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Tuesday, May 11, 2010
D'Onofrio: Gran Bretagna, un voto, due sfide
Qual è l'idea d'Europa? Quale nuova legge elettorale?

Sono ormai numerose anche al di fuori della Gran Bretagna le analisi politiche e culturali del suo ultimo voto politico. Non sembra opportuno trarre conseguenze definitive dall'analisi di questo voto: non è stato un semplice incidente di percorso (come pur qualcuno afferma); ma non è stato neanche il canto del cigno del bipolarismo britannico (come qualcun altro frettolosamente ha affermato). Chi infatti approfondisca l'analisi e lo studio delle vicende istituzionali della Gran Bretagna, sa che il cammino verso quello che troppo fantasiosamente è stato ritenuto un bipolarismo tendenzialmente bipartitico, non ha mai rappresentato una soluzione stabile della storia britannica. Si considerino infatti i dibattiti accesissimi sulle diverse circoscrizioni elettorali (basti pensare alla lunga vicenda che gli stessi inglesi definiscono dei "rotten boroughs"). Si rifletta sulle tormentate vicende territoriali che hanno riguardato la Scozia e l'Irlanda nei rispettivi rapporti con quella che un tempo si chiamava l'Inghilterra.

Si considerino le complesse e significative vicende che nel corso del XIX secolo hanno visto l'emergere del Partito laburista, minoritario dapprima e maggioritario in seguito; basti pensare infine alle trasformazioni concernenti la Camera dei Lords e la stessa monarchia. Questa complessa storia britannica non era infatti mai approdata ad una sorta di bipartitismo per così dire "irenico" tra conservatori da un lato e laburisti dall'altro, come pure si era voluto far credere in tempi recenti anche in Italia. Sono queste dunque le ragioni che inducono a ritenere che anche dopo l'ultimo voto politico britannico si è in presenza di una pluralità di pulsioni che ancora non hanno trovato un equilibrio costituzionale adeguato. Il Partito liberaldemocratico di Nick Clegg (che pure ha avuto un esito elettorale inferiore rispetto alle attese delle ultime settimane) si trova dunque di fronte ad una complicatissima alternativa: concorrere a formare un governo con chi conservatori o laburisti - non condivide strategicamente nessuna delle due questioni che sono fondamentali per i liberaldemocratici. Sistema elettorale quanto meno non brutale quale è il sistema attuale vigente in Gran Bretagna da un lato; rapporti con l'Unione europea dall'altro.

I liberaldemocratici sono infatti portatori di due esigenze rilevanti ma fortemente minoritarie nella cultura popolare britannica: da un lato la richiesta di un sistema elettorale proporzionale (che quindi ignora in qualche modo le forti radici territoriali dell'attuale sistema uninominale); dall'altro una scelta europeistica destinata a por fine alla radicata convinzione britannica per cui gli inglesi troppo filoamericani per poter essere integralmente europeisti, perché gli Stati Uniti erano in fondo un'antica colonia inglese, mentre l'Europa continentale non è mai stata britannica. Sarà dunque il tempo a far comprendere se le pulsioni minoritarie dei liberaldemocratici diventano talmente forti da spingere ad una sostanziale intesa su entrambe le questioni che essi pongono a conservatori e laburisti per la formazione di un governo dignitosamente solido, o se invece la Gran Bretagna dovrà molto presto ritornare alle urne per far sciogliere direttamente dagli elettori i due nodi che i liberaldemocratici pongono - e non da oggi - all'attenzione dell'opinione pubblica britannica medesima. La crisi finanziaria che l'euro sta vivendo è pertanto vissuta in Gran Bretagna anche alla stregua delle due questioni strategiche poste dai liberaldemocratici: l'adesione all'euro resta infatti una questione di identità culturale prima ancora che di convenienza economica, perché si tratta anche in questo caso di decidere quale è l'idea di Europa che i britannici hanno in niente; il cambiamento dell'attuale sistema elettorale nel senso di un nuovo equilibrio costituzionale, capace di tenere insieme il forte radicamento territoriale della stessa rappresentanza politica da un lato e la sostanziale proporzionalità tra tutte le forze politiche dall'altro, pone in questione il fatto che esse tutte devono pur avere una qualche idea di Gran Bretagna.

Sono queste le ragioni che inducono a guardare all'ultimo voto inglese con molta attenzione, senza cadere nella tentazione di vedere in esso una sorta di inciampo temporaneo dell'altrimenti consolidato sistema bipartitico, o - al contrario - l'inizio di una vera e propria svolta istituzionale. Mai come oggi sembra di poter dire che il pragmatismo britannico tende a muovere più verso l'attuale complessivo sistema tedesco (che si compone appunto di collegi uninominali e territoriali da un lato, e di esito complessivamente proporzionale dall'altro), che non verso una sorta di proporzionale puro e semplice, destinato a non fare i conti anche con la complessa storia territoriale dell'attuale regno di Gran Bretagna.

Di Francesco D'Onofrio, tratto da Liberal dell'11 maggio 2010







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