardare
al futuro delle prime e dei
secondi nel nuovo contesto unitario
europeo. Centrale e non
Terzo Polo, questo nuovo soggetto
politico, proprio perché la
costruzione della nazionalizzazione
dell’Italia di oggi è utile a
ciascuna parte politica, al governo
o all’opposizione che essa si
collochi in riferimento a ciascuna
elezione politica. Questo
obiettivo di evidente interesse
generale, e non solo di parte,
pone a noi il compito di definire
ulteriormente il significato del
popolarismo oggi nella politica
italiana.
La grave crisi economica
e finanziaria che anche l’Italia
sta vivendo oggi trova le sue origini
- a mio giudizio - non già
nella fine dell’ipotesi capitalistica
dello sviluppo quanto nei
modi anche radicalmente nuovi
con i quali il capitalismo è stato
vissuto in Europa e soprattutto
in Italia dopo la fine dell’esperienza
storica sovietica. Il nuovo
equilibrio culturale non può trovare
nel liberalismo e nel socialismo
i suoi punti di riferimento
ultimi: allorché parliamo di economia
sociale di mercato siamo
consapevoli di affermare un’ipotesi
che vuol ricercare faticosamente
un punto di incontro tra i
due estremi.
L’affermazione dell’economia
sociale di mercato non può essere
una semplice ripetizione verbale
di un assunto culturale che
soprattutto in Germania è stato
indicato nel corso della prima
metà del XX secolo quale soluzione
dello scontro tra liberalismo
e socialismo, perché oggi
questa affermazione deve fare i
conti proprio con le ragioni culturali
della grave crisi economica
che è in atto e dimostrare nei fatti che la soluzione della crisi
non può essere ricercata né negli
strumenti del solo Stato né negli
strumenti del solo Mercato: l’uno
e l’altro dovranno essere seriamente
ripensati perché entrambi
essenziali ma nessuno da solo
sufficiente.
Il popolarismo pertanto costituisce
una robusta affermazione di
una linea culturale di fondo che
non si è esaurita con la nascita
del Partito popolare italiano del
1919 perché si tratta di un’ispirazione
di fondo capace proprio
oggi di essere messa alla prova
di questa grave crisi economica
e finanziaria. In questo contesto
il nuovo soggetto centrale è chiamato
a dimostrare che la nazione
italiana sa concorrere alla
risoluzione europea della crisi in
atto senza alcuna rivendicazione
di antistorici rigurgiti coloniali
europei né di alcuna pretesa di
alternativa agli strumenti che gli
Stati Uniti soprattutto con la presidenza
Obama si stanno dando
per affrontare i gravi rischi dell’oggi
senza rinunciare agli
ambiziosi progetti del domani.
L’ispirazione popolare del
partito consiste pertanto in una
radicale affermazione di cultura
economica e finanziaria per quel
che concerne la proiezione europea
e mondiale della nazione italiana
e in una modalità di raccolta
del consenso elettorale che
deve partire dal rapporto interpersonale
e diretto tipico dei rapporti
che hanno la persona
umana al centro della propria
riflessione. Una grande e ambiziosa
idea dell’Italia da un lato e
una rigorosa proposta di economia
sociale di mercato dall’altro
costituiscono pertanto i primi
due capisaldi di un nuovo soggetto
politico, capace di andare
ben oltre i tentativi in atto nei
presunti due Poli politici - Pd e
Pdl - presenti alle ultime elezioni
politiche quasi a completamento
di una stagione di straordinario
abbandono di qualunque idea
del passato e di qualunque speranza
di futuro. Ed è in questo
contesto che assume significato
strategicamente nuovo la stessa
questione ambientale non più
vista in termini di antagonismo
tra lavoro umano e ordine materiale
della natura ma di integrazione
tra quel che l’uomo sa fare
senza danneggiare e men che
meno distruggere l’ordine materiale
delle cose.
Ancora una volta i tedeschi
hanno proposto una rilevante
iniziativa culturale allorché
hanno iniziato a ragionare di
economia sociale di mercato
ecologicamente sostenibile: è
questa la sfida di fronte alla
quale oggi si trova anche l’Italia
e non si tratta di una sfida soltanto
economica o di risparmio
energetico tradizionale ma di
una cultura capace, anche se in
tempi non brevissimi, di fare
della nazionalizzazione
dell’Italia un obiettivo strategico
anche in materia ambientale. Se
non intendiamo in alcun modo
costruire un partito della nazione
con tentazioni coloniali e
nazionalistiche in genere, dobbiamo
saper guardare con
serietà e con forza alla questione
di fondo dell’identità nazionale:
certamente cristiana, non clericale,
consapevole che con le
molteplici sfide dell’immigrazione
da paesi diversi dal nostro per
lingua e per religioni, la nazionalizzazione
dell’Italia non potrà
ridursi alla semplice rivendicazione
dell’identità cristiana del
nostro popolo proprio perché in
questi anni e per un lungo periodo
davanti a noi l’identità cristiana
originaria sarà giudicata - e
non solo in Italia - proprio in riferimento
alla capacità di convivenza
con religioni diverse dalla
nostra.
Questa è la nuova frontiera
dell’ispirazione cristiana
oggi: non semplice rivendicazione
di un passato assolutamente
ovvio ma neanche
riduzione dell’ispirazione
cristiana a mera testimonianza
artistica. Questa è una
grande e coraggiosa apertura
al futuro: nazionalizzazione
italiana senza tentazioni
coloniali; economia
sociale di mercato ecologicamente
compatibile anche per
far fronte alla grave crisi economica
e finanziaria in atto;
identità cristiana consapevole
del passato e contestualmente
aperta coraggiosamente
al futuro. Questo è il
senso culturale e politico di
un nuovo e grande partito alla
cui costruzione chiamiamo
quanti sono interessati e consapevolmente
pronti ad agire,
anche se provenienti da altre
esperienze politiche.
Tratto da Liberal del 3 aprile 2009
|
Allegati
|
|
|
|