﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0"><channel><title>UDC-italia RSS : News</title><link>http://www.udc-italia.it/news/default.aspx?TypeID=3</link><description>Articolo News  da UDC-italia RSS</description><copyright>Copyright</copyright><ttl>0</ttl><item><category>NEWS</category><title>Gheddafi a Roma, Adornato: diritti umani dimenticati</title><description>ROMA, 30 AGO - 'Difendere i diritti umani non significa interrompere i rapporti diplomatici con chicchessia, con tutti ci vuole dialogo e cooperazione; pero' non vanno dimenticati i diritti umani'. Lo afferma Ferdinando Adornato, deputato dell'Udc e fondatore di Liberal, in un'intervista a CNRmedia . 'Mi sembra di poter dire che negli ultimi anni c'e' stata - aggiunge Adornato - una deriva evidente della nostra politica estera, in cui i rapporti amicizia che Berlusconi ama spesso esibire con i leader occidentali hanno ceduto il posto a rapporti unilaterali e univoci con Putin e Gheddafi. Credo che questa non sia la storica collocazione dell'Italia. Siamo in presenza - conclude Adornato -del rischio di una deviazione della collocazione tradizionale del nostro paese nelle alleanze internazionali'. (ANSA).
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=91842&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Berlusconi: Adornato, Casanova ai piombi, lui ha Lodo Alfano</title><description>

 
Chianciano Terme, 12 sett  - “In Italia siamo all’8 settembre della politica, si è certificata la morte della politica.
 Siamo di fronte ad un incrocio fra Beirut e Beverly Hills dove i veleni e gli odi si intrecciano con i lussi di cartapesta ,
 la ricerca del successo facile, irritanti fiere delle vanità”.  Lo ha detto, nel corso del suo intervento agli Stati Generali del 
Centro di Chianciano Terme, il deputato dell’Unione di Centro Ferdinando Adornato.&lt;breve&gt;
 
“Berlusconi – prosegue Adornato- ha detto di essere come Casanova: ma Casanova sfidava il potere anche con le sue avventure amorose. Berlusconi , invece, usa e abusa del potere per le sue avventure amorose. Casanova è stato anche ai piombi, Berlusconi invece ha il Lodo Alfano”.
 
“L’Unione di Centro è l’unico luogo della politica italiana del 2009. Noi non siamo né ottimisti, né pessimisti, siamo seminatori:  siamo formiche, non cicale e stiamo buttando un seme. La nostra è la solitudine dei numeri primi, di chi rappresenta le più grandi tradizioni del Paese.  Corriamo un rischio – conclude Adornato - ma lo corriamo volentieri”.


</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=85450&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Stati Generali del Centro: la relazione di chiusura di P. F. Casini</title><description>CHIANCIANO - STATI GENERALI DEL CENTRO&lt;br&gt;
13 settembre 2009&lt;p&gt;

&lt;p&gt;
Grazie, grazie, grazie a tutti. &lt;br&gt;
Grazie all’organizzazione, grazie soprattutto ai giovani che hanno lavorato
in questi giorni; grazie alle donne, a Marisa Fagà e consentitemi di dire un
grande grazie, spero che sia la standing ovation della giornata, ad Antonio
De Poli che ha fatto un lavoro straordinario.&lt;br&gt;
Grazie ai nostri coordinatori nazionali ed è molto bello che a questo tavolo
ci siano quattro personalità come Savino Pezzotta, Ferdinando Adornato,
Rocco Buttiglione e Lorenzo Cesa, che vengono da esperienze diverse,
da storie personali diverse. Questo non la riteniamo una debolezza, ma la
riteniamo una forza, non di un partito nuovo, ma di un nuovo partito, che è
una questione sostanzialmente diversa, che noi stiamo fondando oggi. 
Ma questa è solo la prima pietra, la costruzione non potrà che ultimarsi con i tempi della politica, coi tempi necessariamente connessi anche alle grandi
Questioni: pensiamo ad esempio all’appuntamento delle elezioni regionali
tra qualche mese. &lt;br&gt;
Io debbo dire la verità, sono contento di quello che ho visto qui. Prima di
tutto un aspetto non banale: qui ci sono state 2000 persone che dal mattino
alla sera, per dieci ore, hanno sentito i dibattiti. In un momento in cui la crisi della politica avvolge tutti, non è banalissimo che si abbia ancora la voglia di discutere e non è banalissimo che qui ci siano persone diverse, persone che vivono un’esperienza di partito, persone che vivono un’esperienza di mondo cattolico, persone che animano movimenti, personalità che vengono da una tradizione liberal-democratica che non confligge in alcun modo con la nostra perché oggi esistono valori condivisi e nessuno può pensare di riformare una forza politica rialzando steccati che in qualche modo sono antistorici e che nessuno, tanto meno il mondo cattolico, ha interesse a coltivare. &lt;br&gt;
Io ho sentito discorsi splendidi, non solo quelli di tanti giovani tra cui evidentemente metto al primo posto Ciriaco De Mita perché in termini di maturità sembra il più giovane, ma discorsi come quelli di Riccardi ieri, una straordinaria testimonianza di una personalità che ha vinto il premio Carlo Magno e che per il suo europeismo e per il suo radicamento nel cattolicesimo contemporaneo, non è una figura banale.

Vorrei ricordare quelle persone, tante, che hanno creduto al nostro progetto politico, naturalmente non posso che fare degli esempi. Non è banale che ci sia tra di noi una personalità scomoda come Magdi Cristiano Allam, o che ci siano personalità che noi sentiamo evidentemente già da tanto tempo come nostri militanti e amici come Carlo Casini e il suo Movimento per la Vita.
&lt;p&gt;
Vedete, vorrei arrivare alla sostanza, ringrazio anche che mi sia stata data la possibilità di parlare prima del previsto, di essere sereno nel poter sviluppare il mio ragionamento. &lt;br&gt;

