Login o Sign up
Tuesday, July 29, 2014
   
7/30/2014 8:00 PM: Iraq: S. Messa di parlamentari per i cristiani di Mosul


Documento Appello Consiglio Nazionale Udc
 
Intervento Cesa Consiglio Nazionale Udc
 
Infografica Riduzione Costi Senato
 
Intervento Cesa Direzione Nazionale Udc
 
Slide DlAmbienteProtetto
 
2 per mille Irpef a Udc
 
spacer
 
L'Unione di Centro
nel territorio

Friday, April 03, 2009
D’Onofrio: Il popolarismo del Ventunesimo secolo

Dopo un lunghissimo periodo di transizione da quella che siamo stati soliti definire Prima Repubblica a quella che numerosi anche se frettolosi commentatori hanno definito Seconda repubblica, sembra che la vita politica italiana stia finalmente prendendo atto che occorre un nuovo equilibrio istituzionale, politico, economico, sociale e culturale se vogliamo che l’Italia in quanto tale riesca a guardare al proprio futuro senza alcun tradimento del proprio passato e soprattutto senza alcuna illusione di poter vivere di solo presente. Quasi che si trattasse di una deriva inarrestabile si è passati - a partire dal 1994 - dagli esiti partitocratrici degli ultimi anni della Prima Repubblica all’illusione che si potesse imporre in Italia un sistema bipartitico nel quale non contasse più alcuna grande idea del passato ma soltanto il fatto elettorale considerato come unico punto di approdo delle diverse ispirazioni culturali che avevano concorso in qualche modo alla cosiddetta Prima Repubblica.
Abbiamo pertanto assistito a una vera e propria esplosione di vocazioni maggioritarie sia che si trattasse di pretese maggioritarie autosufficienti di modello veltroniano sia che si trattasse di dimostrazioni maggioritarie elettorali di modello berlusconiano: tra l’una e l’altra «vocazione maggioritaria» si sta costruendo non un inesistente Terzo Polo, sia perché Pd e Pdl sono stati due Poli soltanto in senso elettorale e non politico, sia perché l’Italia ha bisogno di un grande soggetto di governo popolare e d’ispirazione cristiana e non certo di un esangue Terzo Polo tutto ripiegato sulla nostalgia perché il passato non è costretto a essere vissuto soltanto come promotore di un’ispirazione di pura testimonianza.
Una grande idea politica-culturale innanzitutto - perché l’Italia tutta nel contesto contemporaneo europeo e globalizzato manca proprio di questa grande idea non potendo trovare l’alimentazione di cui ha bisogno né nel passato comunista né in quello storicamente fascista.
La costruzione di un siffatto nuovo soggetto politico prende certamente le mosse dall’esperienza concreta dell’Udc prima e dell’Unione di Centro successivamente pur non fermandosi certamente ai soggetti individuali e collettivi che hanno dato vita alla Costituente di Centro. Un’idea di Italia innanzitutto, rispetto alla sollecitazione durissima che è posta da qualche decennio dalla Lega Nord proprio in riferimento all’idea di Italia. Non si tratta del solito discorso sulla secessione più o meno morbida perseguita oggi dalla Lega Nord: chiedersi infatti quale sia l’idea d’Italia che si ha oggi significa proprio rispondere alla domanda di fondo che si stanno ponendo in tante parti d’Europa i cittadini che dopo la fine della guerra fredda si chiedono cosa sia appunto l’Unione europea. Nessuna tentazione nazionalistica di tipo ottocentesco nel parlare dunque di partito della nazione da parte di molti di noi che sono tra i promotori della Costituente di Centro.
Da quando l’Italia si è costituita a unità a metà dell’Ottocento vi sono stati vari tentativi di dar vita a un comune sentire della nazione: dopo il tentativo delle classi dirigenti liberali e risorgimentali della seconda metà dell’Ottocento; dopo il tentativo del fascismo mussoliniano di nazionalizzare il Mezzogiorno in nome dei presunti destini imperiali di Roma; dopo il tentativo gramsciano di nazionalizzare le masse contadine in nome dell’egemonia operaia; dopo l’esperienza democristiana di nazionalizzare le diverse tradizioni corporative in un’unica dimensione egualitaria e popolare, possiamo ora affermare che si può seriamente tentare di nazionalizzare l’Italia tutta secondo il coraggioso insegnamento sturziano: liberali perché non clericali, popolari perché non elitari, anche federalisti purché municipali, nazionali purché sempre democratici.
