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Wednesday, September 03, 2014
   
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L'Unione di Centro
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Thursday, October 08, 2009
Il pendolo maggioritario

Un congresso per definirsi
Il congresso del Partito democratico è di fronte a tre scelte strategiche: il fondamento culturale concernente in particolare la dimensione della laicità dello Stato e dei poteri pubblici in generale; la proposta economico-sociale nel contesto dell'integrazione europea e della globalizzazione; l'organizzazione centrale e periferica del nuovo soggetto politico con particolare riferimento alla probabile evoluzione federalistica dell'Italia. È di tutta evidenza che le scelte che il Partito democratico riuscirà a fare su ciascuno di questi essenziali e coordinati problemi risulteranno significative per l'intero contesto politico italiano, perché si è da molte parti fino ad ora lamentato proprio il mancato scioglimento di questi nodi.
Non si tratta dunque di scegliere prevalentemente tra persone, ma tra le politiche complessive che ciascuna di esse esprime, perché è altrettanto evidente che chiunque voglia guidare il Partito democratico nel prossimo futuro sarà chiamato proprio a rispondere a questi tre problemi. In attesa di conoscere le risposte che il Partito democratico e i singoli candidati alla Segreteria del partito medesimo vorranno dare, è essenziale che sia sciolto in modo auspicabilmente definitivo il nodo tra bipartitismo e bipolarismo, perché si ha l'impressione che l'attenuarsi della scelta bipartitica del Pd non sia del tutto compatibile con l'affermazione di una evoluzione bipolare del sistema politico italiano.
Può sembrare particolarmente astratta la questione della scelta tra bipartitismo e bipolarismo. È invece del tutto evidente che si tratta di una scelta in qualche modo preliminare e pregiudiziale rispetto alle tre questioni alle quali si è fatto riferimento prima. Sembra pertanto opportuno affrontare questa questione di fondo in attesa di una risposta auspicabilmente definitiva dello stesso Partito democratico su di essa.

Maggioritari in quale contesto?
Allorché Walter Veltroni parlò di "vocazione maggioritaria" del nuovo partito pose probabilmente in evidenza il fatto che esso era considerato in qualche modo idoneo, anche da solo, ad affrontare e risolvere i tre nodi sopra richiamati, perché un partito con vocazione maggioritaria deve necessariamente essere in grado di sciogliete e risolvere tutte e tre le questioni indicate in precedenza. Con le dimissioni di Veltroni e il passaggio a Franceschini si è avuta la sensazione che vi sia stata in qualche modo un' attenuazione del significato da attribuire all'espressione "vocazione maggioritari'. Non soltanto una questione linguistica, ma, più profondamente, questione di sostanza: la vocazione maggioritaria da un' alternativa di governo alla coalizione stessa quale ha dato vita Silvio Berlusconi in questi quindici anni o è da ritenersi alternativa soltanto al Popolo delle libertà, lasciando indeterminata la questione delle alleanze?
Il bipartitismo in questo caso - anche se circoscritto ai rapporti tra Pd e Pdl - finirebbe con l'assumere il significato proprio della vocazione maggioritaria indicata da Veltroni, e finirebbe in qualche modo per accettare il principio costitutivo che il Pdl cerca di introdurre nell' esperienza politica italiana, allorché afferma che il voto popolare decide da solo l'intero sistema dei valori dei quali si compone la vita politica nazionale.
Occorre dunque capire in modo finalmente chiaro come il Partito democratico intende adoperare l'espressione "vocazione maggioritaria" rimanendo comunque all'interno di una logica bipartitica. Altra cosa sarebbe invece constatare che il Partito democratico intende passare da una identità bipartitica ad una proposta bipolare.
Il bipolarismo, infatti, costituisce una formula non soltanto organizzativa del potere politico in un determinato Paese. Anche del bipolarismo si possono dare certamente letture e versioni diverse: altro infatti è il bipolarismo britannico, altro quello francese, altro ancora quello spagnolo, altro ancora quello tedesco. Non è per nulla indifferente, infatti, che si sia in presenza o meno di regimi monarchici, di sistemi parlamentari o cosiddetti semipresidenziali, di unità nazionali rigidamente centralistiche o con forti connotazioni identitarie territoriali come nel caso dei Baschi e dei Catalani o dei Länder tedeschi. A quale bipolarismo intende riferirsi il Partito democratico?
Ad un bipolarismo per così dire di modello degasperiano, nel quale da una parte vi sono partiti di eguale dignità, anche se di diversa consistenza elettorale, perché è la coalizione il soggetto costitutivo del governo del Paese? O ad altro bipolarismo non ancora sufficientemente delineato? Ed è di tutta evidenza che per questo tipo di bipolarismo è essenziale il sistema elettorale nazionale: se il sistema è proporzionale, il diverso peso elettorale dei diversi soggetti politici che compongono la coalizione corrisponde ad una effettiva volontà popolare; nel caso in cui sia adottato un sistema maggioritario, il bipolarismo deve necessariamente tener conto, immediatamente di fronte agli elettori, della proposta di governo della coalizione; in caso di premio di maggioranza, si accentuerebbe ancora di più il mutamento dell' esperienza democratica in un sistema di democrazia sostanzialmente elettorale.

L'orizzonte costituzionale
È in questo contesto che il Partito democratico si trova di fronte ad un problema che ancora di recente Gianni Baget Bozzo ha posto in evidenza.
La Costituzione repubblicana è da considerare un prodotto storicamente datato nel quale il significato del Partito comunista era quello di un partito fortemente raccordato alla proposta dell'internazionalismo sovietico, e la Democrazia cristiana era chiamata ad affrontare in modo "nuovo la questione democratica in un contesto ecclesiale che non aveva ancora conosciuto il Concilio Vaticano II, oppure si tratta di un documento ideologico, per così dire politicamente immodificabile da parte di chi non era presente all'Assemblea costituente medesima?
Il contributo del Partito democratico è dunque un contributo indispensabile per capire se siamo diretti verso una esperienza democratica italiana nella quale l'alternanza al governo di coalizioni è reciprocamente legittimata dal voto popolare, certamente, ma anche e soprattutto da un'idea comune dei valori della convivenza, o se siamo costretti a continuare a vivere facendo in modo che il presente elettorale si imponga come unica regola di legittimità democratica, senza passato e senza futuro. Questa distinzione tra bipartitismo e bipolarismo non è dunque priva di conseguenze politiche rilevanti, e non si tratta soltanto di pure astrazioni accademiche. Attenderemo le risposte che il congresso del Pd vorrà dare, nella speranza che si tratti di risposte seriamente utili per l'Italia, chiunque sia chiamato a governarla.
A Chianciano abbiamo cercato di rendere comprensibile la distinzione tra l'ipotesi bipartitica - che l'Udc ha sconfitto contro chi invocava il "voto utile" - e l'ipotesi bipolare, che non vorremmo nascondesse, in fondo, un residuo di bipartitismo.
In tal caso infatti non sarebbe intellettualmente corretto dire che l'Udc è contro il bipolarismo, perché - come anche Casini l'ha ripetuto fino alla noia - non siamo favorevoli ad una alternativa fra due partiti ma ad una alternanza tra due proposte alternative di governo.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche anno VI - numero 4 I - ottobre 2009



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