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L'Unione di Centro
nel territorio

Thursday, November 04, 2010
D'Onofrio: Le difficoltà del presidente «globale»
La lezione che arriva dal voto di Midterm

Anche in Italia sono stati molto numerosi i commenti concernenti le ultime elezioni statunitensi, notoriamente definite di Midterm. È del tutto comprensibile che questi commenti abbiano cercato di cogliere le ragioni strategiche che hanno portato il Gop a conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera dei rappresentanti, e ad incrementare i propri seggi al Senato degli Stati Uniti. Si è trattato infatti di ragioni molteplici che riguardano sia quelli che sono stati considerati difetti di Obama, sia le ragioni di un conservatorismo religioso, sociologico o economico, come nel caso del più volte richiamato "Tea party".
Difetti di Obama, di volta in volta sono stati considerati sia il fatto che alcune sue politiche riformatrici sono apparse troppo timide per i democratici "radicals", sia il fatto che queste riforme - quella sanitaria e quella finanziaria - hanno posto in discussione, da un lato, elementi fondamentali della cultura iper-individualistica statunitense, e, dall'altro, elementi altrettanto fondamentali della propensione di Wall Street a ritenersi sempre e comunque dominante nelle scelte finanziarie statunitensi. Perciò, il voto favorevole al Gop ha rappresentato sia una spinta verso il populismo americano di destra sia una spinta verso il centro economico e sociale.

Obama resterà un intransigente oppositore democratico soprattutto del populismo del "Tea party", e dovrà cercare di combinare la sua proposta di cambiamento (il suo slogan infatti era "Change", che era posto a fondamento del molto più noto"Yes, we can") costruito sulla speranza (che Obama stesso aveva significativamente espresso con "Hope"), con il tradizionale moderatismo da "middle class", che caratterizza la vita politica statunitense. Combinare pertanto lo slogan fondamentale "Yes, we can" con i due presupposti "Change" e "Hope" rappresenta la sfida che Obama stesso dovrà affrontare nel secondo biennio della sua presidenza. Appare infatti necessario a questo punto collocare la presidenza Obama nel nuovo contesto del multipolarismo mondiale, perché Obama stesso era apparso sin dall'inizio una sorta di ideale presidente della globalizzazione, più ancora che presidente degli Usa. È infatti proprio questo rapporto tra gli Stati Uniti da un lato e il nuovo multipolarismo mondiale della globalizzazione dall'altro a rappresentare una grande novità sulla scena politica mondiale. Anche negli Stati Uniti c'è un conflitto sempre più marcato tra l'originaria identità dello Stato nazionale e la globalizzazione che pone a confronto i vecchi Stati nazionali con i nuovi rilevanti protagonisti dell'economia mondiale, quali la Cina, l'India, il Brasile e la Russia.

In questo contesto è come se l'autunno della vecchia Europa trovasse nel presidente degli Stati Uniti un leader capace a un tempo di essere ancora un grande leader di un antico Stato-Nazione, e anche un protagonista del nuovo multipolarismo. Ma è di tutta evidenza che se anche negli Stati Uniti a fronte del "Change" che Obama ha proposto, prevale la paura rispetto alla "Hope", il risultato delle elezioni statunitensi del Midterm costituirà un freno molto forte per il "Change" medesimo. Occorre in questo contesto considerare, infine, che con pochissime eccezioni, non si scorgono nel nuovo multipolarismo mondiale, entità politiche capaci di combinare democrazia e sviluppo. Questa è la sfida di fronte alla quale è posto Obama, e mai come oggi, noi europei possiamo vedere in lui in qualche misura anche il nostro Presidente.

Di Francesco D'Onofrio, tratto da Liberal del 4 novembre 2010



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