Occorre aver presente l’insieme dei significati profondi che gli altri tentativi di nazionalizzazione hanno avuto per poter porre il nuovo ambizioso e strategico obiettivo di nazionalizzazione dell’Italia di oggi, nel contesto europeo istituzionale e nell’avvento della globalizzazione economica e finanziaria. Saper dunque guardare al futuro senza dimenticare il passato nella certezza che occorre stabilire un nuovo equilibrio proprio fra passato, presente e futuro senza cedere alla tentazione del fare del solo presente l’obiettivo dell’impegno politico.
Chi parla di democrazia degli elettori al posto della democrazia dei partiti lo fa non sempre consapevolmente avvertito che i diversi passati dell’Italia non si possono tutti annegare in un indistinto presente qual è quello tipico degli elettori al momento del voto: il sapere e il lavoro da un lato; il risparmio e l’investimento dall’altro hanno bisogno certamente di presente ma non possono produrre risultati degni di essere vissuti senza passato e futuro. La prima fondamentale scelta che si pone dunque agli italiani è quella sul tempo dell’azione politica: se intendiamo costruire il senso comune dell’appartenenza a una medesima nazione dobbiamo pazientemente ricercare le ragioni del passato di ciascuna parte del territorio nazionale e di ciascun segmento della società italiana e allo stesso tempo guardare al futuro delle prime e dei secondi nel nuovo contesto unitario europeo. Centrale e non Terzo Polo, questo nuovo soggetto politico, proprio perché la costruzione della nazionalizzazione dell’Italia di oggi è utile a ciascuna parte politica, al governo o all’opposizione che essa si collochi in riferimento a ciascuna elezione politica. Questo obiettivo di evidente interesse generale, e non solo di parte, pone a noi il compito di definire ulteriormente il significato del popolarismo oggi nella politica italiana.
La grave crisi economica e finanziaria che anche l’Italia sta vivendo oggi trova le sue origini - a mio giudizio - non già nella fine dell’ipotesi capitalistica dello sviluppo quanto nei modi anche radicalmente nuovi con i quali il capitalismo è stato vissuto in Europa e soprattutto in Italia dopo la fine dell’esperienza storica sovietica. Il nuovo equilibrio culturale non può trovare nel liberalismo e nel socialismo i suoi punti di riferimento ultimi: allorché parliamo di economia sociale di mercato siamo consapevoli di affermare un’ipotesi che vuol ricercare faticosamente un punto di incontro tra i due estremi.
L’affermazione dell’economia sociale di mercato non può essere una semplice ripetizione verbale di un assunto culturale che soprattutto in Germania è stato indicato nel corso della prima metà del XX secolo quale soluzione dello scontro tra liberalismo e socialismo, perché oggi questa affermazione deve fare i conti proprio con le ragioni culturali della grave crisi economica che è in atto e dimostrare nei fatti che la soluzione della crisi non può essere ricercata né negli strumenti del solo Stato né negli strumenti del solo Mercato: l’uno e l’altro dovranno essere seriamente ripensati perché entrambi essenziali ma nessuno da solo sufficiente.