Noi oggi possiamo avere tre stati d’animo. &lt;br&gt;
Il primo è di compiacimento: le Europee sono andate bene, le elezioni amministrative sono andate meglio, ci prepariamo con serenità alle elezioni regionali. &lt;br&gt;
Il secondo di consapevolezza: noi un anno e mezzo fa eravamo dei sopravvissuti. Oggi siamo decisivi e il corteggiamento a cui siamo sottoposti, il più delle volte basato su questioni non politiche, dimostra la crisi della politica che c’è oggi. Ne è la prova proprio il fatto che tutti ci riconoscano che siamo decisivi: ieri marginali, ieri da fare fuori, ieri da sopprimere in fasce, oggi da corteggiare. &lt;br&gt;
Ed io devo dire, sinceramente, che se oggi siamo decisivi, domani potremo essere la forza del cambiamento di questo Paese perché questa politica non piace agli italiani. Non piace agli italiani questa politica. 
Il terzo stato d’animo, amici, dovrebbe essere di autocritica. Poiché Saverio Romano è un mio grande amico posso dire che non ho condiviso quello che ha detto. &lt;br&gt;
Qui non c’è bisogno dei sindacalisti, dei militanti del partito. Qui c’è bisogno di autocritica e poiché io ritengo di essere il primo militante di questo partito, dico che bisogna fare di più, che il partito ha fatto poco rispetto a quello che poteva fare e che noi dobbiamo leggere i risultati elettorali, le preferenze attribuite, le persone elette, i differenziali tra i voti alle amministrative e quelli alle europee e alla fine di questa analisi una classe dirigente che si propone di essere la forza del cambiamento non è che deve farsi bella del fatto che, diciamo così, che siamo bravi, no, dobbiamo essere migliori. Questa è la grande forza che dobbiamo avere, la consapevolezza che non è vero che abbiamo fatto tanto, abbiamo fatto poco rispetto alle nostre possibilità, dobbiamo fare molto di più.
&lt;p&gt;
E devo dire noi non alimentiamo nemmeno gossip della politica. Mi dispiace se il mio intervento avrà poco spazio sui giornali, ma non riesco ad alimentare gossip della politica, perché noi contestiamo proprio una politica che si basa sui gossip. &lt;br&gt;
Ho letto questa mattina un giornale, il titolo era: “lo scontro Fini – Bossi fa sognare i centristi”. No, si sono sbagliati, lo scontro Fini - Bossi rattrista tutti gli italiani che vorrebbero una politica produttiva, non fa sognare i centristi, perché noi non viviamo sulle disgrazie altrui, ma sulle nostre azioni al servizio di questo Paese. 
&lt;p&gt;
Amici, il Centro non è un luogo, è una politica, il Centro è un’idea inclusiva dell’Italia, il Centro è un insieme di valori, è un momento di identificazione nazionale, il Centro deve partire dalla ricostruzione dei partiti e delle istituzioni. &lt;br&gt;
Noi siamo un Paese in guerra, in guerra con se stesso, in guerra con gli altri: mentre noi vogliamo un Paese pacificato, noi vogliamo un Paese in cui sia possibile trasmettere un messaggio di verità, di moralità e di speranza ai nostri figli che hanno l’immagine della politica come se fosse caratterizzata solo da festini a base di escort, o magari da piccoli eventi di altro tipo. &lt;br&gt;
Non ci piace tutto questo. Non ci piace nemmeno la gratuità e la grevità delle battute che ha fatto ieri Bossi alludendo agli aiuti chimici per le performances sessuali. Non ci piace, questa è una politica di cui mio padre si sarebbe vergognato rispetto a me che ero suo figlio, questa è una politica che non porta da nessuna parte. &lt;br&gt;
Noi non abbiamo detto una parola su queste cose di Berlusconi, e riteniamo che sia un merito perché quando abbiamo visto l’altro giorno la conferenza stampa del Premier, abbiamo provato tristezza per il nostro Paese rispetto agli altri Paesi europei. Poiché non abbiamo usato nessuna parola inutile, invitiamo chi si inventa manovre della mafia addirittura a lasciar perdere. Qualcuno ha detto il caso delle escort l’ha inventato la mafia per colpire Berlusconi: ragazzi la mafia è una cosa seria, lasciamo perdere queste sciocchezze, cerchiamo di essere dignitosi, la mafia è un cancro da estirpare e da combattere e noi non possiamo in alcun modo ridicolizzare eventi e fatti. &lt;br&gt;
Noi vogliamo indicare altri modelli, non quello delle veline, dei fotoromanzi, noi vogliamo indicare i modelli che ci piacciono, quelli dei nostri giovani, giovani come gli altri, con i loro pregi e i loro difetti, quelli dei ragazzi del volontariato, quelli delle O.N.G. che sono in giro per il mondo o che magari fuori dal cortile di casa aiutano i ragazzi che non sono autosufficienti. &lt;br&gt;
I nostri militari che difendono la Patria e la pace nel mondo, i nostri amici, caro Antonio De Poli, come Diego Murari, che tutte le mattine mi manda un messaggino invitandomi ad avere fiducia. E’ ammalato, ma lavora per gli altri costantemente. &lt;br&gt;
Noi vogliamo pensare solo e semplicemente ai nostri figli che studiano ed hanno apprensione per il futuro, ai ragazzi che rischiano di seguire la strada della ricercatrice che Adornato ha invitato qui e che ci ha dato una dimostrazione straordinaria di attaccamento al nostro Paese. &lt;br&gt;
Noi vogliamo difendere l’identità cristiana. E’ un’idea di ciò che siamo, è un’idea del nostro destino nazionale: noi vogliamo difendere la nostra identità cristiana convinti che siamo i figli di una tradizione di un immenso e grande partito laico di ispirazione cristiana. &lt;br&gt;
I valori, però lo voglio dire a tutti, a chi sta qui e a chi sta fuori di qui, si difendono non per le virtù morali che abbiamo o che non abbiamo, i valori si difendono per convinzione, non per convenienza. &lt;br&gt;
E voglio dire agli amici che in questi mesi si sono lamentati, magari di un supporto insufficiente da parte della Chiesa: non chiedetemi mai cosa la Chiesa darà a qualcuno di noi, a un partito o movimento. Questa è una logica mercantile che svilisce la politica, umilia la Chiesa, offende i cattolici. &lt;br&gt;
Qui c’è un partito, e lo vogliamo dire ai cattolici italiani, che difende valori come la sacralità della vita, come la famiglia, come la difesa dei più deboli, come le nuove frontiere della bioetica che devono essere poste al servizio dell’uomo e non per la sua manipolazione, qui c’e’ un partito che queste scelte le fa per convinzione, senza aspettarsi niente, ma in uno spirito di gratuità e di dedizione. &lt;br&gt;
Noi facciamo queste scelte perché riteniamo ad esempio che la vita sia inviolabile in un Paese, in un mondo che sta perdendo il senso della vita - Prof. Gigli grazie per quello che fai - offendendo la sacralità di un mistero, di un dono che nessuno, credente o non credente che sia, ha la disponibilità di distruggere. Questo è il terreno di incontro, anche sui temi etici, tra il mondo cattolico e coloro che non credono: fecondazione, bioetica. Questa è la nostra laicità, che si basa sul concetto di libertà. Libertà per tutti, anche per chi credendo deve essere libero di vivere le sue scelte di fede senza vergogna, magari confinandosi nel privato della sua coscienza. &lt;br&gt;
Non esistono parlamentari di serie A e di serie B. Esistono parlamentari liberi e nessuno può fissare o delimitare i contorni del politicamente corretto bacchettando qualchedun altro. I cattolici non possono essere rispettati solo se fanno scelte politicamente corrette. Qual è il confine? E chi lo traccia? &lt;br&gt;
Noi, parlamentari cattolici, in tutti gli schieramenti in cui siamo stati eletti, difenderemo questi valori per convinzione e non accettiamo di essere parlamentari di serie B. &lt;br&gt;
Grazie. Grazie al Presidente della Camera, non per la lezione di catechismo, ma perché ha spiegato che come Presidente della Camera difenderà i diritti di tutti i parlamentari. Non ne ho mai avuto dubbio, ma penso che sia stato molto significativo ieri, questo intervento del Presidente della Camera. &lt;br&gt;
Stiamo parlando di valori. E consentitemi - perché è un valore anche la solidarietà - se parlando di questi valori, oggi voglio esprimere da questo palco un messaggio di solidarietà. Voglio dire a un uomo, anche difficile, con cui ho discusso e a volte, detto tra noi, anche un po’ litigato, voglio dire a Dino Boffo che qui c’è un popolo che lo stima, lo apprezza, nel momento di una sofferenza forte e ingiusta: ha difeso la libertà dei cattolici, il loro diritto di esprimersi senza che nessuno possa bacchettarli.
Ma a pensarci bene, la storia del fuoco amico che si è abbattuto su Dino Boffo è la metafora di un’Italia che stiamo vivendo. È la spia preoccupante di un’intolleranza per il giudizio politico diverso ed è un fuoco amico che con non meno virulenza si è abbattuto su chi impegnato ai vertici delle istituzioni anche se dice, le ha detto anche ieri, delle cose di buon senso, ovvie, che forse però non entrano nel coro degli adulatori, cose che forse, proprio per questo, diventano di per sé pericolose. &lt;br&gt;
Vedete, noi abbiamo ben chiara una cosa: abbiamo ben chiaro che i moderati danno fastidio. &lt;br&gt;
Io personalmente ho ancora più chiaro che i moderati danno più fastidio degli altri. Io ho la profonda consapevolezza che quando il mio amico Franceschini propone una santa alleanza contro Berlusconi, come ha fatto questa mattina, dimostra che le elezioni non gli sono servite a niente perché un’alleanza di questo tipo è il più grande regalo che può fare a Silvio Berlusconi. &lt;br&gt;
Noi vogliamo cambiare in meglio il Paese, non contro qualcuno o contro qualche partito, noi vogliamo cambiarlo con le nostre idee, non contro di lui.
&lt;p&gt;
Ecco amici perché Di Pietro, che evidentemente incide sulla politica del PD molto più di quanto noi possiamo sperare, è l’avversario di comodo a Berlusconi. &lt;br&gt;
Ed ecco perché bisogno espungere tutta la possibile diversità: si chiami Gianfranco Fini, si chiami Dino Boffo, noi siamo già stati normalizzati nelle intenzioni, seppure oggi si deve prendere atto che non siamo defunti, ma siamo decisivi. &lt;br&gt;
Questa è la logica di una debolezza della politica. Io vorrei riflettere su questo punto: la volgarità mediatica è figlia della crisi della politica. Io penso che il vero elemento su cui meditare non sia la stampa che attacca. Parliamoci chiaro. Ciriaco De Mita lo sa. Repubblica è sempre stato un giornale che ha preso di mira il potere, in gran parte ha preso di mira i grandi uomini della cosiddetta Prima Repubblica, e sono andati avanti, e non è mai morto nessuno, e hanno cercato in qualche modo di governare lo stesso, senza ingaggiare guerre personali con Repubblica. &lt;br&gt;
Insomma, Repubblica è Eugenio Scalfari, che ancora ha paura del Grande Centro. Qualcuno dovrà spiegargli prima o poi che forse questo è l’unico elemento in condizione di cambiare la politica italiana. Tutto il resto finisce per normalizzarla e per stratificarla, ma comunque non è questo il dato di anomalia. &lt;br&gt;
Il dato vero di anomalia è che chi guida il Paese con cento voti di scarto in Parlamento - e certamente ogni paragone con De Gasperi è improprio, ma una cosa bisogna riconoscere: che oggi Berlusconi ha più potere di De Gasperi - e governando con cento voti di maggioranza, affida il proprio destino politico agli editoriali di Feltri. Questa è l’anomalia, questa è la prova di debolezza di un potere che è chiuso in un fortilizio, ma che è in guerra un giorno con l’Unione Europea, il giorno dopo con i giornali, il giorno dopo con i poteri forti e il terzo giorno con i magistrati: ma questo Paese dove andrà se chi lo guida non lo rasserena e continua ad instillare una sorta di agitazione, di veleno permanente.
&lt;p&gt;
Amici, altro che miglior Governo degli ultimi cinquant’anni. Qui qualcosa non funziona. Noi siamo ottimisti, noi non siamo disfattisti, noi siamo speranzosi, noi Presidente Berlusconi siamo più ottimisti di lei. E se non fossimo ottimisti non avremmo fatto tutto quello che abbiamo fatto.
Ma, debbo dire i dati parlano chiaro. &lt;br&gt;
Il PIL italiano nel 2009 è calato del 5,1%. Negli ultimi vent’anni il PIL italiano è cresciuto circa un punto in meno all’anno rispetto alla media degli altri Paesi europei. &lt;br&gt;
Il debito pubblico è al 121% nel 2010, fonte Fondo Monetario Internazionale. &lt;br&gt;
Il rapporto deficit/Pil sale dal 2,7% del 2008 al 5,4%.&lt;br&gt;
Il crollo delle entrate fiscali è davanti a tutti. &lt;br&gt;
La spesa pubblica si attesterà al 52,4% del Pil nel 2009. &lt;br&gt;
La pressione fiscale è al 43,3%.&lt;br&gt;
La produzione industriale è crollata del 25% quest’anno tornando ai livelli dell’82. &lt;br&gt;
31.000 in meno imprese solo nel I trimestre 2009. &lt;br&gt;
Nel biennio 2008-2009 si sono persi 700.000 posti di lavoro. &lt;br&gt;
La cassa integrazione è aumentata complessivamente del 386,2%.&lt;br&gt;
I lavoratori non protetti su cui Pezzotta giustamente richiama spesso l’attenzione del partito sono 1.600.000. &lt;br&gt;
L’export nel 2009 è calato del 17,3%. &lt;br&gt;
L’attrazione degli investimenti esteri del 34%.&lt;br&gt;
Il totale del debito della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese è a 60 miliardi di euro. &lt;br&gt;
Siamo il Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone. &lt;br&gt;
L’Italia è il Paese dell’OCSE con il più alto livello di spesa pensionistica. &lt;br&gt;
La spesa pensionistica in Italia assorbe il 30% del bilancio dello Stato. &lt;br&gt;
La fecondità, e questa è una grande questione politica, non demografica, nel 2007 è 1,37 figli per donne. Solo la Germania è meno prolifica di noi. &lt;br&gt;
Il rapporto con la popolazione con 65 anni e più e quella 14-64 è attorno ad un 30%: da qui al 2050 sarebbero necessari per tenere questo dato in equilibrio ogni anno nuovi ingressi superiori ad un milione di persone perché è chiaro, che se non è ancora esplosa la questione demografica, è perché c’e’ l’apporto degli extracomunitari. &lt;br&gt;
Abbiamo 3.900.000 immigrati regolari al 1 gennaio 2009, il 6,5% della popolazione. &lt;br&gt;
11,3% delle famiglie residenti si trova in condizione di povertà. &lt;br&gt;
700.000 cittadini meridionali negli ultimi 10 anni hanno scelto la via dell’emigrazione e sappiamo quanto questo fenomeno tocchi i ragazzi che hanno studiato, del sud, che si sono laureati: c’e’ una migrazione intellettuale che rischia di impoverire e di allargare ancora di più il fossato del Paese. &lt;br&gt;
Il tasso di disoccupazione al sud è del 22%.&lt;br&gt;
Le cifre dell’economia criminale sono calcolate a 100 miliardi di euro all’anno, pari a quasi il 7% del Pil annuo. &lt;br&gt;
Il sommerso economico oscilla fra un minimo del 15,3% del Pil e un massimo del 16,9%, ma secondo l’OCSE arriva al 27%.&lt;br&gt;
Questi sono i dati. E qui qualcosa non funziona. E qui l’ottimismo della volontà è di tutti noi, è di tutti gli italiani. È di chi va a lavorare, studia, apre le aziende tutte le mattine. Ma qui qualcosa non funziona. &lt;br&gt;
Il Governo ci dice, Tabacci, che aveva capito tutto. Tremonti ci ha detto che aveva capito tutto. Noi sommessamente qualche piccolo dubbio ce l’abbiamo. Perché se aveva capito tutto, allora ha sbagliato profondamente le scelte. I casi sono due: o non aveva capito tutto, come noi ci auguriamo, o ha sbagliato clamorosamente le scelte. Perché se aveva capito tutto, io non capisco perché ha ipotizzato la Robin Hood Tax per togliere soldi alle banche salvo poi dover correre a fare i Tremonti Bond per darglieli. &lt;br&gt;
Se aveva capito tutto, io non capisco perché ha ipotizzato i tagli lineari che hanno portato allo sbraco della Finanziaria come abbiamo denunciato una settimana fa a Bologna. &lt;br&gt;
Ma se aveva capito tutto, io non capisco perché il Governo ha fatto l’operazione dell’ICI che è costata cara e che per altro è stata completamente in controtendenza rispetto agli istinti federalisti.
Il Presidente del Consiglio dice che sono i giornali, che sono i giornali a dire che l’Alitalia non funziona. Bene, io sfido il Presidente del Consiglio ad andarsi a prendere un aereo dell’Alitalia e a pensare, e continuare a pensare che l’Alitalia funziona. &lt;br&gt;
L’Alitalia è il più grande spreco: 4 miliardi di soldi degli italiani hanno finito per alimentare una voragine e tra qualche mese dovremo correre dietro i francesi, e dovremmo ridurre i 140 aerei a 80 aerei, e dovremo drasticamente ancora di più tagliare i voli che sono programmati. L’Alitalia non funziona, ma l’Alitalia funziona ancora meno di quello che si era previsto. E noi abbiamo speso soldi degli italiani quando c’era la possibilità di dare ai francesi questa azienda. Oggi naturalmente i francesi sono i primi grati al Presidente Berlusconi perché si sono evitati, con la crisi di mercato che c’è, una specie di mostro del genere nelle loro casse.
Noi diciamo al Governo una cosa sola, semplice. Ma, non è il momento di fare le riforme? Non le finte riforme…
&lt;p&gt;
Abbiamo avuto una pletora di amici sindacalisti - scusa Savino, ma so che tu sei burbero e benevolo, per cui alla fine io approfitto della tua benevolenza - una pletora di tuoi ex colleghi i quali ci sono venuti a spiegare gli effetti meravigliosi della partecipazione agli utili dei lavoratori. Allora, se vogliamo fare accademia diciamo che siamo tutti, perché lo siamo, per la partecipazione agli utili dei lavoratori, che pure in Germania, dove si è realizzata, oggi viene auto-criticamente rivista. Ma se vogliamo essere in Italia e non stare sulla luna, ma amici è il momento di parlare oggi di partecipazione agli utili quando non ci sono utili per le imprese? Ma questa è una fuga dalla realtà, una fuga dalla realtà, come quella - caro Ferrarese, tu che sei ex Presidente dell’Associazione degli industriali di Brindisi - come quella di chi nel Governo ha parlato di detassazione degli straordinari. Parlare oggi di detassazione degli straordinari è una cosa lunare visto che gli straordinari le aziende non li fanno perché stanno licenziando la gente. &lt;br&gt;
Allora qui c’è da fare una politica delle cose che sono necessarie. Altro è la politica virtuale, la politica che si fa per alimentare un dibattito surreale, sulle cose che astrattamente in un convegno di studi si potrebbero discutere: ma oggi non si fanno quelle che è essenziale fare.
Allora vorrei dirvi alcune cose su questo. &lt;br&gt;
La liberalizzazione dei servizi pubblici locali – Galletti –, la liberalizzazione delle professioni - caro Michele Vietti -, la riforma della pubblica amministrazione, ma non sugli slogan, ma sulla realtà, perché quando Brunetta annuncia di ridurre i tempi di attesa nelle aziende sanitarie, non ho capito, visto che dipendono dalle regioni, cosa c’entra lui, in che modo può essere lui a risolvere questo problema: un’altra fuga dalla realtà. &lt;br&gt;
Come la campagna sull’assenteismo che è stata utile se è riuscito a limitarlo, ma che in alcun modo ha inciso con provvedimenti strutturali che colleghino il merito nella pubblica amministrazione e l’efficienza ai compensi dei dirigenti. &lt;br&gt;
La riforma della previdenza: già, la riforma della previdenza. Perché siamo ancora schiacciati da questo problema. E il signor Prodi ad abolire lo scalone ha fatto uno sbaglio enorme. E oggi noi dobbiamo ritornare qui. Ristabilire un patto tra le generazioni. &lt;br&gt;
Basta tagli lineari, che portano poi alla situazione in cui siamo. Bisogna ridurre la spesa pubblica attraverso un’analisi, la cosiddetta spending review, un’analisi profonda, approfondita, di tutte le voci di spesa e di tutti gli sprechi che ci sono. &lt;br&gt;
Dobbiamo porci, amici, la grande questione morale della Sanità. Perché quando nella Sanità, chi gestisce la Sanità, si preoccupa più dei partiti che dei malati il cittadino si sente solo e noi non possiamo lasciare nelle corsie di ospedali o nelle liste di attesa i cittadini soli. &lt;br&gt;
Fuori i partiti dalla Sanità. Fuori i partiti dalle aziende ospedaliere: la ricetta è semplice, non ci sono deroghe o scorciatoie. Dal nord al sud, perché lo ha detto Tassone ieri, ma è profondamente ingiusto su questo ritenere che al nord le cose siano limpide e al sud le cose siano……no, non è così. &lt;br&gt;
Perché la lottizzazione partitica esiste al nord, dove c’è un’area di efficienza superiore, come esiste al sud, dove c’è un’inefficienza cronica più forte. &lt;br&gt;
Amici, è inutile, le chiacchiere stanno a zero. Oggi nelle spartizioni tra i partiti la sanità è il posto più appetibile perché si fanno gli affari. Vogliamo dire le cose con il loro nome o vogliamo far finta di essere tutti Alice nel paese delle meraviglie? Non so se affidarla ai tecnici significa immunizzarci dall’affarismo: ho qualche dubbio perché non penso alla superiorità dei tecnici rispetto ai politici, ma credo che ci sia il dovere della politica di difendersi.
&lt;p&gt;
IL SUD&lt;br&gt;
Beh amici, io ho sentito tutti gli interventi degli amici del Mezzogiorno, appassionati, forti, vibranti: da quello di Totò Cuffaro di ieri, a quello di Mannino, a quello di stamattina di Saverio, e a tutti gli altri.&lt;br&gt;
Credo una cosa sola: la questione meridionale esiste. La questione meridionale è ovvio che non si risolve con partiti del sud, variopinti o chissà che altro…&lt;br&gt;
Il problema vero è uno: se la classe dirigente del Mezzogiorno vuole essere credibile – Occhiuto – se vuol essere credibile deve fare una profonda autocritica perché non può essere solo un caso che le regioni del Mezzogiorno siano le regioni in cui il livello amministrativo è deficitario, in cui diventa imbarazzante appoggiare gli attuali Presidenti delle giunte regionali. &lt;br&gt;
È così.
Perché se questa autocritica si fa, si può guardare avanti, se no si guarderà indietro.
&lt;p&gt;
Voglio tornare un attimo alla politica, anche se questa è più politica forse dell’altra.&lt;br&gt;
Siamo in una fase in cui si amplificano le paure, si instilla angoscia, c’è un Governo che dovrebbe guidare il Paese, il momento è difficile, certamente non causato da Berlusconi. Oggi è il momento che il Presidente del Consiglio guidi, che il Presidente del Consiglio faccia sentire tutti partecipi, che il Presidente del Consiglio, nel rispetto dei ruoli diversi, coinvolga anche chi sta all’opposizione, coinvolga le forze - lo ha detto il Presidente Fini - come le nostre. Ma non facendo dei pasticci. Magari ogni tanto chiamando, dicendo: cosa pensate voi di questo? O facendo semplicemente un messaggio limpido ai suoi ministri, ascoltate nelle aule parlamentari quello che dicono, non chiudetevi le orecchie, non arroccatevi nel voto di fiducia, non arroccatevi nei maxi emendamenti. Ci sarebbe bisogno di una grande idea del futuro del Paese. E invece siamo in una fuga dalla realtà continua.&lt;br&gt;
Siamo in un’eccitazione permanente e abbiamo una forza politica che instilla, instilla veleno giornalmente: le ronde, gli extracomunitari che sono il pericolo, che vanno abbattuti, gli islamici che sono da cacciare fuori, bisogna dare ai medici il compito di fare la spia, ai presidi il compito di fare la spia. E poi si parla degli esami di dialetto ai professori, si parla di bandiere regionali, si parla di lotta alla Chiesa, quando la Chiesa si profila con il suo volto caritatevole e umile dell’accoglienza, di attacchi all’inno nazionale, alla bandiera, di gabbie salariali, di lotta territoriale tra nord e sud. Un Paese lacerato dai conflitti corporativi: questa era l’Italia, questa è l’Italia oggi, e ai conflitti corporativi si deve aggiungere questa grande corporazione territoriale che sta nascendo, per cui per difendersi - perché non c’è più nessuno che parla di unità nazionale, non c’è più nessuno che dice prendiamoci per mano, andiamo avanti insieme, nord e sud, questa è la ricchezza dell’Italia, dalla Valle D’Aosta alla Sicilia alla Sardegna - bene, la gente ha paura e scimmiotta la Lega e, questo federalismo parolaio, che viene sostituito da un centralismo poi di fatto, perché i presidenti delle Regioni in pectore si decidono tutti nelle cene di Arcore, alla faccia del federalismo, caro D’Onofrio, noi che abbiamo parlato di questo sappiamo che il federalismo sarebbe ben altro…&lt;br&gt;
Ebbene, allora al sud nascono i partiti del sud, perché vedono che questo è l’unico modo per riuscire a strappare qualcosa al potere centrale.
Ma amici, questo è un quadro devastante del nostro Paese. E noi stiamo semplicemente denunciando questo. Noi non stiamo complottando con nessuno, non stiamo evocando nessun uomo forte, o nessun uomo nuovo, anche perché abbiamo già sperimentato gli uomini nuovi, gli uomini forti e ne abbiamo già avuto abbastanza. &lt;br&gt;
Ma semplicemente denunciamo questa realtà. Oggi io invito gli italiani a leggere, ad ascoltare. Bossi ha detto ieri: o si fa come dico io o si va alle elezioni anticipate. &lt;br&gt;
Allora io voglio dire una cosa a Berlusconi e a Bossi: che, forse per motivi diversi, ogni tanto fanno circolare questa sorta di favola metropolitana delle elezioni anticipate. &lt;br&gt;
Due messaggi. &lt;br&gt;
Il primo: facciamole, siamo pronti, qui c’è un partito che alle prossime elezioni sarà decisiva forza di cambiamento con ben altre presenze che quelle che qui oggi si vedono. Facciamole. Noi siamo una forza di opposizione, vogliamo fare le elezioni. Ma voglio dire una cosa più sostanziosa e più sostanziale all’on. Bossi: che se lui pensa di agitare lo spauracchio delle elezioni per ricattare oltre quanto sta già facendo la politica italiana, per farla sottostare ai diktat della Lega, sappia che in questo Parlamento c’è una maggioranza ampia che a questi diktat non ci vuole stare. Non spaventa nessuno, Bossi non spaventa nessuno, la Lega deve avere qualcuno che gli dice basta, è finito e se non glielo dice Berlusconi, una maggioranza in Parlamento si troverà. &lt;br&gt;
Bossi ha avuto un bel successo elettorale: ha il 10% dei consensi, ha un alleato Berlusconi assai compiacente verso le sue sfuriate, ma se tira la corda sappia che in Parlamento ci si mette 10 minuti a creare una maggioranza che faccia a meno dei diktat e dei ricatti della Lega. &lt;br&gt;
Allora, Bossi che parli di lotta alla criminalità, che parli di lotta all’immigrazione clandestina…. E io voglio dirvi una cosa, amici. Io condivido quello che ha detto qualcuno qui: stiamo attenti, guai a fare lo sbaglio storico enorme, in un momento in cui soprattutto le fasce più deboli della popolazione, rischiano di avere paura, guai ad alimentare i razzismi o le paure, ma guai anche a lasciare alla Lega il monopolio della lotta alla clandestinità, all’illegalità, ai racket, alle moschee in cui si predica odio, violenza e terrore… guai, non facciamo questo sbaglio, lo può fare giusto Franceschini, non noi, lo può fare una sinistra che non capisce, non noi. Noi, guidando il Paese, dovremo proporci di essere capaci di comprendere questi stati d’animo, di lottare forte contro la criminalità, l’illegalità, ma nello stesso tempo noi vogliamo - caro Rocco, l’hai detto efficacemente - noi vogliamo uno Stato che sia padre, uno Stato cattivo come ha detto Maroni non ci piace. Lo Stato non deve essere né buono né cattivo, lo Stato deve semplicemente essere giusto. Lo Stato, amici, non deve essere forte con i deboli e debole con i forti, lo ha detto D’Alia ieri, non possiamo prendercela con quei poveracci, con lo status di profughi, che scappano da terre martoriate come l’Eritrea, Paese a noi storicamente vicino, lasciandoli in balia dei mari o nei campi di concentramento libici dove vengono violentate donne e bambini, non possiamo accettare questo, in nome dell’umanità, umanità si chiama, umanità, pietas cristiana, senso della pietà, senso della missione della civiltà, di un Paese che non può fregarsene degli altri. Abbiamo bisogno di loro ogni giorno, non possiamo, lo ha detto efficacemente qualcuno, forse Bruno, non possiamo utilizzarli il giorno e ghettizzarli la notte, non possiamo avere bisogno di loro nelle nostre aziende, nelle nostre fabbriche, nelle nostre case e poi pretendere che la notte spariscano, che siano invisibili. Ebbene, amici, lo Stato, con la “S” maiuscola, come io lo intendo e come me lo hanno insegnato i miei padri politici, lo Stato deve avere un senso della missione, deve avere un senso del futuro, dobbiamo avere il senso dell’integrazione, dobbiamo rendere comune l’orgoglio di appartenenza a una bandiera, a un inno, a una nazionalità, a una casa, questa è la grande ricchezza che l’Italia di domani deve maturare, attorno al tricolore, al concetto di patria. &lt;br&gt;
Noi ribadiamo la voglia di una cittadinanza condivisa, noi siamo per estendere il concetto di cittadinanza alle persone a cui affidiamo i nostri figli la mattina, alle persone che si integrano, che rispettano la legge, a quegli extracomunitari - lo ha ricordato ieri Libè - che grazie al fatto che lavorano, mantengono una parità nei conti previdenziali del nostro Stato, e ci consentono di mantenere l’equilibrio demografico. Noi vogliamo rendere la cittadinanza un traguardo condiviso per chi ha maturato - ed è verificato - un senso di appartenenza alla nostra comunità nazionale. &lt;br&gt;
Noi vogliamo un voto alle amministrative per chi si integra, e l’on. Berlusconi, scusi, si documenti guardando quello che accade negli altri Paesi europei, capirà che non c’e’ niente di eversivo in questa richiesta, direi che è una richiesta talmente banale da essere addirittura scontato per chi milita all’interno del Partito Popolare Europeo. Sulla pelle di questi disgraziati si può guadagnare qualche voto, ma si umilia l’idea di Italia che vogliamo trasmettere ai nostri figli, si umilia l’idea di un futuro del Paese che dobbiamo avere come patrimonio comune, integrato tra le diversità che esistono. Certo, nel rispetto della nostra cultura, nel rispetto della nostra identità…anch’io sorrido quando vedo preti che fanno le moschee: mi sembra ridicolo, mi sembra improprio, mi sembra assurdo. Noi non dobbiamo vergognarci di difendere la nostra identità e chi viene in Italia deve sapere che qui c’è un Paese che ha regole, storie e tradizioni da rispettare e chi viene qua deve essere conscio che queste regole il primo a doverle rispettare è lui. &lt;br&gt;
Ieri Lorenzo Cesa, che non smetterò mai di ringraziare per la croce che giornalmente si carica addosso…ieri Lorenzo Cesa - e poi su questo punto è tornato De Mita, ma perché c’era tornato Fini - ha parlato di bipolarismo. Io penso che sia stato chiarissimo il suo intervento. Però, soprattutto per gli amici giornalisti, vorrei ripetere la situazione con molta chiarezza. Il bipartitismo è morto e il bipolarismo non sta bene, perché ha affidato il suo destino alla Lega e a Di Pietro e perché è sotto ricatto delle forze estremiste. Questo bipolarismo così com’è non va, chiudiamo la querelle con tutti e credo che nessun italiano non sia d’accordo con l’analisi che Cesa ha fatto. Noi abbiamo lottato contro il bipartitismo, abbiamo sommessamente detto che era un’illusione ottica, perché tra l’altro le modalità di formazione dei due soggetti che il bipartitismo dovevano fondare era già evidente che non avrebbero potuto dare quello che si auspicava dessero. Se ne faccia una ragione pure Panebianco, io capisco che vede un meccanismo teorico, il laboratorio, gli piace e vuole che vada bene per la realtà italiana, ma questi amici studiosi cari che abbiamo, devono ogni tanto anche fare i conti con la realtà, non solo con le illusioni che hanno. Bene, allora, il bipartitismo è morto. &lt;br&gt;
Amici è morto grazie a noi, perché se non c’era chi metteva il ditino nell’ingranaggio, l’illusione bipartitica ce la saremmo portata dietro venti anni. Il bipartitismo è morto e sepolto. E la richiesta di alleanze con noi è la certificazione della morte del bipartitismo. &lt;br&gt;
Il bipolarismo, io penso che noi dovremmo soprattutto per gli amici giornalisti, dire con chiarezza che nessuno di noi ha nostalgie verso i tempi in cui si facevano il giorno dopo le elezioni le alleanze… anche se, qualche politologo illustre, mi dovrebbe spiegare quando è capitato. Perché la Democrazia Cristiana il giorno dopo le elezioni con chi faceva le alleanze? Con quelli con cui era largamente prevedibile che le facesse. E in altri Paesi, con chi si fanno le alleanze, salvo momenti di emergenza? Con chi è largamente previsto che si facciano le alleanze. &lt;br&gt;
Ma comunque nessuno di noi ha nostalgia verso questi tempi. E siamo talmente consci che bisogna essere rigorosi nel rapporto con gli elettori che a chi ci dice “entrate nel PDL” diciamo “no”, per rispetto con gli elettori. Diciamo: “A voi il rispetto degli elettori vi serve quando vi serve, quando non vi serve non funziona più il rispetto con gli elettori”. 
Noi abbiamo fatto una campagna elettorale per cui non ci discostiamo dal rispetto con gli elettori. &lt;br&gt;
Ma noi siamo per la democrazia dell’alternanza, di cui parlava il non dimenticato sen. Ruffini. Noi siamo per un bipolarismo europeo che si costruisce tra il centro e la sinistra socialista. Amici miei, non è mica colpa nostra se in Italia c’è un centrodestra a trazione leghista che sente più le vocazioni populiste di quelle popolari, e che nel centrosinistra abbiamo il bailamme che abbiamo. Ma quello è il modello teorico. Tra il modello teorico e la pratica realizzazione c’è la politica. C’è quello che noi stiamo cercando di fare, per smantellare, e ci siamo riusciti, un bipartitismo che è assolutamente devastante e per smantellare un bipolarismo che mette in trono la Lega e Di Pietro, con il sig. Bossi che addirittura, come prima dicevo, ha minacciato “o si fa così o si va alle elezioni”. Arma spuntata perché evidentemente tutti lo capiscono. &lt;br&gt;
Dunque, noi siamo per una democrazia dell’alternanza. &lt;br&gt;
Ho parlato un attimo del Pdl, poi torno a parlarne…&lt;br&gt;
Voglio dire una cosa del PD. Perché io ho scritto il mio intervengo e mi sono accorto che non avevo scritto nessuna pagina sul PD. E Rao mi ha detto: “Oh, ma qui devi dire qualcosa anche del PD”. Gli avevo fatto rileggere gli appunti. Gli ho detto: “Sì, me ne ero dimenticato”. &lt;br&gt;
Perché? Perché il PD a trazione o a vocazione maggioritaria è finito.
È stato il grande avversario di comodo di Berlusconi. Veltroni ha fatto alcune cose giuste, quando si è liberato dell’ingombro di alcuni alleati impresentabili. Ma poi, la sventurata rispose. Ha risposto sul terreno che lo portava inevitabilmente ad essere l’avversario di comodo di Berlusconi, e, infatti, Berlusconi di tutto ha paura salvo che dell’esito del congresso del PD, perché questo è chiaro che in nessun modo potrà incidere sulla sua egemonia politica. &lt;br&gt;
Noi rispettiamo questa forza, perché è una forza di popolo, perché è una forza di uomini, di donne, che credono legittimamente, hanno un’idea diversa dalla nostra del futuro dell’Italia, ma guai a non rispettare quella storia. &lt;br&gt;
Ma amici, mi cadono le braccia, quando ancora oggi Franceschini si preoccupa del Grande Centro, condanna il Grande Centro e dice: “La coalizione deve essere basata sull’antiberlusconismo”. Ma se questo è l’ipotesi di costruzione di un’alternativa, Berlusconi può dormire i suoi sonni tranquilli, l’alternativa non ci sarà mai se si basano ancora su questi consunti modelli l’idea e la speranza di creare un’alternativa. Vedete, l’altro giorno ero, ieri, con questa ragazza ricercatrice, che certamente non era una berlusconiana accanita, anzi tutt’altro. Mi ha detto: ma a me però di Berlusconi, delle escort, non me ne frega niente. Io voglio capire come si risponde ai temi della ricerca. Io voglio capire - perché voglio portare mio figlio a scuola - sul tempo pieno quanto ha inciso Tremonti e quanto la Gelmini? Tremonti sì, molto, la Gelmini no evidentemente, perché sono state tagliate al di là di quello che si dice gran parti delle possibilità di tempo pieno per le famiglie italiane. &lt;br&gt;
Allora io dò un giudizio duro sull’idea di un Paese ondeggiante tra Di Pietro e i moderati a giorno alterni: il PD deve fare una scelta strategica, non può pensare solo di essere, in quanto il partito maggiore, il raccoglitore di tutto ciò che è e non è contro Berlusconi. È l’idea di un Paese diverso che una grande forza come il PD dovrebbe trasmettere. E noi guarderemo il loro congresso, vedremo se ci hanno convinto, vedremo se hanno risolto il problema del mondo cattolico… perché questa è un’altra questione: non si può pensare di accettare i toni laicisti e anti cattolici di un neo anticlericalismo laico di Marino e pensare poi di poter dialogare con il mondo cattolico, non è possibile. &lt;br&gt;
Bene, amici, il Partito Democratico, faccia il suo congresso, noi ci aspettiamo di avere un rapporto corretto, un rapporto che può anche basarsi su collaborazioni di governo, in sede locale, laddove ci sono quelle caratteristiche di serietà, di rispetto dei nostri valori e di comunanza politica programmatica.&lt;p&gt;

