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Wednesday, February 17, 2010
D'Onofrio: II protezionismo non governa l'immigrazione

Le vicende di via Padova a Milano, insieme a quel che è accaduto qualche settimana fa a Rosarno in Calabria, stanno facendo esplodere ancora una volta la questione dell'immigrazione in Italia, non meno di quanto si sia già potuto verificare in altri Paesi europei, occidentali in particolare, e negli Stati Uniti d'America. Risulta di tutta evidenza che non esiste una risposta adeguata su questo tema se si resta ancorati alla tutela integrale della identità: questa infatti può essere religiosa, economica, etnica, sociale, istituzionale. In breve la questione è culturale nel senso più ampio del termine.

La difesa integrale della identità, per come questa sembra essere intesa oggi, tende infatti a combinarsi con una cultura sostanzialmente protezionistica, sia nel senso della protezione della identità religiosa (di qui i vari "ghetti" ebraici presenti in varie parti d'Europa); sia nel senso della protezione della identità economica (di qui le proposte variamente articolate sulla introduzione e sul rafforzamento dei dazi sui prodotti di importazione); sia nel senso della protezione della identità etnica (di qui i vari "ghetti" su base etnica fino al punto di sfociare in veri e propri "ghetti" razziali); sia nel senso della protezione sociale (di qui la costituzione di vere e proprie "isole" fondate sul valore degli immobili e sulla vita quotidiana); sia nel senso della protezione istituzionale (di qui le proposte variamente articolate su sempre più forti autonomie locali e regionali, fino al punto della invocazione di una vera e propria affermazione di identità nazionali localistiche distinte da quella nazionale, come nel caso della "Padania").

La questione, dunque, è molto complessa, perché attiene ad un valore riassuntivo di fondo: la cultura che si pone alla base della questione dell'immigrazione è una cultura sostanzialmente protezionistica e, quindi, tende ad affermare come esclusivo il valore tipicamente populistico del voto, della gente, del consenso sulle specifiche questioni. L'alternativa di fondo oggi deve essere vissuta nel contesto della tendenziale globalizzazione: non ci si può più illudere che si possa proteggere una identità culturale fondata sul protezionismo e, quindi, su proposte operative di stampo populistico. È di tutta evidenza che la globalizzazione è stata ed è vissuta in modo molto diverso da Paese a Paese: gli Stati Uniti d'America hanno infatti vissuto una sorta di anticipo della globalizzazione nel contesto della loro esperienza continentale, nella quale l'immigrazione ha rappresentato di volta in volta aspetti religiosi, economici, etnici, sociali ed istituzionali.

I Paesi europei occidentali hanno vissuto e stanno vivendo, invece, la questione complessiva dell'immigrazione soprattutto alla luce della loro precedente esperienza colonialistica: si pensi alla Gran Bretagna, al Belgio, all'Olanda, alla Spagna, al Portogallo e alla Francia. Manca di conseguenza una comune visione europea sul tema del rapporto tra immigrazione e globalizzazione, così come manca una visione statunitense complessiva, che la nuova presidenza degli Stati Uniti sembra in grado di voler affrontare per la prima volta in termini contemporanei, aperti al futuro.

Incombe su tutti il tema della cittadinanza: cosa significa oggi essere cittadini di uno Stato? Cosa significa oggi il richiedere l'adesione a principi costituzionali così diversi gli uni dagli altri nei diversi Paesi d'Europa? Cosa significano i due principi opposti, l'uno fondato sullo jus sanguinis, l'altro fondato sullo jus soli? Non sorprende che una prima e pigra risposta alla nuova sfida dell'immigrazione sia vissuta in Italia sull'onda del principio protezionistico, fatto proprio dalla Lega Nord in nome soprattutto dei risultati elettorali che il principio stesso sembra fino ad ora assicurare. Occorre passare ad una vera e propria alternativa culturale: non più identità da un lato e integrazione dall'altro, bensì fare in modo che l'integrazione entri a far parte della stessa cultura dell'identità. Se passiamo infatti a considerare gli immigrati alla luce del principio etico dell'eguaglianza, ci rendiamo conto che si può combinare difesa della legalità da un lato e integrazione dall'altro. In tempi di globalizzazione non si può infatti essere protezionisti sull'immigrazione e liberali sul commercio mondiale. Non si tratta di un'alternativa semplice o immediata. Ma è comunque un mutamento necessario.

di Francesco D'Onofrio, tratto da Liberal del 17 febbraio







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