Il popolarismo pertanto costituisce una robusta affermazione di una linea culturale di fondo che non si è esaurita con la nascita del Partito popolare italiano del 1919 perché si tratta di un’ispirazione di fondo capace proprio oggi di essere messa alla prova di questa grave crisi economica e finanziaria. In questo contesto il nuovo soggetto centrale è chiamato a dimostrare che la nazione italiana sa concorrere alla risoluzione europea della crisi in atto senza alcuna rivendicazione di antistorici rigurgiti coloniali europei né di alcuna pretesa di alternativa agli strumenti che gli Stati Uniti soprattutto con la presidenza Obama si stanno dando per affrontare i gravi rischi dell’oggi senza rinunciare agli ambiziosi progetti del domani.
L’ispirazione popolare del partito consiste pertanto in una radicale affermazione di cultura economica e finanziaria per quel che concerne la proiezione europea e mondiale della nazione italiana e in una modalità di raccolta del consenso elettorale che deve partire dal rapporto interpersonale e diretto tipico dei rapporti che hanno la persona umana al centro della propria riflessione. Una grande e ambiziosa idea dell’Italia da un lato e una rigorosa proposta di economia sociale di mercato dall’altro costituiscono pertanto i primi due capisaldi di un nuovo soggetto politico, capace di andare ben oltre i tentativi in atto nei presunti due Poli politici - Pd e Pdl - presenti alle ultime elezioni politiche quasi a completamento di una stagione di straordinario abbandono di qualunque idea del passato e di qualunque speranza di futuro. Ed è in questo contesto che assume significato strategicamente nuovo la stessa questione ambientale non più vista in termini di antagonismo tra lavoro umano e ordine materiale della natura ma di integrazione tra quel che l’uomo sa fare senza danneggiare e men che meno distruggere l’ordine materiale delle cose.
Ancora una volta i tedeschi hanno proposto una rilevante iniziativa culturale allorché hanno iniziato a ragionare di economia sociale di mercato ecologicamente sostenibile: è questa la sfida di fronte alla quale oggi si trova anche l’Italia e non si tratta di una sfida soltanto economica o di risparmio energetico tradizionale ma di una cultura capace, anche se in tempi non brevissimi, di fare della nazionalizzazione dell’Italia un obiettivo strategico anche in materia ambientale. Se non intendiamo in alcun modo costruire un partito della nazione con tentazioni coloniali e nazionalistiche in genere, dobbiamo saper guardare con serietà e con forza alla questione di fondo dell’identità nazionale: certamente cristiana, non clericale, consapevole che con le molteplici sfide dell’immigrazione da paesi diversi dal nostro per lingua e per religioni, la nazionalizzazione dell’Italia non potrà ridursi alla semplice rivendicazione dell’identità cristiana del nostro popolo proprio perché in questi anni e per un lungo periodo davanti a noi l’identità cristiana originaria sarà giudicata - e non solo in Italia - proprio in riferimento alla capacità di convivenza con religioni diverse dalla nostra.
Questa è la nuova frontiera dell’ispirazione cristiana oggi: non semplice rivendicazione di un passato assolutamente ovvio ma neanche riduzione dell’ispirazione cristiana a mera testimonianza artistica. Questa è una grande e coraggiosa apertura al futuro: nazionalizzazione italiana senza tentazioni coloniali; economia sociale di mercato ecologicamente compatibile anche per far fronte alla grave crisi economica e finanziaria in atto; identità cristiana consapevole del passato e contestualmente aperta coraggiosamente al futuro. Questo è il senso culturale e politico di un nuovo e grande partito alla cui costruzione chiamiamo quanti sono interessati e consapevolmente pronti ad agire, anche se provenienti da altre esperienze politiche.

Tratto da Liberal del 3 aprile 2009



Allegati






Condividi Ok Notizie Microsoft Live Delicious Digg Facebook Google Bookmark Badzu Reddit Technorati Yahoo Bookmark
Print  stampa elemento
 Condividi
  Send invia


facebook youtube twitter flickr blip.tv
News Top 5 Organizer