Il PDL.&lt;br&gt;
E io qua non posso che parlare in un modo del Pdl, perché mi meraviglio francamente di chi si meraviglia. Quello che è il Pdl era scritto sul predellino, tutto possiamo dire a Berlusconi, salvo che Berlusconi non avesse spiegato con chiarezza il programma politico del Pdl: chi ci sta ci sta, chi non ci sta fuori dalle scatole. Lo aveva detto con chiarezza e sta realizzando esattamente questo programma. L’unico che lo prese sul serio siamo stati noi, infatti ce ne siamo andati. Ma tutti gli altri dovevano capire che quello era l’epilogo chiaro. &lt;br&gt;
Il problema del populismo, il problema della democrazia interna, il problema del poco rispetto del Parlamento, il problema di una deriva populista: adesso vedo che c’è qualcuno nel Pdl che addirittura ci spiega negli editoriali che un tasso di populismo oggi è fisiologico tra le forze popolari del Partito Popolare Europeo. Tutte sciocchezze. Il populismo è la degenerazione del popolarismo. Il populismo è un tumore da estirpare nelle società contemporanee, e una forza populista non è una forza di centro moderato e di governo, altro che fraseggiare sulle ideologie.
Bene amici: l’evocazione dell’uomo forte. Mah, è un partito nato da un atto notarile, è un partito che io rispetto, è un partito dove ci sono tantissime brave persone, sono le stesse che vengono nel mio ufficio e mi dicono: avete ragione, andate avanti. La nostra amica Mondello che ha avuto il coraggio di fare una scelta che tanti non hanno fatto, sa quanti le vengono a dire: hai ragione, sussurrandoglielo in un orecchio. Amici, la vita è così, e la carne è debole, non è che possiamo pensare che tutti abbiano il coraggio. &lt;br&gt;
Ma quello che sta capitando nel Pdl, è solo questo che voglio dire, non voglio neanche polemizzare, è logico, è la conseguenza di un’idea di partito e di Paese diversa da quella che abbiamo noi. Il Parlamento è un impiccio, il Parlamento è un qualcosa che può essere tollerato se non disturba il manovratore, perché chi vince ha un’idea proprietaria del Paese. Allora voglio ricordare invece che chi vince è il capo del Paese, chi vince guida il Paese, non è proprietario di un Paese, è diverso da un’azienda. In un’azienda chi ha la maggioranza delle azioni è proprietario, in un Paese chi vince deve rispettare anche gli altri, anche noi che siamo italiani esattamente come gli elettori del Pdl, che abbiamo l’orgoglio per l’identità, per la bandiera, per l’unità nazionale. &lt;br&gt;
Noi rispettiamo tutti, ma la vittoria non dà diritto alle prevaricazioni. &lt;br&gt;
Qui c’è l’ex sindaco della mia città, Guazzaloca: lui ha vinto in passato. Gli hanno rimproverato di non aver fatto piazza pulita dell’apparato del PCI che c’era da 50 anni… Cosa doveva fare? Prendere il mitra e far fuori tutti i dirigenti? Ha cercato di dire: i meritevoli rimangono, e i ladri se ne vanno via. Ma questa è la cosa di buon senso che bisogna fare, è inutile inventarsi delle cose.
Questo è il rispetto per gli altri. &lt;br&gt;
Uno diventa presidente di un’istituzione, non è che dice, faccio piazza pulita perché arrivo io.
Ci vuole il rispetto di una diversità e ci vuole la convinzione che chi guida ha più responsabilità degli altri. Vedete, non è che Berlusconi abbia tutti i torti in tante parte di polemica che fa con la sinistra. Ma perché non è convincente? Perché chi guida ha un supplemento di responsabilità. Tra De Gasperi e Togliatti chi doveva mostrare il supplemento di responsabilità era De Gasperi. Tra la Democrazia Cristiana e il PCI chi lo doveva mostrare era la Democrazia Cristiana. Perché chi guida deve farsi carico anche di chi non condivide, perché chi guida deve avere il senso di una missione condivisa e, se non lo è, trasmetterla. Perché chi guida non può passare il 90% del suo tempo a insultare l’opposizione, chi non la pensa come lui. Perché se no non guida verso il futuro, porta al macero un Paese, come ha detto Cesa nella sua introduzione.
&lt;p&gt;
D’Onofrio, Mannino si sono chiesti se il Pdl si è avvicinato a noi o si è allontanato. Mah, ragazzi, è talmente chiaro. Io sono rimasto colpito anche questa estate quando si parlava dell’Udc. Perché c’erano “raffinate” motivazioni in molti amici del Pdl che vogliono fare le alleanze con noi nelle giunte regionali e provinciali. Dicevano: con l’Udc si vince, senza si perde. Cioè la motivazione politica dell’alleanza era che noi potevamo farli vincere. Motivazione peraltro sufficiente per loro, ma del tutto insoddisfacente per noi. Perché noi non possiamo essere un giorno gli uomini da abbattere, da far scomparire dalla faccia della terra e poi perché esistiamo e siamo così forti, decisivi per far vincere loro. &lt;br&gt;
E amici, qui bisogna rispondere a chi dice: l’Udc tentenna.
Noi non tentenniamo affatto. Noi abbiamo vinto una lotta contro il bipartitismo e poiché contestiamo un bipolarismo primitivo che assegna alle estreme la golden share, noi non accettiamo un’alleanza organica sul territorio nazionale con gli uni o con gli altri perché questa alleanza darebbe a loro la ragione politica rispetto all’impianto che noi siamo impegnati a costruire. Ma scusate amici, ma nel momento in cui vogliamo mandarli a casa, perché dovremmo fare l’alleanza organica con il Pd o con il Pdl? &lt;br&gt;
Nel momento in cui diciamo che questi non fanno il bene dell’Italia, perché dovremmo allearci con loro, non siamo mica schizofrenici…
Dobbiamo allearci perché li dobbiamo far vincere? &lt;br&gt;
Io una logica del genere, che francamente mi fa sorridere, non l’ho mai vista. Capisco che abbia un qualche aspetto motivazionale soggettivo, ma che aspetto ha per noi? &lt;br&gt;
Vedete, accettare un’alleanza nazionale oggi, significherebbe accettare la negazione dell’impianto politico dell’Udc e renderci subalterni politicamente agli uni o agli altri. &lt;br&gt;
Non è, Bruno, una furba equidistanza, perché non è mai furbo rispettare il contratto che si stipula con gli elettori. E noi in Parlamento ci siamo, fuori dal Pd e fuori dal Pdl, e anche se abbiamo tante ragioni di contestazione politica alla maggioranza come le ha il Pd, sarebbe assai stupido ritenere, come Cuffaro ha detto - io condivido quello che ha detto, questo punto - che noi dobbiamo disinteressarci di un popolo che esiste. &lt;br&gt;
Io credo che quando si spegneranno i riflettori della demagogia, quando i riflettori del populismo, dell’uomo forte che ha una ricaduta reale sul Paese - l’evocazione dell’uomo forte non è una cosa che il Paese non vuole sentir dire, il Paese oggi purtroppo è in una crisi tale che è predisposto ad ascoltare la rivendicazione dell’uomo forte, quello che gli risolve i problemi, quello che non gli crea impicci, poi non c’è neanche l’alternativa, per cui faccia lui quel che vuole - bene, amici, quando il bagliore degli effetti speciali di una televisione in realtà addomesticata, con grande furbizia, perché amplifica le cose positive, racchiude in un cantuccio le cose negative - mah, d’altronde, non ci lamentiamo della televisione: perché in un momento in cui, i telegiornali pubblici italiani, hanno occultato la solidarietà del Papa a Boffo, potete immaginare se può dire le cose dell’Udc, è giusto che le cassi - bene, quando si sarà calmata questa sorta di istigazione permanente all’eccitazione, noi dovremo riprendere un dialogo a 360°, con le personalità del Pd che non potranno non vedere emergere una cosa diversa, da quella in cui hanno creduto nel momento costitutivo e con le personalità, gli uomini e le donne e gli elettori, che sono tanti, del Pdl che non hanno consegnato il loro futuro a Berlusconi, ma hanno creduto in buona fede ad un’idea che Berlusconi ha dato dell’Italia e del suo futuro. &lt;br&gt;
Vedete amici, guai su questo a fare degli errori. La nostra equidistanza è una condizione di forza, non è una furbizia, non è un tatticismo. &lt;br&gt;
Noi veniamo da percorsi diversi. Ma abbiamo avuto tanto rispetto. Questi quattro amici che sono qui, che poi sono destinatari delle lamentele di tutti i nostri - io faccio il finto tonto, dico sempre che non so niente, rivolgetevi a Cesa, Pezzotta, non so niente, la colpa è di Buttiglione, la colpa è di Adornato, cioè cerco sempre di…eh ragazzi, da me non venite, perché la colpa è sempre loro - questi amici hanno su questo concetto di centro, non in forma statica, ma in forma di grande investimento per il futuro, costruito una comunità di uomini e di donne che si allarga giorno dopo giorno, e che oggi butta un seme, fa un investimento per il futuro. &lt;br&gt;
La politica dei due forni, come viene evocata, è tipica di chi persegue una convenienza, ma tutti capiscono che chi sta qui non persegue una convenienza, mette in discussione tante volte una sua convenienza. Decide di scommettere su se stesso e sul proprio futuro. &lt;br&gt;
Dunque l’Udc non tentenna, l’Udc ha un’equidistanza strategica, l’Udc, che non è più Udc, che deve essere un partito nuovo, che oggi è Unione di Centro, l’Unione di Centro vuole cambiare il sistema politico che si divide tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Noi siamo convinti che serva qualche aggettivazione diversa. Noi vogliamo una nuova generazione, Rocco, di politici cattolici. Non c’è bisogno di uomini della provvidenza, perché questo è esattamente il tipo di politica che noi stiamo combattendo e che non ha portato i risultati sperati al Paese. C’è bisogno di un partito nuovo, largo, aperto, plurale. C’è bisogno, forse anche, di un grande rassemblement che metta assieme Movimenti, che metta assieme energie diverse. &lt;br&gt;
Amici, mi sono tenuto una cosa finale. &lt;br&gt;
Perché io penso sempre che chi guida un Paese deve guidarlo, sì, chi guida un partito deve guidarlo, chi guida una famiglia deve guidarla e tante volte tenere in piedi una famiglia non significa dare sempre costantemente ragione ai figli, perché sennò la famiglia la si manda al macero. &lt;br&gt;
Qui c’è un problema finale che non è finale, ma che è un problema di fondo a conclusione di una nostra estate. &lt;br&gt;
Bene, scusate, ma spero che mi farete venia, mi perdonerete se sono troppo brutale. Ieri molti, già, molti, loro quattro senz’altro, Lorenzo, Rocco, Savino, Adornato, ma, non solo, tanti leader del nostro partito, hanno detto: andiamo da soli alle elezioni. E ho visto che molti hanno arricciato il naso. Io non credo che il nostro partito abbia fatto un voto di castità, non è che è necessario andare da soli, certamente si possono creare delle alleanze. Ma l’idea delle alleanze diverse, sul territorio nazionale, non è un’idea figlia della convenienza, è un’idea coerente con il posizionamento politico del nostro partito. &lt;br&gt;
E state attenti, io lo voglio dire, perché in politica c’è sempre una verifica: noi abbiamo perso i posti, abbiamo messo a repentaglio ministeri, posti di sottosegretario, prebende, per difendere una comunità di valori, di uomini e di donne che è cresciuta nel frattempo. Oggi io voglio dirvi una cosa chiara: noi siamo a un bivio, a un bivio drammatico, al bivio che avremo di fronte per le prossime elezioni regionali, e io, per quanto starà in mio potere, farò di tutto per difendere i principi e i concetti che ho enunciato qui, perché sarebbe un tradimento verso i nostri elettori se facessi qualcosa di diverso. Noi saremo ad un bivio drammatico e il bivio ve lo voglio dire: il bivio è tra il partito degli assessori e la nostra prospettiva politica. Se noi decideremo di difendere il partito degli assessori noi daremo legittima soddisfazione a qualche amico, ma uccideremo in fasce la nostra prospettiva di essere il perno del cambiamento in Italia. &lt;br&gt;
Noi dobbiamo volare alto, dobbiamo pensare alto e non possiamo svendere l’anima per qualche posticino. &lt;br&gt;
Amici, voglio dirlo con chiarezza: io leggo le rassegne stampa, leggo le rassegne stampa della periferia amici, e a volte, davanti ad attacchi a me, a Cesa, ai nostri capi, davanti ad attacchi al partito per scelte fatte, condivise all’unanimità, i nostri uomini in periferia, per paura di compromettere un qualche piccolo posticino, hanno addirittura paura di reagire e davanti a chi dà una sberla mostrano con un eccesso di cristianità l’altra guancia. Amici, questo, in una parola voglio dire solo: non è tollerabile per rispetto ai 2 milioni e mezzo di elettori che hanno votato Unione di Centro, che non fanno parte di camarille, di assessorati, perché noi dagli assessori i voti li abbiamo persi e non guadagnati, e dalle incrostazioni di potere abbiamo perso voti e non guadagnato. &lt;br&gt;
Brutalmente: non mi sono accorto che ci siano assessori che sono stati capaci di far lievitare voti all’Udc. Se il nostro partito ha preso voti è stato perché c’è una capacità di interpretare un vuoto, che c’è nella politica italiana. Certo noi non siamo bravi, c’è forse chi è molto più bravo di noi; noi abbiamo i difetti, abbiamo le contraddizioni tipiche degli uomini e delle donne di questo Paese. Ma noi abbiamo interpretato un vuoto che c’è nella politica italiana. &lt;br&gt;
Allora, attenti, lo dico soprattutto al tavolo della presidenza: noi dovremo fare alleanze che partano dalla periferia tenendo presente che noi abbiamo una speranza da tenere in piedi. &lt;br&gt;
Ma vi sembra strano? Ieri Rutelli e Fini sono venuti qua e hanno fatto due discorsi diversi. Beh, cosa pensavamo, facessero lo stesso discorso? Sarebbero stati nello stesso partito. &lt;br&gt;
Hanno fatto anche dei distinguo con l’Udc, con l’Unione di centro. Beh, certo, se erano d’accordo con l’Unione di Centro sarebbero stati qui. Almeno uno dei due non sarebbe Presidente della Camera. &lt;br&gt;
Bene, ma sono venuti qui, e come ha detto Fini, è il fatto che parla. E perché vengono qua e magari non da altre parti? Perché si crea questo incrocio qui? Perché ci sono tanti che hanno telefonato a Cesa dicendo “ma perché non avete invitato anche noi?”. Ambasciatori più o meno accreditati o replicanti. &lt;br&gt;
Bene, amici, perché qui c’è il terreno di un germoglio vero, per la credibilità di un lavoro che assieme abbiamo fatto. Allora è qui, è da rispettare, e a me non importa nulla se al termine delle prossime elezioni regionali noi avremo un presidente della Regione o quattro assessori in più: a me interessa che al termine delle elezioni regionali, l’idea che il giorno in cui questo Parlamento si scioglierà, da questa forza politica nasca la forza guida, trainante del Paese, esca come una speranza garantita e rafforzata. &lt;br&gt;
Amici, ma qualche posticino ce lo danno ancora! Affrettiamoci pure noi, oltre che gli amici in periferia... Anche a noi ancora qualche posticino ce lo possono dare… Ma se noi teniamo duro, se questo è un partito che ha fatto una festa di Stati Generali autofinanziati, con ragazzi, giovani e militanti nostri, che sono stati tre giorni qui, a spese loro, se c’è questo popolo che ha una voglia di investire sul futuro, che pensa ancora di essere soggetto protagonista della politica, e non oggetto di qualche nuovo sultanato che si è impossessato del Paese, bene, se c’è questa forza, questa vitalità, ma noi abbiamo il dovere di dare una speranza! &lt;br&gt;
Amici, vedete, c’è in alcuni momenti della storia, chi ha il compito dell’iniziativa e c’è chi è più timoroso, chi si attarda, chi pensa più alle convenienze che alle proprie convinzioni. Ma noi non possiamo essere dei maestri di scuola che bacchettano a destra e a manca. Noi dobbiamo avere umiltà, noi abbiamo avuto il coraggio. Ma siamo forse anche stati facilitati sulla strada del coraggio. Siamo stati messi davanti alle nostre responsabilità. Siamo diventati adulti. Forse come diceva stamattina un amico, siamo pure degli irresponsabili - Cimmino mi sembra lo dicesse - siamo dei pazzi perché abbiamo perso il potere. Bene, bene. &lt;br&gt;
Siamo tutte queste cose. &lt;br&gt;
Ma se siamo tutte queste cose, forse sarà una congiunzione astrale - e c’è chi si attarda - noi non dobbiamo avere fretta, non illudiamoci che ci siano scorciatoie: magari, ci fossero le elezioni anticipate, così finalmente si metterebbe il Paese davanti alla responsabilità di scegliere. Ma non ci saranno, noi dobbiamo stabilire una corsa a livelli e a tempi intermedi, sapendo per la fine di questa legislatura che cosa ci deve essere, e termino: un partito nuovo. &lt;br&gt;
Amici, ci deve essere un partito molto nuovo. Ci deve essere una cosa che nemmeno noi sappiamo cosa sarà. Che nemmeno noi oggi siamo in condizione di capire con chi sarà. Ma certamente se noi pensiamo a quello che è capitato in una legislatura… E’ passato un anno e si sta parlando di elezioni anticipate… Un anno fa noi pensavamo che fosse eterno questo tempo. Un Transatlantico avviato in un mare calmo e tranquillo… Bene è passato un anno e già nella maggioranza si rimpallano a vicenda le minacce di elezioni anticipate. &lt;br&gt;
E allora noi dobbiamo stare calmi amici. Noi dobbiamo volare lungo. Noi non dobbiamo compromettere il futuro per qualche convenienza dell’oggi. E allora io voglio dire agli amici che reggono questi Stati Generali, che ci porteranno al nuovo soggetto politico, ai nostri quattro amici e a tutti gli altri che concorrono con autorevolezza pari a loro a questa impresa, bene, amici siate custodi delle speranze molto più vaste del nostro elettorato, di un popolo che oggi si attarda per mancata convinzione o per convenienza, non importa. Noi dobbiamo far lievitare questa alternativa, e il nostro partito deve essere la forza di cambiamento di questo Paese. Non può fermarci in questa strada la piccola convenienza o qualcuno che si attarda. Abbiamo il compito di volare alto e di difendere sempre l’Italia e gli italiani. &lt;br&gt;
Grazie

