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Wednesday, February 10, 2010
D'Onofrio: Se l'Europa non è più centrale

Mentre il dibattito politico sembra concentrarsi in Italia su questioni molto locali o persino localistiche, nel mondo stanno avvenendo fatti che interpellano anche il nostro Paese, in termini strategici e non solo congiunturali: la lunga stagione chiamata"eurocentrismo"è in grado di sopravvivere a quella che si può certamente chiamare l'era della globalizzazione?

Non si tratta di una questione solo di nuovi equilibri militari, come la vicenda iraniana sembra prefigurare; non si tratta soltanto di equilibri economici anch'essi radicalmente nuovi, come appare rilevante nel rapporto tra debito pubblico statunitense e credito cinese soprattutto finanziario; non si tratta soltanto di nuovi equilibri sociali, come sembra evidente per il rapporto sempre più netto tra chi è ricco - che abita prevalentemente nel Nord del pianeta - e chi è povero - che abita prevalentemente nel Sud del mondo. Si tratta - in un certo senso - di tutti e tre questi problemi, ma non soltanto di essi.

Al fondo, infatti, è in gioco proprio quel moto plurisecolare che, almeno dal Quattrocento in poi, ha fatto di diversi popoli europei il centro nevralgico di quella che gli europei medesimi hanno ripetutamente chiamato "la storia del mondo". L'eurocentrismo non ha infatti significato di volta in volta il prevalere militare o economico o sociale di questa o quella parte del continente europeo, ma ha significato il primato - culturale innanzitutto - dell'Europa in quanto tale, della sua storia, della sua civiltà, della sua religiosità su qualunque altra parte del mondo, che non avesse appunto radici comuni con questa storia europea. Nel passaggio dal sistema economico-sociale-culturale di tipo agricolo al sistema economico-sociale-culturale di tipo industriale, il primato dell'Europa è rimasto sostanzialmente intatto.

Il diritto privato; il diritto pubblico; l'ordine dei concetti gerarchicamente definito in termini greco-latini da un lato, e giudaico-cristiani dall'altro; il senso complessivo della vita, con il significato che in esso si è dato alla parola"successo"; il valore processuale che è stato attribuito all'organizzazione politica, chiamata "democrazia''; i sentimenti costitutivi dell'essere umano, quali l'amore e l'odio hanno infatti rappresentato in qualche misura il significato del primato europeo e quindi dell'eurocentrismo, nel senso sopra descritto. L'avvento del processo di cambiamento chiamato globalizzazione sta modificando complessivamente tutti questi significati. Basti pensare al modo radicalmente diverso con il quale guardiamo alla vita e alla morte noi europei da un lato, e coloro che non sono europei dall'altro.

Non occorre essere seguaci di Huntington per guardare alla situazione attuale come ad una situazione che può essere foriera di uno scontro di civiltà. È infatti sufficiente tentare di produrre una analisi serena e disincantata della situazione attuale della globalizzazione per capire che nel passaggio dal sistema industriale - che abbiamo conosciuto nei due secoli scorsi - al sistema prevalentemente finanziario, che la globalizzazione sta finendo con l'imporre al di là della volontà dei singoli Stati, sono in gioco tutte le questioni alle quali abbiamo fatto riferimento prima. Quel che più conta, dunque, è proprio il progressivo venir meno della supponenza eurocentrica nei confronti di quello che un tempo si chiamava "il resto del mondo".

È in questo contesto che l'Europa stenta a comprendere ancora oggi che non ha di fronte a sé un tradizionale presidente degli Stati Uniti, ma una persona che deve infatti essere considerato il primo Presidente della globalizzazione. Si tratta di cercare di capire che fin dal primo momento Obama ha sottoposto a riconsiderazione la politica militare, la politica economica, la politica sociale degli Stati Uniti, per ciascuna delle quali ha tentato e sta tentando un equilibrio tra primato degli Stati Uniti e globalizzazione, che chiama in gioco tutti i valori costitutivi della stessa identità statunitense.

L'Europa stenta a comprendere che si tratta di una grande sfida: è come se in essa vi fosse ancora chi rimpiange la Guerra Fredda, perché questa in qualche modo era ancora una guerra caratterizzata proprio dall'eurocentrismo. Fascismo, nazismo, comunismo sono stati infatti anche essi prodotti dell'eurocentrismo, non meno della libertà e della democrazia, che hanno caratterizzato l'essenza positiva della lunga stagione dell'eurocentrismo. Si tratta ora di vedere se con la globalizzazione, l'Europa - sia nel senso degli Stati che fanno parte dell'Unione, sia nel senso degli Stati che come la Russia non ne fanno parte - sarà capace di far prevalere libertà e democrazia anche nei nuovi Stati emergenti, che della globalizzazione stessa sono parte decisiva.

Di Francesco D'Onofrio, tratto da lIberal del 10 febbraio 2010







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