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Tuesday, August 03, 2010
D'Onofrio: Il presidente di Assemblea parlamentare
A Montecitorio non vale il premio di maggioranza

Si è molto discusso negli ultimi giorni sulla compatibilità della presidenza della Camera dei deputati da parte di chi - come Gianfranco Fini - è anche leader non di una qualunque componente politica interna al maggior partito della maggioranza, ma di una posizione culturale e politica che tende a distinguere il voto popolare da un lato, e alcune fondamentali decisioni politiche di chi esercita funzioni di governo. Si è infatti in presenza di una situazione costituzionale molto diversa da quelle che sono state basate sulla distinzione tra funzioni di garanzia istituzionale proprie della presidenza di Assemblea parlamentare, e schieramenti politici di governo.
Nella cosiddetta Prima Repubblica, infatti, la presidenza di Assemblea parlamentare è stata sempre ritenuta compatibile con il contemporaneo esercizio di una funzione strettamente politica, quale è certamente la presidenza o la segreteria di un partito politico.

Ma oggi non siamo ancora a questo punto, perché esistono gruppi parlamentari ma non anche partiti politici diversi all'interno dello stesso maggior partito politico della coalizione di governo. In tutto l'arco di tempo che va dal 1948 al 1992, infatti, la presidenza di Assemblea parlamentare è sempre stata decisa dal maggior partito che ha costituito tutte le maggioranze di governo caratteristiche appunto della cosiddetta Prima Repubblica: vi sono stati pertanto presidenti del Senato o della Camera che erano espressione di questo o quel partito che faceva parte della maggioranza di governo. In quel lungo periodo, l'inizio della legislatura parlamentare prevedeva l'elezione a presidente del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati di un esponente anche se caratterizzato in senso fortemente partitico, che fosse espressione di partiti che avevano fatto parte o che avrebbero fatto parte della maggioranza di governo.
La stabilita della carica di presidente del Senato o della Camera rispetto alla nota instabilità dei governi trovava infatti un punto di riferimento proprio nella sostanziale stabilita del maggior partito di governo, perché l'alleanza politica era comunque racchiusa tra i partiti di centro o di centrosinistra, che insieme alla Democrazia cristiana avevano dato o avrebbero dato vita al governo della Repubblica. La coincidenza tra la maggioranza di governo e la presidenza di Assemblea parlamentare conviveva pertanto con il principio costituzionale, scritto più nei regolamenti parlamentari che non nella Carta costituzionale stessa, in base al quale vi erano garanzie di convivenza istituzionale assicurate anche a chi non aveva fatto parte o non avrebbe fatto parte della maggioranza di governo. In questo lasso di tempo, pertanto, si operava politicamente con il principio costituzionale della distinzione tra maggioranza di governo e presidenza di Assemblea parlamentare. Allorché si ritenne possibile rendere persino visibile questa distinzione, iniziò il periodo della presidenza della Camera dei deputati, alla quale veniva indicata una personalità politica espressione del Partito comunista italiano, che non aveva mai fatto parte delle maggioranze di governo dal 1948 in poi: inizia per queste ragioni di fondo la presidenza Ingrao e - di seguito - la presidenza Jotti e la presidenza Napolitano. Non sempre chiara - almeno fino ad oggi è stata la soluzione costituzionale adottata nel periodo che va dal 1994 ad oggi: sempre la maggioranza di governo ha scelto la presidenza delle due Camere e ha teso a far coincidere il voto popolare di governo con le istituzioni parlamentari.
La distinzione tra la maggioranza di governo da un lato e la maggioranza istituzionale dall'altro trova invece un fondamento sicuro proprio nell'impostazione costituzionale originaria, sia per quel che concerne in particolare la revisione costituzionale, sia nelle formulazioni anche scritte dei regolamenti parlamentari che non prevedono alcun tipo di rapporto politico di fiducia tra la maggioranza parlamentare e il suo presidente. Questa distinzione fa parte di una cultura istituzionale radicalmente diversa da quella di chi afferma che il voto popolare determina non solo la legittimità dell'esercizio della funzione di governo da parte di chi ha vinto le elezioni, ma anche la titolarità stessa delle funzioni istituzionali nate per essere di garanzia di valori diversi da quelli del governo del Paese, che per scelta democratica devono sempre potersi basare sul consenso popolare, sempre che l'elezione di deputati e senatori avvenga in modo da rispettare il consenso popolare medesimo.

Il premio di maggioranza, che l'attuale legge elettorale prevede, deve pertanto essere considerato essenziale per costituire una maggioranza di governo, ma non automaticamente necessitante una coincidenza tra schieramento politico di maggioranza e presidenza di Assemblea parlamentare. Questa è la differenza fondamentale tra la presidenza di Assemblea parlamentare della cosiddetta Prima Repubblica e la questione oggi aperta in riferimento alla presidenza Fini della Camera dei deputati: si tratta sostanzialmente di ritenere le Camere come parte costitutiva della stessa maggioranza di governo, a sua volta legittimata direttamente dal voto popolare, o - al contrario - di ritenere che la funzione di garanzia sia non solo una sorta di "orpello" regolamentare, ma - ben più significativamente - sia una parte essenziale del modo di intendere il sistema costituzionale visto nel suo insieme.
Questi appaiono i punti di fondo della situazione nuova che si è venuta a creare, e sta ai protagonisti politici della maggioranza di governo e agli esponenti dei gruppi di opposizione ricercare, anche se faticosamente, un nuovo equilibrio costituzionale.

Di Francesco D'Onofrio, tratto da Liberal del 3 agosto 2010



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