</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=85487&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Stati Generali del Centro: l’intervento di Savino Pezzotta</title><description>

Care amiche, cari amici,&lt;br&gt;

                                         mi unisco ai ringraziamenti che l’amico Cesa  vi  ha rivolto per la presenza, la partecipazione
 e la tensione ideale e politica che manifestate. &lt;br&gt;

A nessuno sfugge l’importanza di questo nostro convenire qui in Chianciano 
e del significato che gli Stati Generali del Centro possono assumere per il futuro del nostro Paese e per la qualità della sua democrazia. 
È passato poco più di un anno da quando sotto le elezioni politiche abbiamo voluto dare vita all’Unione di Centro, è stata una scommessa 
e pochi erano quelli che ci puntavano, e molti, anche nei mondi più vicini, ci guardavano con sufficienza. Noi ci abbiamo creduto. &lt;breve&gt;Non è stato un percorso facile, ci siamo dovuti amalgamare, mettere in comune pensieri e cercare quelle mediazioni che ci consentissero di far procedere il processo. Si sono superate positivamente le elezioni europee e nelle elezioni amministrative , come bene è stato illustra da Cesa, siamo stati capaci di fare scelte autonome, segnando la presenza , dopo tanto tempo, di una forza autonoma.&lt;p&gt;

Abbiamo costruito i tratti di una piattaforma su cui oggi è possibile costruire un nuovo soggetto politico. Di questo sforzo bisogna dare atto all’Udc di Casini, alla Rosa per l’Italia, ai Popolari di De Mita, ai Circoli Liberal di Adornato, ai Popolari Europei di Carollo, agli amici di Gianni Rivera e a quelli di Cristiano Magdi Allam. Una pluralità di soggetti provenienti da esperienze e storie diverse che hanno saputo rintracciare il filo comune degli ideali e della proposta politica. &lt;p&gt;

Il cammino non è sempre stato facile, omogeneo e lineare, ha avuto momenti alti e bassi. Ho però l’impressione che si sia camminato di più a livello nazionale che in periferia, dove si avvertono ancora delle resistenze, un attaccamento al proprio passato e il permanere, purtroppo, di perplessità. Ora è il tempo dello slancio in avanti per tutti. Non sono ammessi ritardi. &lt;p&gt;


Gli Stati generali che teniamo in questi giorni devono segnare un ulteriore passo in avanti.  La significativa presenza di tanti amici, di persone, di movimenti e di associazioni politiche che hanno raccolto l’invito è fonte di una grande speranza. Sono contento che siano venuti e che partecipino al nostro dibattito: anche questo è il segno della novità che vogliamo rappresentare. &lt;p&gt;

Quello che fino a poco tempo fa era un auspicio ora può diventare una realtà, dipende solo da noi, dalla nostra generosità e dalla nostra passione. &lt;p&gt; 

Nello scenario politico italiano siamo gli unici a essere alimentati da una speranza e da un sogno, mentre coloro che fino a ieri dominavano la scena politica e si ponevano come il futuro, oggi sono attraversati da profonde contraddizioni e faticano a definirsi. Dove sono finiti i partiti a vocazione maggioritaria? Dove è finita l’ipotesi di costruire un bipartitismo assorbente, omologante e fusionista? Sono finite nelle contraddizioni che animano il percorso congressuale del Pd e nelle tensioni che emergono ogni giorno nel Pdl. &lt;p&gt;

Un anno fa si presentavano come autosufficienti, ora, dopo aver utilizzato per emarginarci il tema del voto utile, si sono accorti che l’unico voto veramente utile è il nostro. &lt;br&gt;

Siamo entrati in una nuova fase politica. Le vicende che hanno caratterizzato l’estate della politica , il proditorio attacco al direttore di Avvenire reo di aver dato voce con prudenza e giusta discrezione  al sentire di gran parte del mondo cattolico, non colpisce solo il giornale ma anche il suo editore e rischia di aprire problemi nella relazione tra laici e cattolici, tra Stato e Chiesa che pensavamo superati; il passaggio dalla crisi finanziaria a quell’economia reale sta generando, al di là delle notizie sulla crescita, una crisi sociali di cui si avvertono i sintomi nelle proteste dei lavoratori, nel disagio delle famiglie, delle piccole e medie imprese, nella ansia dei giovani che non trovano lavoro, nell’insicurezza diffusa alimentata dalla crescita della disoccupazione e nel consolidarsi del divario tra centro nord e sud del Paese, sono i segni pesanti di una svolta profonda che investe l’economia, la società, il vivere delle persone e che avrebbe richiesto la messa in campo di politiche coraggiose. Non è stato così, ma si è avviata una fase di declino del berlusconismo che, nel bene e nel male, aveva segnato gli ultimi diciassette anni di vita politica  
&lt;p&gt;
Avvertiamo tutti che siamo a una svolta della politica e dell’economia italiana. La situazione che stiamo vivendo è molto complicata. Mi sembra di respirare la stessa “aria” del ’92 nei giorni di tangentopoli con una differenza di prospettiva. Allora di fronte alla decomposizione dei partiti e alla delegittimazione della classe politica, si pensava con forte intensità che potesse aprirsi per l’Italia una fase nuova. Siamo stati o ci siamo traditi.  Oggi, dopo diciassette anni, avvertiamo la pesantezza di una situazione e ci sembra che dal nostro orizzonte di pensiero sia scomparsa la speranza, e che si fatichi a immaginare il futuro. &lt;p&gt;

Il superamento delle ideologie ci era sembrato una liberazione, un fare spazio agli ideali, ha trionfato la logica dell’interesse politico, economico e personale. Il conflitto d’interesse continua a permanere.   E’ aumentata la frammentazione del Paese e della società. Il Mezzogiorno che aveva dato segni di riscatto sembra essere rientrato nella spirale del sottosviluppo, della debolezza sociale e ricacciato negli stereotipi del passato. Il Nord sembra essere impegnato a marcare le distanze da Roma e dal Sud. L’Unione Europea ha perso il suo alone ideale e di rinnovamento ed è presentata come un vincolo, un freno e un peso burocratico.  Nel frattempo si fanno i duri con i deboli, si respingono in modo indiscriminato delle persone che sfuggono alla fame, alla guerra e alla disperazione ci si arrabbia se si accenna al diritto di cittadinanza e al voto amministrativo agli immigrati. Si accentua il tema della sicurezza e si istituiscono le ronde.  &lt;p&gt;

Lo stesso rapporto tra Cattolici e laici che aveva raggiunto un buon grado di pacificazione, di convivenza e di reciprocità, si è messo su un crinale pericoloso e che può segnare l’abbandono della pratica dell’incontro, del dialogo e della ricerca di mediazioni possibili, per porsi sempre più su alternative. &lt;p&gt;

Coloro che non ci volevano e che desideravano cancellarci, ora ci cercano, ci vorrebbero inglobare e non lo fanno certo per amicizia, ma per dominare la carica dirompente che la presenza di un soggetto politico nuovo come quello che noi proponiamo introduce negli attuali equilibri politici. E’ la nostra autonomia che mette in discussione il modello, non le polemiche di Di Pietro o i vaneggiamenti leghisti, anzi possiamo dire che essi sono funzionali e satellitari alla logica  del bipartitismo. &lt;p&gt;

Non c’è nulla di gratuito nelle attenzioni che ci sono rivolte, c’è solo l’interesse di mutilare la forza della nostra autonomia, della nostra proposta politica, della nostra capacità di presentarci come i portatori degli interessi generali del Paese e della sua vocazione europeista. &lt;p&gt;

La prova di questa volontà di annullamento la possiamo riscontrare negli amici che non hanno avuto il coraggio di seguirci su questa strada: avranno avuto qualche posto, ma sono diventati insignificanti politicamente. &lt;p&gt;

Oggi sembra che, per le coerenze messe in campo e per un modo di fare politica che rifugge dalle grida, dalla demonizzazione degli avversari, dalla capacità di confrontarci sui temi reali senza pregiudiziali, siamo diventati indispensabili per gli uni e per gli altri. &lt;p&gt;

Di fronte  ai corteggiamenti e alle proposte che ci vengono fatte dobbiamo dimostrare di essere liberi e forti, guai a noi se per un qualche piccolo interesse dovessimo cedere alle lusinghe , sarebbe la fine del nostro progetto costituente. &lt;p&gt;

La sfida che abbiamo messo in campo ci richiama a un monito di Don Mazzolari che invitava sempre a guardare in alto più che ai lati. &lt;p&gt;

Più passa il tempo più ci si rende conto che solo noi abbiamo posto con chiarezza l’esigenza di una trasformazione dell’attuale modello politico per dare più possibilità di governabilità, di riforma e d’innovazione del Paese. Aver posto la questione di un centro riformatore e governante anche dall’opposizione è stato un atto di coraggio politico e di moralità pubblica. Non mi appassiono alle morali private, resto fedele, anche in questo tempo di pettegolezzi, al motto evangelico del non giudicare, mi interessa l’etica politica che si definisce attraverso la ricerca del bene comune e nella cura del pubblico e delle persone più deboli
&lt;p&gt;
A ben vedere è paradossale, sembra quasi uno scherzo della storia che sia toccato a chi si definisce moderato battersi per un cambiamento profondo e soprattutto cercare di arrestare la deviazione bipartitica, una deriva che aveva ed ha tanti sostenitori nei media, nei grandi giornali e nelle televisioni ormai quasi del tutto monopolizzate. Abbiamo incrinato l’ipocrisia del “politicamente corretto” per aprire spazi a una politica dei problemi reali e della partecipazione. 
&lt;p&gt;
La nostra è la moderazione di chi non si appaga e non si arrende, qualche cosa di diverso dal moderatismo accomodante e rinunciatario. Siamo come cattolici lontani da ogni forma di moderatismo clericale e conservatore. Abbiamo assunto la moderazione come virtù, come capacità di gestire i processi, i conflitti e portarli a soluzioni condivise. 
&lt;p&gt;
Vogliamo costruire un nuovo soggetto politico, questo è il nostro primario obiettivo. Le alleanze sono un tema che viene dopo e non siamo per alleanze che confermino il bipartitismo e che contrastino con i nostri valori etici e sociali. 
&lt;p&gt;
Tutti siamo d’accordo sull’esigenza democratica di un nuovo soggetto politico per trasformare lo scenario della politica italiana, ma dobbiamo sapere che porre oggi la questione di un centro autonomo significa andare controcorrente, e che pertanto non si tratta di collocarsi tre i due maggiori in attesa di quando le convenienze lo consentiranno di mettersi al servizio della vittoria dell’uno o dell’altro per ricavarne un piccolo guadagno. Noi lavoriamo per vincere noi, e avere il massimo del guadagno politico per il Paese e per le persone meno fortunate.     
&lt;p&gt;
Non è nemmeno il tentativo di una nuova collocazione geografica: è sostanzialmente un progetto politico. 
&lt;p&gt;
In questo modello la politica dei due forni non ha possibilità di esistere. Il nostro ruolo non è quello di far pendere la bilancia di qui o di là. Siamo più orgogliosi e a un ruolo surrettizio contrapponiamo la volontà a misurarci sugli obiettivi di riforma e d’innovazione e pertanto sui percorsi di governo. In questa prospettiva mettiamo  in campo non solo gli interessi - anche personali - che in politica esistono, ma anche gli ideali. Un processo di questo genere porterebbe, quasi per conseguenza logica, ad affinare le determinazioni di programma e la declinazione dentro di essi degli elementi culturali o valoriali, ma valorizzerebbe la prassi della mediazione rispetto a quella oggi in voga della contrapposizione. &lt;p&gt;

La stessa presenza di cattolici in politica, pur nel pluralismo delle opzioni politiche, potrebbe recuperare maggior significazione e uscire dall’anomia in cui il bipartitismo a vocazione maggioritaria le sospinge.&lt;br&gt;
Dobbiamo avere l’ambizione di essere portatori di una nuova laicità che superi le contrapposizioni tra laici e cattolici, che valorizzi il dialogo e il confronto e che tenga conto del ruolo sociale positivo che le religioni svolgono e della dimensione multireligiosa in cui viviamo.
&lt;p&gt;
La nostra è una battaglia non facile ma utile alla democrazia italiana. &lt;p&gt;

Fatte queste precisazioni sul senso, sul significato e sull’opportunità del “centro” per una nuova fase della democrazia italiana, occorre riflettere sulle esigenze che i tempi attuali pongono alla politica. &lt;p&gt;

Le contraddizioni entro cui viviamo, sono molte e siamo consapevole che con la crisi economica in corso si è aperta una nuova fase della globalizzazione, del rapporto stato mercato e dei rapporti tra stati a livelli mondiale. Quale sarà l’assetto del nuovo mondo che uscirà dalla crisi, non c’è ancora dato sapere, ma sicuramente sarà diverso da quello che abbiamo conosciuto.   &lt;p&gt;

Ad aggravare la situazione è arrivata la crisi economica con tutto il suo carico di sofferenze umane, di cui purtroppo si discute poco. Presi dal salvataggio necessario delle banche si è lasciata crescere la disoccupazione e il disagio di molti giovani che non riescono a trovare un lavoro. Mi domando quanto sia alto il patire in certe famiglie, negli immigrati che sentono sulle loro spalle un clima di sospetto, nei giovani che non trovano lavoro. A volte ho la sensazione che si sia persa la cognizione della sofferenza sociale oltre che di quella esistenziale e che ci si accontenti degli analgesici o nella ricerca di capri espiatori che possono essere un giorno i banchieri, l’altro gli immigrati e poi gli economisti: si fa di tutto per distogliere l’attenzione dai problemi reali. &lt;p&gt;


Noi ci proponiamo di essere il partito nuovo della democrazia italiana, in altre parole il partito che assume la questione democratica e del funzionamento efficiente delle istituzioni, come problema centrale del rinnovamento del paese. Vorrei che il partito nuovo cui dobbiamo tendere con il percorso costituente che spero da questi Stati generali prenda più slancio e consistenza, debba mettere all’inizio l’amore per la libertà, il godere della libertà che spinge fino al sacrificio. Non è un caso che Sturzo mise nello scudo crociato del Partito popolare: Libertas. Un’idea di libertà che nasce dall’interiorità, che non si piega agli interessi e che cerca in tutte le circostanze di consentire alle persone di camminare erette. 
&lt;p&gt;
Noi dobbiamo costruire un partito che fa politica avendo a mente gli interessi sociali, la stratificazione sociale, i ceti, le professioni, le rappresentanze e non gli equilibri dei poteri personali o la difesa degli interessi particolari di territorio o di corporazione. Avendo un’idea pluralista del vivere della società, il nostro compito sarà di coniugare la democrazia politica con quella sociale e aprire nuovi spazi alla democrazia economica. &lt;p&gt;

C’è l’esigenza di riscattare o per meglio dire ricostruire un tessuto civile, morale, sociale e politico del nostro Paese. Parliamo molto di valori ma dobbiamo evitare il rischio dell’astrattezza e mettere in campo “idee ricostruttive”, recuperando l’insegnamento di Alcide De Gasperi. Il Presidente del Consiglio può vantarsi di aver Governato più di De Gasperi, ma il problema non è tanto quanto si sta seduti sullo scranno di Palazzo Chigi ma cosa si produce per il bene del Paese. &lt;p&gt;

È mia convinzione che sia terminata una fase politica.&lt;br&gt;

 Il decorso potrà essere ancora lungo e provocare altre turbative, ma noi non possiamo attendere l’epilogo. Dobbiamo avere la capacità di mettere in campo un progetto, un nuovo racconto. Ci dobbiamo sempre ricordare che le persone votano non solo per tutelare i propri interessi materiali ma anche per i valori che gli si propongono, è la messa in campo di un progetto valoriale riconosciuto e condivisibile che permette di raccogliere e condensare consenso e questo passa attraverso una pratica precisa e una chiara politica culturale che sappia produrre una vision d’insieme. E’ tramite questo che le parole, i discorsi, i disegni di legge e la comunicazione sedimentano e comunicano valori e visioni del mondo. Faccio un esempio, la Lega raccoglie consenso non solo perché come si dice “parla alla pancia della gente”, ma anche perché ha inventato una metafora, un luogo che non esiste come la Padania e tramite questo intercetta sentimenti diffusi. &lt;p&gt;

Bisogna fare uno sforzo profondo per produrre la nostra vision. In questi giorni – come gruppo parlamentare dell’Unione di Centro - abbiamo provato ragionando sui problemi che la crisi economica mette in campo. Abbiamo un giudizio preciso sulle inefficienze del Governo innanzi a quella che è la crisi economica più pesante dal dopoguerra a oggi. Queste nostre proposte saranno presentate a quest’assemblea e comunque i documenti distribuiti. &lt;p&gt;

Abbiamo elaborato uno schema di ragionamento sui problemi del lavoro, del sistema produttivo, della contrattazione e della democrazia economica. Il problema non è tanto l’utile discussione di oggi, ma come questo impianto concettuale riusciamo a declinarlo nelle realtà locali. Per esempio, in questi giorni in cui si parla con insistenza di una possibile ripresa, ho approfondito i dati sulle casse integrazioni ordinarie, straordinarie e in deroga e le chiusure di aziende in Lombardia e ho avuto un sussulto.  (su questo non ho ancora sentito la Lega). Un partito nuovo deve parlare di queste cose, dei problemi veri della gente, dell’insicurezza del lavoro e delle piccole imprese. Qui non c’è bisogno delle ronde ma di un progetto politico capace di dare speranze e emozioni. &lt;p&gt;

Il successo di una forza politica e dei suoi programmi deriva molto dallo sviluppo di un processo di riconoscimento specifico e d’identificazione tra classe dirigente ed elettori, tra forme organizzative e società che permettano di sentirsi vicini, dalla stessa parte: amici. &lt;p&gt;

Il compito che ci proponiamo è consistente e ha bisogno di tutte le forze di cui possiamo disporre. &lt;p&gt;

Proprio per questo occorre costruire un “partito nuovo”, non un “nuovo partito”. &lt;p&gt;

La costruzione di un soggetto politico nuovo è una grande impresa culturale e organizzativa, richiede la capacità di coniugare profondamente questi due elementi, contribuendo a definire la “forma partito”. &lt;p&gt;

Il processo costituente deve essere un percorso aperto in grado di mettere in relazione e in forma organizzativa tutte le forze, i movimenti, le persone e le aggregazioni che credono in questa prospettiva. Un impianto che dovrà in un primo momento avere qualche connotazione federativa o di movimento ma che dovrà approdare attraverso il dibattito a forme più compiute.   Non ci sono progeniture predefinite o chi decide per tutti. Non basta cambiare la sigla, occorre aprire le porte e far crescere la collegialità delle decisioni. Per questo occorrerà istituire o confermare i coordinamenti regionali affidando loro il compito di dare vita alle assemblee programmatiche. In questa fase un poco movimentista occorre che “cento fiori fioriscano” . ovunque è possibile devono nasce circoli, sedi, associazioni che facciano riferimento alla costituente. Ci si deve aprire alla società, all’associazionismo cattolico e laico, alle rappresentanze sociali e professionali. &lt;p&gt;

La costituente avrà successo se crescerà dal basso, se genererà entusiasmo e passione. Non è più il tempo della gestione burocratica, abitudinaria ma della novazione e dalla capacità di  ciascuno di mettersi in gioco.   Discuteremo di tutto, di regolamenti, di simboli e di nomi, ma soprattutto di politica e di programmi. &lt;p&gt;

La politica italiana ha bisogno che si torni a pensare politicamente la realtà in cui siamo immersi e a progettare strade nuove. Vogliamo mettere in avvio un processo, un cammino aperto al dialogo, al confronto con tutti e soprattutto disponibili a costruire processi di unità per una nuova area democratica. &lt;p&gt;

Care amiche, cari amici, 
&lt;br&gt;
                                          Ci stiamo assumendo un compito importante e non possiamo più attardarci sulle piccole cose: chi ha un progetto grande deve avere grandi pensieri e forti convinzioni. &lt;p&gt;
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=85500&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Udc, Adornato: Rutelli coraggioso serve Kadima italiano</title><description>
(9Colonne) Roma, 3 nov - "Francesco Rutelli ha avuto il coraggio di rompere lo schema bipolare dicendo di essere pronto a costruire il Kadima italiano dopo 15 anni di guerra civile che abbiamo vissuto nel nostro paese. Esistono però i Rutelli nel Pdl? Noi crediamo che debbano esistere perché conosciamo il disagio del mondo cattolico liberale a stare in un partito personale e padronale, in una coalizione dove la golden share ce l'ha la Lega Nord con tutte le politiche antisolidali che essa va reclamando". &lt;bR&gt;
Lo ha detto Ferdinando Adornato, deputato dell'Udc, intervistato da Claudio Sardo su Red Tv. Sul tema delle regionali invece Adornato ha aggiunto: "Le alleanze dell'Udc non si decidono a Roma, bensì caso per caso tenendo conto delle esigenze del territorio e richiedendo sempre discontinuità. In Puglia ad esempio c'è un governatore con una cultura politica che non corrisponde alla cultura di governo nostra. Mentre al Nord non andremmo mai in un'alleanza con la Lega".
 
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=86125&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Regionali: Adornato, tentazione Udc e' di correre da sola</title><description>
(ANSA) - MILANO, 17 NOV - In vista delle prossime elezioni regionali, la tentazione dell'Unione di centro e' di correre da sola. Lo ha detto il coordinatore nazionale della Costituente di Centro, Ferdinando Adornato, a margine di un incontro a Milano per annunciare l'adesione del consigliere regionale Silvia Ferretto Clementi al progetto politico della Costituente di Centro. E in Lombardia si potranno valutare alleanze o meno 'quando sapremo chi e' il candidato presidente, quale e' la composizione dell'alleanza, quali i programmi e i ruoli'.
'Ancora non e' chiaro - ha precisato Adornato - chi sara' il candidato alla presidenza della Regione Lombardia per il Pdl. E se a Formigoni risulta chiaro come tante volte ha detto, non lo e' pero' ancora in modo ufficiale'.&lt;br&gt;
Adornato ha piu' volte sottolineato che 'la tentazione di correre da soli e' forte' perche' 'abbiamo quasi il dovere di porre, al Nord e al Sud, la stessa questione che poniamo a livello nazionale e cioe' il superamento di due aggregazioni che sono di puro potere'. 'Laddove, pero', - ha precisato Adornato - possiamo contribuire al Governo delle regioni, laddove vediamo che c'e' una discontinuita' nel sistema di potere, una trasparenza di governo e una credibilita' della leaderhip daremo anche il nostro contributo. Altrimenti andremo da soli'.
 
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=86360&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Regionali: Ciocchetti, agli Stati Generali presentero' programma Lazio
</title><description>Roma, 20 nov. - (Adnkronos) - 'Dare valore al Futuro non vuole essere solo lo slogan, ma la missione di un partito che 
avra' inizio da domani con gli stati generali del centro del Lazio'. E' quanto ha dichiarato il Segretario Regionale e 
Deputato dell'Udc Luciano Ciocchetti. 'Domani mattina apriro' la due giorni degli stati generali, presentando
 la bozza di programma per le regionali 2010 - aggiunge Ciocchetti - I lavori, al Torre Rossa Park-Hotel, si 
concluderanno domenica con l'intervento di Pier Ferdinando Casini'.

Nella mattinata di sabato 21 Novembre interverra' il deputato Ferdinando Adornato, mentre la relazione del Segretario Nazionale Lorenzo Cesa e' prevista alle ore 17. La giornata di domenica 22 novembre sara' aperta dal presidente Rocco Buttiglione, al quale fara' seguito Savino Pezzotta e poi, alle 12, il leader Pier Ferdinando Casini.

Saranno inoltre presenti i parlamentari Udc eletti nel Lazio Armando Dionisi e Anna Teresa Formisano, il capogruppo regionale Aldo Forte, i consiglieri Rodolfo Gigli, Raffaele D'Ambrosio e Antonio Zanon, i segretari provinciali, gli amministratori locali e i quadri che aderiscono alla Costituente di Centro. E' inoltre prevista la presenza di rappresentanti delle categorie sociali, sindacali, datoriali e del terzo settore.

</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=86419&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Regionali: Adornato, alleanze solo con pari dignita' 
</title><description>Roma, 21 nov. - (Adnkronos) - "Non ci accoderemo a coalizioni di centrodestra e centrosinistra, parteciperemo solo a una costruzione politica che ci dia una pari dignita'. Bisogna fare attenzione a contaminarsi in modo sbagliato". Lo ha dichiarato il deputato dell'Udc Ferdinando Adornato, che ha partecipato agli stati generali dell'Udc del Lazio.

</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=86429&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Pd: Adornato, rispetto Carra, bipolarismo crea case scomode
</title><description>

Roma, 7 dic. (Apcom) - "Guardiamo con rispetto alle riflessioni di persone di buon senso come Enzo Carra. 
A noi non interessa sfruttare i disagi degli altri partiti, ma certo è che la decadenza di questo finto bipartitismo 
è tale che più in fretta si fa a mettere in campo una grande forza politica dei moderati, prima si inverte la rotta del declino". E` quanto afferma, in una nota, il deputato dell`Unione di Centro e presidente della Fondazione Liberal Ferdinando Adornato, in riferimento alle dichiarazioni del deputato del Pd Enzo Carra pubblicate oggi dal Corriere della Sera.

"Il progetto dell`Unione di Centro - spiega Adornato - è proprio questo: ricreare le basi di quell`alleanza tra ispirazione cristiana e mondo laico liberale che ha saputo guidare il Paese in tutti i momenti più difficili, a partire dalla ricostruzione nel dopoguerra. Oggi ci troviamo in una situazione simile: il bipolarismo Pdl-Pd ha creato case scomode per chi si riconosce nel senso dello Stato e in una società basata sui diritti della persona".



</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=86638&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Udc: Adornato, nel 2013 alleanza con Rutelli e delusi Pd e Pdl </title><description>Todi (Perugia), 20 mag. (Apcom) - &amp;quot;Lavoriamo per costruire insieme un grande rassemblement riformista, una nuova grande alleanza che si candidi, oltre Pd e Pdl, al governo del Paese&amp;quot;.&lt;br /&gt;
E' il &amp;quot;progetto per le prossime politiche&amp;quot; che il deputato Udc e presidente della Costituente di Centro, Ferdinando Adornato, propone dal seminario di Todi della sua fondazione Liberal &amp;quot;a Rutelli e all'Api, ad altri movimenti che sorgessero oltre il Pd, oppure alle eventuali novit&amp;agrave; che non si sa mai maturassero dalle divisioni del Pdl&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Non abbiamo invitato al nostro seminario - ha sottolineato Adornato - esponenti di altri movimenti o soggetti politici perch&amp;eacute; risulti chiaro che non vogliamo far nascere un nuovo partito come somma di organigrammi e nomenklature&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Marciamo oggi distinti ma non distanti, per colpire domani insieme&amp;quot;, ha esortato Adornato provando a disegnare intanto quel 'Partito della nazione' in cui l'Udc intende convertirsi: &amp;quot;Non un restyling dell'Udc - ha precisato - ma un grande partito cristiano e liberale che si candidi a governare l'Italia del XXI secolo&amp;quot;. Un partito &amp;quot;di ispirazione cristiana&amp;quot; certo, ma, ha avvertito Adornato, &amp;quot;non saremo il partito della Chiesa&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Le mia riflessioni - ha concluso - sono solo spunti, mi auguro utili, per accendere la miccia di una aperta discussione tra tutti noi, che ci porter&amp;agrave; a fine anno al congresso fondativo del nuovo partito. Il nome e il simbolo definitivi li decideremo l&amp;igrave; ma abbiamo comunque voluto evocare il nome 'Partito della nazione' per rendere immediatamente trasparente la direzione di marcia che vogliamo ispiri l'identit&amp;agrave; del nuovo partito. Un partito che ama l'Italia. pronto a difendere l'unit&amp;agrave; nazionale in qualsiasi momento essa tornasse a essere minacciata&amp;quot;. 
&lt;p&gt;
&amp;nbsp;
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&amp;nbsp;
&lt;/p&gt;
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=90539&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Udc: Adornato, serve nuovo governo per mettere in salvo l'Italia</title><description>Todi (Perugia), 20 mag. (Apcom) - Ferdinando Adornato rilancia la proposta avanzata da Pier Ferdinando Casini di un governo di salute pubblica e da Todi, dove ha preso il via il seminario di tre giorni dal titolo 'Verso il partito della nazione', ribadisce il no dell'Udc all'ingresso nel governo Berlusconi.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Non abbiamo proposto - ha spiegato il deputato Udc -. un allargamento della maggioranza ma un nuovo governo di responsabilit&amp;agrave;. Non pensiamo d volere aiutare il Pdl e il governo ad evitare il rischio Anemone o il rischio Fini ma vogliamo aiutare l'Italia a evitare il rischio Grecia&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Parliamo - ha chiarito Adornato - di una svolta politica: di un nuovo governo che programmi la messa in salvo dell'Italia&amp;quot;. Il presidente della Fondazione Liberal che organizza il seminario fa l'esempio del &amp;quot;governo di grande coalizione tedesco&amp;quot; che, osserva, &amp;quot;ha dato risultati&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&amp;quot;Questo &amp;egrave; il tempo storico della responsabilit&amp;agrave; ma - ha sottolineato - se la maggioranza ritiene di essere autosufficiente &amp;egrave; legittimo, va bene cos&amp;igrave;&amp;quot;. Quanto al leader della Lega, Umberto Bossi, che continua a sbarrare la strada ai centristi, Adornato commenta: &amp;quot;In attesa che Bossi cammini sulle acque del Po diciamo che questo governo non &amp;egrave; il regno dei cieli, non abbiamo nessuna intenzione di entrarci, n&amp;eacute; ci entreremo mai&amp;quot;. 
&lt;p&gt;
&amp;nbsp;
&lt;/p&gt;
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=90541&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Verso il partito della nazione, l'intervento di Ferdinando Adornato</title><description>&lt;p&gt;
Todi, 20 mag. - &amp;quot;Ci sono momenti nella vita di una nazione nei quali si sente la Storia passare vicino, quasi la si pu&amp;ograve; toccare con mano, respirare l'incombere delle minacce, l'affacciarsi delle speranze. Saperne afferrare le opportunit&amp;agrave;, evitando di essere travolti, &amp;egrave; esattamente il compito di una classe dirigente. Ebbene, oggi la Storia sta attraversando il destino dell'Europa. E pu&amp;ograve; cambiare, radicalmente, quello dell'Italia. Ma abbiamo una classe dirigente in grado di&amp;nbsp; guidarci con mano ferma in questo incrocio di futuro? 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Gi&amp;agrave; quattro anni fa, nel 2006, gli italiani manifestarono, con un voto senza chiara maggioranza, tutto il loro smarrimento intorno alla Seconda Repubblica. Non si era rivelata la Terra Promessa della modernizzazione: quanto piuttosto &lt;em&gt;il regno del tempo perso, &lt;/em&gt;accumulando nuovi squilibri e ritardi. Non si era modellata lungo la strada post-ideologica della competizione programmatica: ma era diventata il&amp;nbsp; teatro di una nuova &amp;quot;guerra civile ideologica&amp;quot; tra destra e sinistra. Non aveva segnato il riscatto della dignit&amp;agrave; e della nobilt&amp;agrave; della politica: al contrario, ne aveva accentuato la decadenza oligarchica. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Una vera classe dirigente avrebbe capito, gi&amp;agrave; nel 2006, che l'Italia, spaccata in due dal ring di un bipolarismo inconcludente, stava chiedendo ad entrambi i pugili di levarsi i guantoni ed avviare una nuova fase nella quale l'interesse nazionale prevalesse sulle convenienze delle parti. Cooperare per rilanciare l'Italia. Ma Prodi non ebbe lo scatto dello statista. E diede luogo ad uno dei pi&amp;ugrave; confusi governi della Repubblica. Non ci fu dunque da stupirsi se, nel 2008, gli italiani, assai spaventati, tornarono a ripararsi dietro&amp;nbsp; l'immagine di Berlusconi, assegnandogli una maggioranza schiacciante. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
E non fu neanche un&amp;nbsp; caso che, proprio nel 2008, noi decidemmo di uscire dal teatro della guerra civile, creando l'Unione di Centro e&amp;nbsp; assumendoci con coraggio la responsabilit&amp;agrave; di denunciare: cos&amp;igrave; non funziona, lo scontro bipolare sta fiaccando l'Italia. Una denuncia che, purtroppo, &amp;egrave; ancora oggi attuale. Non siamo profeti. Siamo normali uomini politici che non chiudono gli occhi di fronte alla realt&amp;agrave; di un &lt;em&gt;sistema&lt;/em&gt; &lt;em&gt;bloccato&lt;/em&gt; che di nuovo, come alla fine della Prima Repubblica, rende cieco il gioco del potere. Tant'&amp;egrave; che l'Italia del 2010, a soli due anni dalle elezioni, &amp;egrave; di nuovo sull'orlo di un'implosione sistemica. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Tre grandi emergenze, un vero e proprio triangolo delle Bermuda, minacciano oggi la tenuta del Paese: 1) La morsa sociale della crisi che ha cominciato a travolgere imprese&amp;nbsp; e famiglie. 2) La paura del declino accelerata dal crack greco e della incompiutezza europea. 3) Il ritorno di un crescente discredito verso la politica, inversamente proporzionale alle&amp;nbsp; mirabolanti illusioni di rinnovamento create dalla Seconda Repubblica. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Alla luce di tutto ci&amp;ograve;, la dichiarazione del presidente Casini &amp;quot;Prima o poi sar&amp;agrave; inevitabile che si formi un governo di responsabilit&amp;agrave; nazionale&amp;quot;, ha spiazzato un po' tutti perch&amp;eacute; in essa riuscivano a coincidere il semplice buon senso e il dimenticato passo della grande politica. Quale se non questo &amp;eacute; il&amp;nbsp; momento di sentirsi prima italiani e poi del Pdl, del Pd, dell'Udc, della Lega....? Cos'altro deve accadere perch&amp;eacute; scatti questo elementare amor di patria? 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Invece &amp;egrave; partito il solito prevedibile polverone. Bossi non vuole Casini, Franceschini non vuole Berlusconi. Piccola politica.&amp;nbsp; Quando il dito indica la luna solo lo sciocco guarda il dito. Ma siccome dentro al polverone si &amp;egrave; intravisto anche qualche spiraglio di ragionevolezza, vale la pena, affinch&amp;eacute; non si disperda, di ribadire il nostro pensiero.&amp;nbsp;&amp;nbsp;Noi abbiamo in testa di dover aiutare l'Italia ad evitare il &amp;quot;rischio Grecia&amp;quot;. Non pensiamo per niente di voler aiutare il Pdl e il governo ad uscire dal &amp;quot;rischio Anemone&amp;quot; o ad aggirare il &amp;quot;rischio Fini&amp;quot;! Ci&amp;ograve; di cui parliamo non &amp;egrave; un trasformistico &amp;quot;allargamento della maggioranza&amp;quot;. Essa &amp;egrave; gi&amp;agrave; sufficientemente larga. Parliamo di una &lt;em&gt;svolta politica&lt;/em&gt; da proporre con chiarezza al Paese: un &lt;em&gt;nuovo governo&lt;/em&gt; &lt;em&gt;di responsabilit&amp;agrave; nazionale&lt;/em&gt; che programmi la &amp;quot;messa in salvo&amp;quot; dell'Italia attraverso le riforme di cui essa ha bisogno. Per carit&amp;agrave;, nessun classico &amp;quot;pasticcio italiano&amp;quot;. Il governo di grande coalizione ha dato in Germania risultati straordinari. E inedite intese si stanno realizzando, sia pure in forma diversa, in Gran Bretagna. Le classi dirigenti europee, chi prima chi poi, stanno cominciando a capire che questo &amp;egrave; il tempo storico della responsabilit&amp;agrave;. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
La nostra &amp;egrave; un'ipotesi, una proposta, forse anche di pi&amp;ugrave;: una diversa idea dell'Italia. Ma se la maggioranza ritiene di essere autosufficiente, che non sia necessaria l'assunzione di una comune responsabilit&amp;agrave; di fronte al Paese, va bene cos&amp;igrave;. Anche questa &amp;egrave; un'ipotesi politica, legittima. La verifica la daranno, come sempre, i fatti. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ora la maggioranza pensa a una manovra da 25-30 miliardi di euro. Quando la conosceremo nei dettagli daremo le nostre valutazioni. Noi apprezziamo sinceramente l'opera del ministro Tremonti di &amp;quot;difesa&amp;quot; dei conti pubblici. Ma sentiamo che, accanto ad una buona difesa, &amp;egrave; oggi indispensabile puntare su un efficace gioco d'attacco, aggredendo la crisi con interventi strutturali che, oltre che guardare all'oggi, preparino il domani. &lt;em&gt;Il traguardo &amp;egrave; uno solo: recuperare, nel tempo pi&amp;ugrave; rapido possibile, la competitivit&amp;agrave; del sistema-Paese. &lt;/em&gt;
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
E ci si pu&amp;ograve; arrivare solo con cinque Grandi Modernizzazioni: 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
1- Tagliare strutturalmente la spesa pubblica. Con quattro voci-chiave:&amp;nbsp; a) Riformare le pensioni, aumentando l'et&amp;agrave; di uscita dal lavoro e sostenendo le fasce pi&amp;ugrave; deboli. b) Eliminare tutta la burocrazia inutile a partire dalle province. c) Metter seriamente mano alle inefficienze del sistema sanitario. d) Esaminare con grande attenzione i costi del progetto federalista. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
2- Agire immediatamente sulla leva fiscale per ridurre la pressione sulle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, e per rimodulare quella delle famiglie, in favore dei nuclei pi&amp;ugrave; numerosi. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
3- Aprire finalmente l'era delle liberalizzazioni, soprattutto quelle delle aziende collegate alle amministrazioni locali, spezzando il potere delle corporazioni che finora l'hanno impedito. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
4- Elaborare e attuare un nuovo, serio piano di sviluppo della Ricerca, dell'Innovazione e della Formazione. La qualit&amp;agrave; del capitale umano &amp;egrave; l'unico vero termometro di futuro del mondo globale. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
5- Assumere il tema dell'energia come priorit&amp;agrave; dello sviluppo del Paese e della difesa della sua sovranit&amp;agrave;. Il ritorno del nucleare e l'apertura alle nuove fonti di energia, (e ci&amp;ograve; che si chiama green economy) non sono progetti in contraddizione. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
La maggior parte di questi obiettivi sono chiari da oltre un decennio. Eppure l'Italia &amp;egrave; rimasta immobile. Bankitalia con Draghi, Confindustria con Montezemolo e oggi con la Marcegaglia, i protagonisti della neonata Rete Imprese Italia, hanno pi&amp;ugrave; volte spinto i governi lungo la strada del coraggio. I sindacati pi&amp;ugrave; avvertiti, la Cisl e la Uil, hanno mostrato disponibilit&amp;agrave;. Niente da fare. Appunto: la Seconda Repubblica &amp;egrave; stata il regno del tempo perso. Pi&amp;ugrave; di un decennio sprecato in nome del moloch bipolare, della guerra civile tra berlusconiani e antiberlusconiani. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ma, ecco il punto, bisogna aver chiaro che queste grandi modernizzazioni richiedono misure anche assai impopolari. Ci&amp;ograve; che significa una classe dirigente capace di creare un consenso vastissimo in nome dell'interesse nazionale, un clima di mobilitazione culturale e civile in grado di piegare ogni corporativismo. Appunto: un nuovo governo di responsabilit&amp;agrave; nazionale. Di pi&amp;ugrave;: un nuovo patto tra gli italiani.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
L'Italia, esattamente come dopo la guerra, ha bisogno di una &amp;quot;seconda ricostruzione&amp;quot;. Di ritrovare quel clima di comune operosit&amp;agrave; politica, sociale e civile che caratterizz&amp;ograve; il tempo iniziale della Repubblica. Solo cos&amp;igrave; forse si potr&amp;agrave; anche riscrivere insieme la Costituzione.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ora forse &amp;egrave; pi&amp;ugrave; chiaro cos'&amp;egrave; che noi davvero proponiamo: &lt;em&gt;un nuovo patto per l'Italia.&lt;/em&gt; Ma non basta andare dal notaio o da Vespa per sottoscriverlo. Ci vuole un Nuovo Inizio. &lt;em&gt;Uno scatto di reni di tutta la politica che rompa con le divisioni demagogiche, con le faziosit&amp;agrave; reciproche, con le litigiosit&amp;agrave; quotidiane.&lt;/em&gt; Uno scatto di reni che induca i cittadini a credere ancora, nonostante tutto, nella forza di una terra che, restando unita, sappia scrivere, come nel passato, una nuova pagina di riscatto. Un Paese che sappia afferrare la Storia che gli passa accanto.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Tutto sta cambiando, nel mondo, in Europa, in Italia. Tutti noi dovremo cambiare: orizzonti, stili di vita, comportamenti. Tutti i partiti dovranno cambiare. Oppure, saranno cambiati. Prima o poi sar&amp;agrave; inevitabile. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;PREPARARSI A UN GRANDE MUTAMENTO 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ebbene, cari amici, in attesa che l'insieme della politica sia capace di questo scatto, cominciamo a cambiare noi. Non siamo gente abituata a chiedere agli altri ci&amp;ograve; che noi non siamo disposti a fare. Al contrario: vogliamo partire noi per primi. Il senso di queste giornate di Todi sta tutto qui: &lt;em&gt;indicare al Paese una nuova strada, cominciare noi per primi a percorrerla.&lt;/em&gt; Occorre prepararsi a un Grande Mutamento. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Due scenari sopra gli altri stanno modificando alcune convinzioni di fondo che hanno accompagnato il tempo della Seconda Repubblica. 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;
&lt;strong&gt;1) Il confronto tra gli Stati-nazione.&lt;/strong&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="left"&gt;
Verso la fine degli anni Novanta si diffuse come un dogma l'idea che la fine del Novecento, con la caduta delle ideologie e l'avvento della globalizzazione, avrebbe decretato il tramonto degli Stati-nazione. Abbiamo vissuto questi ultimi anni prigionieri di questa convinzione. Ebbene, dobbiamo liberarcene. L'arena della globalizzazione si sta rivelando sempre pi&amp;ugrave; come una partita a domino nella quale nuovi grandi Stati-nazione come la Cina, l'India e il Giappone si confrontano con lo Stato-nazione americano, mentre Putin cerca di ricondurre Mosca lungo la strada imperial-autoritaria-nazionalista. &lt;em&gt;La globalizzazione attraversa le sovranit&amp;agrave; degli Stati-nazione. Ma gli Stati-nazione restano gli attori principali della sua governance.&lt;/em&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ma anche volendo limitare lo sguardo alla vecchia Europa scorgiamo all'orizzonte un netto bivio: o la sovranit&amp;agrave; dei singoli Stati-nazione si deposita nell'autorit&amp;agrave; di un unico Stato europeo, come era nel sogno di De Gasperi e di Spinelli, oppure la storia torner&amp;agrave; drammaticamente indietro. La classe dirigente europea ha recentemente salvato l'euro, ricorrendo agli strumenti tradizionali di uno Stato-nazione: l'intervento di salvataggio della banca centrale, la solidariet&amp;agrave; consapevole della classe politica. Ma l'emergenza non fa primavera. &lt;em&gt;Non pu&amp;ograve; resistere a lungo una moneta unica senza una comune politica economica, senza una comune autorit&amp;agrave; politica.&lt;/em&gt; O si procede lungo la strada del consolidamento di una sovranit&amp;agrave; democratica, legittimata da tutti i popoli e da tutti gli Stati, oppure il XXI secolo scriver&amp;agrave; il declino del sogno di una stabile &amp;quot;pax europea&amp;quot;. E il rischio della guerra torner&amp;agrave; a farsi concreto. Perci&amp;ograve; nazione italiana e nazione europea sono due facce della stessa medaglia: o si integrano o decadono, insieme. Simul stabunt, simul cadent. Perch&amp;eacute; l'Europa, se sar&amp;agrave;, sar&amp;agrave; Europa delle nazioni. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
E' pura utopia pensare che le zoni pi&amp;ugrave; forti dell'Italia, quelle del Nord, possano avere convenienza ad accettare un patto con altre macroregioni continentali abbandonando il Sud al suo destino. L'Europa del futuro non si divider&amp;agrave; in macroregioni. O sar&amp;agrave; uno Stato-nazione unitario o torneranno a prevalere, come in parte gi&amp;agrave; accade, gli Stati-nazione pi&amp;ugrave; forti: la Germania e la Francia. La Storia riaprirebbe cos&amp;igrave; il libro dell'Ottocento. E se, in questo scenario, l'Italia si dividesse, tornerebbe ad essere, proprio come&amp;nbsp; allora, terreno di conquista. A cominciare dalla Padania. Perci&amp;ograve; cari amici della Lega, per il Nord secessione non significa indipendenza. Al contrario, significa tornare a vecchie sudditanze: non pi&amp;ugrave; da Roma, ma da Berlino o da Parigi.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Si pu&amp;ograve; contestare lo Stato italiano e la sua organizzazione. Ma non si pu&amp;ograve; dimenticare che la nazione italiana precede di molti secoli la nascita dello Stato, e che essa batte nei cuori delle donne e degli uomini di questa terra da Dante, da Petrarca, da Vico, da Campanella, da Manzoni, al Nord come al Sud, &amp;quot;una d'arme, di lingua, d'altar&amp;quot;. Il futuro chiede dunque partiti che tornino ad amare l'Italia, vivendo, con nuova passione, direi quasi con fede, il concetto di Stato e quello di Nazione, come in altri tempi della nostra storia non era successo, declinandoli nell'orizzonte di battersi, di una pi&amp;ugrave; grande patria europea.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;
&lt;strong&gt;2) Il tramonto dell'era mercatista&lt;/strong&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
C'era una volta la deregulation. Il trionfo dell'idea che il mercato, gli &lt;em&gt;animal spirits&lt;/em&gt; della societ&amp;agrave; civile, una certa dose di anarchismo individualista, potessero essere la &amp;quot;nuova ideologia&amp;quot;. Intendiamoci: si tratt&amp;ograve; di una salutare boccata d'ossigeno per democrazie appesantite da decenni di&amp;nbsp; statalismo burocratico. Ma ogni ideologia, presto o tardi, finisce per tradire anche le migliori intenzioni. Sulla sua scia, infatti, banchieri e operatori di mercato, ma anche molti governi, pi&amp;ugrave; inclini all'&amp;quot;animal&amp;quot; che allo &amp;quot;spirit&amp;quot;, hanno finito per colpire a morte in un colpo solo il mercato, lo Stato&amp;nbsp; l'etica pubblica, il lavoro di milioni di persone. Un Bingo diabolico che ha travolto la nostra vita e&amp;nbsp; le fondamenta stesse dell'Occidente. La recente crisi finanziaria ha chiuso definitivamente l'era mercatista. Stato, politica ed etica tornano ad essere centrali nel senso comune dei governi e dei popoli. Le decisioni &amp;quot;dirigiste&amp;quot; di Obama e dell'Unione europea, l'evocazione universale di&amp;nbsp; nuove regole per banche e mercati stanno richiamando in vita metri di misura della realt&amp;agrave; che l'era precedente aveva relegato negli archivi del giurassico politico.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Chi ha sempre avuto come stella polare l'economia sociale di mercato non si sorprende pi&amp;ugrave; di tanto. Ma non pu&amp;ograve; non colpire la superficiale volatilit&amp;agrave; con la quale classi dirigenti e opinioni pubbliche passano da decenni di infatuazione statalista ad altri di miraggio liberista senza riuscire a tenere il pendolo in equilibrio. La fine dell'era mercatista propone dunque, accanto a quelle pi&amp;ugrave; evidenti, una lezione di fondo: le culture di governo non possono dipendere dagli effimeri&amp;nbsp; oracoli dei sondaggi e dei media. Il futuro chiede partiti consapevoli di questa verit&amp;agrave;.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Vorrei dirlo nel modo pi&amp;ugrave; semplice: la Politica e l'Amministrazione richiedono seriet&amp;agrave;, studio, applicazione, competenza, onest&amp;agrave;, rispetto delle regole. Esse non possono diventare branche della tecnica pubblicitaria. L'immagine &amp;egrave; una componente indispensabile, ma non esclusiva della rappresentanza. Ritorno dello Stato e della Politica. Forte richiesta di Etica, di Responsabilit&amp;agrave;, di Regole. Primato dell'interesse nazionale. Senso del dovere. Coraggio civico. Rispetto delle autorit&amp;agrave;: tornano ad essere questi gli ingredienti indispensabili della vita pubblica. 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="left"&gt;
Per corrispondere a questa svolta l'Italia deve cambiare davvero tanto. Anche perch&amp;eacute; antipolitica e populismo hanno fatto ampiamente breccia, cosicch&amp;egrave; oggi assistiamo a un curioso paradosso: sia parte del Popolo che parte del Palazzo si nutrono, magari l'un contro l'altro, degli stessi clich&amp;egrave;. Antipolitici, antinazionali, antistatali. Il qualunquismo del potere, che contagia insieme settori della maggioranza e Di Pietro, sta diventando un fenomeno davvero preoccupante. Qui sta, cari amici, la nostra pi&amp;ugrave; grande difficolt&amp;agrave;. Recitare fuori dal coro quando il coro &amp;egrave; assordante. Proporre seriet&amp;agrave; in un surreale contesto di generale superficialit&amp;agrave;. Ma questo &amp;egrave; anche, d'altra parte, ci&amp;ograve; che d&amp;agrave; grande forza alla nostra battaglia.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;
&lt;strong&gt;VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE&lt;/strong&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Il cambiamento non &amp;egrave; dunque un capriccio. Il mondo, l'Europa, l'Italia, il mutamento dei vecchi paradigmi interpretativi: tutto chiede un salto di qualit&amp;agrave;.&amp;nbsp; E noi oggi diamo inizio a questo salto. Ma sentiamo il bisogno di andare oltre l'Unione di centro anche per un'altra ragione: perch&amp;eacute; abbiamo vinto. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Nel 2008 quando, da soli, abbiamo deciso di denunciare l'inadeguatezza del bipolarismo italiano, il Paese ufficiale celebrava i fasti del &amp;quot;veltrusconismo&amp;quot;, l'apogeo di un bipartitismo in via di presunta stabilizzazione. Sembrava che per noi non ci fosse pi&amp;ugrave; speranza. Che ci fosse solo da decidere se essere seppelliti dentro le mura o, come gli eretici, fuori. Lontano dagli occhi e dal cuore.&amp;nbsp; Non &amp;egrave; andata cos&amp;igrave;. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Solo due anni dopo in affanno non siamo noi: ma proprio i due giganti d'argilla. Prima &amp;egrave; entrato in crisi il Pd: e non ne &amp;egrave; ancora uscito. Francesco Rutelli ha condiviso molte delle nostre analisi ed ha creato l'Api. Molti ex popolari si chiedono se una riedizione dei Ds pu&amp;ograve; essere la casa del loro futuro. Veltroni e Franceschini, come quei giapponesi che non avevano capito che la guerra era finita, continuano a inseguire una vocazione che di maggioritario, ormai, ha&amp;nbsp; solo la testardaggine. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Poi &amp;egrave; entrato in crisi il Pdl. Fini si &amp;egrave; ricordato di aver definito il partito del predellino una &amp;quot;comica finale&amp;quot; e la sua denuncia del populismo corrisponde ad un senso dello Stato da noi condiviso. Ma &amp;egrave; l'insieme di quel partito a non avere pi&amp;ugrave; identit&amp;agrave;, diviso com'&amp;egrave; tra quattro o cinque aree l'un contro l'altra armate. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
L'Unione di Centro e la Costituente sono stati strumenti decisivi per far precipitare la crisi del bipolarismo. Senza la nostra denuncia e il nostro esempio, senza il nostro costante appello a tutti i moderati, oggi la realt&amp;agrave; sarebbe diversa e noi non saremmo tornati &amp;quot;centrali&amp;quot; nella vita politica italiana. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Noi abbiamo indicato il sentiero a chi voleva mettersi in movimento. Ma oggi la crisi del &amp;quot;bipolarismo all'italiana&amp;quot; &amp;egrave; entrata nella sua fase finale. E se non vogliamo che altri raccolgano i frutti dell'albero che noi per primi abbiamo scosso, dobbiamo cambiare. &lt;em&gt;Da un partito nato per denunciare l'inadaguatezza del sistema, dobbiamo costruire un partito capace di governare il futuro del sistema.&amp;nbsp; &lt;/em&gt;
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Due mutamenti sembrano preliminari. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Il primo. L'insistente richiamo al Centro ha avuto un grande valore nel denunciare i limiti della destra e della sinistra. Ma oggi, se vogliamo rivolgerci a una pi&amp;ugrave; vasta platea di cittadini, non possiamo pi&amp;ugrave; riferirci solo alla geografia sistemica. Per la maggioranza degli italiani, soprattutto dei pi&amp;ugrave; giovani, le categorie di destra, di sinistra, di centro non sono pi&amp;ugrave; in grado di evocare visioni, passioni, immagini di futuro. La nostra cultura politica non pu&amp;ograve; che restare centrista: l'equilibrio istituzionale, la moderazione, il rispetto per l'avversario, la ricerca dell'intesa, e soprattutto il primato dell'interesse nazionale, saranno sempre la colonna sonora della nostra identit&amp;agrave;.&amp;nbsp; Ma i programmi, i valori, i miti che metteremo in campo, a partire dal nome, dovranno parlare di Italia, non di aree sistemiche. Del resto, la Democrazia Cristiana non ha avuto bisogno di battezzarsi con la parola Centro per diventare il pi&amp;ugrave; grande partito di Centro della storia d'Italia. Ebbene, si pu&amp;ograve; dire che noi, da oggi, &lt;em&gt;mettiamo al Centro la nazione.&lt;/em&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Il secondo. Il nostro non vuole pi&amp;ugrave; essere inteso come un partito di nicchia, di esclusiva affiliazione post-democristiana. Laici, cattolici, repubblicani, liberali, moderati del Pd e del Pdl, possono e debbono trovare nel nuovo partito una sponda libera, senza vincoli oltre quelli dell'adesione ai valori e ai programmi. No, la Dc non pu&amp;ograve; rinascere. A maggior ragione non ha senso coltivare il reducismo. Il nostro &amp;egrave; dunque un&amp;nbsp; progetto del tutto nuovo, non un restyling dell'Udc: il progetto di un grande partito cristiano e liberale che si candidi a governare l'Italia del XXI secolo. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Cristiana e liberale, con Gioberti, Rosmini e Mazzini, &amp;egrave; stata la cultura che ha ispirato il processo risorgimentale. Cristiana e liberale, con De Gasperi e Einaudi, &amp;egrave; stata la guida della ricostruzione italiana. Si &amp;egrave; trattato di due momenti tra i pi&amp;ugrave; entusiasmanti della nostra storia, laddove Stato e Nazione vennero letti come una sola unit&amp;agrave;, spirituale e territoriale. Cristiani e liberali possono dar vita a una omogenea comunit&amp;agrave; politica, perch&amp;eacute; omogenea &amp;egrave; la loro filosofia pubblica: entrambi credono nel primato della Persona, sullo Stato, sulla Classe, sulla Razza. Entrambi credono che il diritto naturale abbia forza di legge prima di qualsiasi contratto sociale.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&lt;em&gt;Saremo sempre un partito di ispirazione cristiana, ma non saremo il partito della Chiesa.&lt;/em&gt; La Chiesa &amp;egrave; una comunit&amp;agrave; spirituale ma &amp;eacute; anche un'istituzione che ha il diritto-dovere di intervenire sulla realt&amp;agrave; temporale. E non &amp;egrave; detto che tutti i suoi giudizi debbano necessariamente coincidere con i nostri. E viceversa. Noi per&amp;ograve; rispetteremo sempre la Chiesa, quale che siano le sue opinioni. Non siamo tra quelli che la &amp;quot;usano&amp;quot; a seconda delle convenienze. Che contestano il suo diritto alla parola quando non condividono, e la esaltano quando la possono &amp;quot;strumentalizzare&amp;quot; nello scontro politico. Non siamo e non saremo mai sepolcri imbiancati.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Ci rivolgeremo con forza a quei movimenti cattolici che sappiamo esprimere ansie di rinnovamento vicine alle nostre, cos&amp;igrave; come a tutte quelle realt&amp;agrave; laiche, del volontariato e del no-profit, che si muovono non per brama di potere ma per compiere opera di servizio alla comunit&amp;agrave;. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Questa volta non abbiamo invitato al nostro seminario esponenti di altri movimenti o soggetti politici. Non lo abbiamo fatto perch&amp;eacute; risulti chiaro che non vogliamo far nascere il nuovo partito come somma di organigrammi e di nomenklature. A Rutelli e all'Api, ad altri movimenti che sorgessero oltre il Pd, oppure alle eventuali novit&amp;agrave; che maturassero dalle divisioni del Pdl, lanciamo invece, qui da Todi, un progetto per le prossime politiche: &lt;em&gt;lavoriamo per costruire insieme un grande rassemblement riformista, una nuova grande alleanza che si candidi, oltre Pd e Pdl, al governo del Paese. &lt;/em&gt;Marciamo oggi distinti (ma non distanti)&amp;nbsp; per colpire domani insieme. Da qui ad allora, ciascuno coltivi la propria crescita, preparandoci a rendere ancora pi&amp;ugrave; forte e credibile la proposta di una nuova casa politica comune.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;
&lt;strong&gt;LE QUATTRO METAFORE&lt;/strong&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Le riflessioni della mia relazione sono solo spunti, mi auguro utili, per accendere la miccia di una aperta discussione tra tutti noi, che ci porter&amp;agrave; a fine anno al congresso fondativo del nuovo partito. Il nome e il simbolo definitivi li decideremo l&amp;igrave;, aprendo fin da subito un pubblico concorso di idee. Ma abbiamo comunque voluto evocare il nome &amp;quot;Partito della nazione&amp;quot; per rendere immediatamente trasparente la direzione di marcia, la narrazione politica, ma anche emotiva, che vogliamo ispiri l'identit&amp;agrave; del nuovo partito. 
&lt;/p&gt;
&lt;p align="left"&gt;
&lt;em&gt;Un partito che ama l'Italia. Pronto a difendere l'unit&amp;agrave; nazionale in qualsiasi momento essa tornasse ad essere minacciata.&lt;/em&gt; Ma anche un partito consapevole che non la si pu&amp;ograve; difendere solo con la retorica: per il semplice motivo che essa non &amp;egrave; ancora compiuta.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Per noi italiani la storia non &amp;egrave; stata lineare.&amp;nbsp; Dapprima siamo stati costretti a gestire la gioia tanto attesa dello Stato unitario con il dolore dell'ostilit&amp;agrave; della Chiesa cattolica. Dolore non da poco, perch&amp;eacute; la religione &amp;egrave; componente fondamentale dello spirito di una nazione. Cos&amp;igrave; l'Italia unitaria si trov&amp;ograve; ad essere Stato, ma senza sentirsi pienamente&amp;nbsp; nazione. Viceversa, il&amp;nbsp; fascismo fece leva proprio sul mito della nazione, ma al prezzo di strapparle il cuore: la libert&amp;agrave;. Resistenza, Ricostruzione, Costituzione: il decennio postbellico&amp;nbsp; riaccese la speranza di un nuovo Rinascimento italiano, ma dur&amp;ograve; poco. La Guerra Fredda torn&amp;ograve; a&amp;nbsp; consegnarci uno Stato diviso in due nazioni: quella atlantica e quella comunista. Infine, crollato il Muro di Berlino sembr&amp;ograve; finalmente arrivato il tempo della riconciliazione, il traguardo di un Paese dai valori condivisi. La Presidenza Ciampi per questo si adoper&amp;ograve;, ed essa resta ancora un faro per la nostra azione. Ma il selvaggio &amp;quot;bipolarismo all'italiana&amp;quot; lavorava, intanto, per riconvocare, in un nuova guerra civile ideologica tra destra e sinistra, i fantasmi del passato. Per di pi&amp;ugrave;&amp;nbsp; l'evocazione leghista di due nazioni, quella padana e quella italiana, ha segnato l'eterno ritorno di una maledizione disunionista che sembra non darci pace.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Non possiamo pi&amp;ugrave; attendere. &lt;em&gt;E'arrivato il tempo della riconciliazione nazionale, della pacificazione di una terra che deve saper trovare le ragioni di una convivenza ricca di valori condivisi.&lt;/em&gt; Perci&amp;ograve; la metafora del Partito della nazione guarda&amp;nbsp;&amp;nbsp; al futuro. Dice alla nostra generazione, ma sopratutto a quelle che verranno, una cosa terribilmente semplice: il nostro, il vostro compito &amp;egrave; costruire, davvero e finalmente, l'Italia. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&amp;quot;Partito della nazione&amp;quot; vuol dire anche &amp;quot;Partito di ricostruzione della Repubblica&amp;quot;. E' saltato l'equilibrio previsto dalla nostra Carta. Ma finora tutte le ipotesi di Grande Riforma non si sono mosse nella direzione di creare un Nuovo Equilibrio, adattando con saggezza la Costituzione al nuovo spirito del tempo. Interessi personali e di parte e presuntuosi dilettantismi hanno forzato la costituzione materiale imponendo &amp;quot;riforme di fatto&amp;quot; che hanno finito per lacerare il tessuto di relazione tra esecutivo, legislativo, giudiziario, autorit&amp;agrave; di garanzia; la dialettica tra le Regioni e le categorie sociali. La rappresentanza di tutte le assemblee elettive, dal parlamento ai consigli comunali, &amp;egrave; stata vilipesa e resa pleonastica. La forza di filtro dei corpi intermedi &amp;egrave; stata irrisa e schiacciata. Il sistema &amp;egrave; tutto da ricucire. Ma, appunto, per usare bene il filo e l'ago occorre un nuovo disegno politico.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&amp;quot;Partito della nazione&amp;quot; vuol dire anche &amp;quot;Partito della modernizzazione liberale&amp;quot;. Un partito che sappia ritrovare le ragioni della propria presenza anche nel Nord del Paese, raccogliendo la sfida che Berlusconi aveva lanciato nei primi anni Novanta per poi abbandonarla nel girone degli annunci. La modernizzazione liberale &amp;egrave; la chiave della possibile nuova Unit&amp;agrave; d'Italia perch&amp;eacute; essa significa insieme &lt;em&gt;nuovo scatto del Nord e riscatto del Sud&lt;/em&gt;. Pdl e Lega fanno finta di non accorgersi che il popolo delle partite Iva, degli artigiani, delle piccole e medie imprese, il blocco sociale che finora ha sostenuto il centrodestra, si sente sostanzialmente tradito. Ma questo deve essere il nostro popolo, il popolo del &amp;quot;partito della nazione&amp;quot;.&amp;nbsp; E' il popolo dei tanti Renzo e delle tante Lucia che hanno fatto l'Italia. Lucia era un'operaia alla filanda, Renzo un lavoratore autonomo che diventer&amp;agrave; piccolo imprenditore. Insomma Renzo e Lucia avrebbero fatto parte a pieno titolo della nuova Rete Imprese Italia. E ormai ci sono tanti Renzo e Lucia anche al Sud. Questo popolo aspetta una classe dirigente seria che sappia finalmente guidarlo con coraggio verso quelle riforme di sistema sempre rinviate. Vogliamo e dobbiamo essere noi l'avanguardia di questa classe dirigente.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&amp;quot;Partito della nazione&amp;quot; vuol dire anche &amp;quot;Partito dell'etica pubblica&amp;quot;. Partito della legalit&amp;agrave; contro gli opposti estremismi dell'impunit&amp;agrave; e del giustizialismo. Partito della vita per un buon uso della scienza e della ricerca, che non tradisca il diritto naturale. Partito del limite, contro la dittatura della volgarit&amp;agrave; televisiva e mediatica, dello sfruttamento dei corpi femminili e infantili, della caduta di ogni senso della vergogna. Partito della sobriet&amp;agrave; negli stili di vita e nei comportamenti privati e pubblici. Partito del senso dell'autorit&amp;agrave; ormai decaduto nella scuola, nella famiglia, nello Stato.&amp;nbsp;&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Sono queste le quattro principali metafore o parole-chiave che noi vediamo fondamentali nell'identit&amp;agrave; del nuovo partito. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Non vogliamo un partito &amp;quot;freddo&amp;quot;. Vogliamo al contrario un partito &amp;quot;caldo&amp;quot;. Che sappia animare di miti e di passioni l'immaginario dei pi&amp;ugrave; giovani. Perch&amp;eacute; non c'&amp;egrave; solo Che Guevara, non c'&amp;egrave; solo il Grande Fratello. Altri eroi popolano&amp;nbsp; i sentimenti di chi ha speranza nell'umanit&amp;agrave;. Cos&amp;igrave;, ci piacerebbe che i nostri ragazzi avessero nelle loro stanze il poster di Neda, la ragazza uccisa dalla polizia di Ahmadinejad mentre&amp;nbsp; combatteva per la libert&amp;agrave; dell'Iran. O quello del Dalai Lama che resiste con saggezza e moderazione alla violenza di Pechino. O quello di Chiara Lubich, vera fondatrice del partito dell'amore. O quello di Massimiliano Ramad&amp;ugrave; e Luigi Pascazio caduti a Bala Murghab, che come i loro colleghi a Nassiryia o i paracadutisti della Folgore a Kabul, hanno dato la vita per difendere la bandiera della loro nazione e la sicurezza del mondo. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Storie di vita, piccole e grandi, tutte segnate dalla libert&amp;agrave;, dall'altruismo, dalla genialit&amp;agrave;, dalla generosit&amp;agrave;: valori fondativi di ci&amp;ograve; che chiamiamo Italia. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Vogliamo costruire un partito pi&amp;ugrave; giovane e pi&amp;ugrave; aperto. Un partito di regole e di valori. Un partito che sul territorio faccia valere il gioco di squadra e non l'interesse dei singoli. Non vogliamo pi&amp;ugrave; un partito autoreferenziale. Facciamo nostra la frase di Konrad Adenauer: &lt;em&gt;&amp;quot;Un partito esiste per il popolo, non per se stesso&amp;quot;.&lt;/em&gt; 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Abbiamo un leader cui non manca il coraggio. Abbiamo un gruppo dirigente unito, di donne e uomini che ormai si sentono davvero amici. Abbiamo una straordinaria comunit&amp;agrave; che ha saputo attraversare il deserto per la fede nei propri valori. Abbiamo un progetto politico che guarda al futuro dell'Italia. Perci&amp;ograve;, cari amici, ce la faremo&amp;quot;.&amp;nbsp; 
&lt;/p&gt;
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=90542&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>M.O.: Adornato, bene voto Italia, ma Israele non abbia paura verita'</title><description>(9Colonne) Roma, 3 giu - &amp;quot;Condividiamo l'atteggiamento di prudenza tenuto dal governo italiano sulla vicenda della Freedom Flottilla e il voto contrario espresso dal nostro Paese sull'avvio di un'inchiesta internazionale: riteniamo che Israele sia in grado di fare chiarezza da solo, con rigore e obiettivit&amp;agrave;.&lt;br /&gt;
Mettere sotto tutela Israele sarebbe stato sbagliato, ma ora chiediamo allo stato ebraico, che forse senza Kadima &amp;egrave; un po' troppo spostato a destra, di non aver paura della verit&amp;agrave;&amp;quot;. &amp;Egrave; quanto affermato in aula dal deputato dell'Unione di Centro Ferdinando Adornato, capogruppo centrista in Commissione esteri di Montecitorio. &amp;quot;Deve essere chiaro - ha aggiunto Adornato - che le organizzazioni non governative hanno il diritto a far arrivare aiuti a Gaza, e che Israele a sua volta ha il diritto di verificare, con un uso ponderato degli strumenti militari, che si tratti di soli aiuti umanitari e non di altro, visto che Hamas &amp;egrave; in guerra con lo stato ebraico&amp;quot;. &amp;quot;Certi errori militari - ha concluso il parlamentare Udc - sono frutto di una tensione crescente che si registra in Medio Oriente: non bisogna sottovalutare le parole di Ahmadinejad ma nemmeno quelle della Turchia che, sentitasi respinta dall'Unione Europea, &amp;egrave; arrivata a rivaleggiare nei toni persino con il leader iraniano&amp;quot;. 
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=90717&amp;TypeID=3</link></item><item><category>NEWS</category><title>Caliendo, Adornato: ora Governo deve fare conti con area decisiva </title><description>&lt;p&gt;
(9Colonne) Roma, 4 ago - &amp;quot;Ci sono due cose rilevanti: la prima &amp;egrave; che al governo mancano 17 voti, sono molti e questo dimostra che deve fare i conti con un'area che, probabilmente era stata sottovalutata e che, invece, diventa decisiva per il mantenimento della maggioranza. E l'altra &amp;egrave; il risultato di questa area della responsabilit&amp;agrave;, che si aggira intorno agli 80 voti se calcoliamo i membri del governo 'finiani'che hanno deciso di votare in linea. Dunque un'area importante perch&amp;eacute; &amp;egrave;, o meglio potrebbe essere, un gruppo parlamentare molto molto forte&amp;quot;. Cos&amp;igrave; il parlamentare Udc Ferdinando Adornato commenta il risultato del voto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, respinta oggi dall'aula di Montecitorio. 
&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
Secondo il deputato dell'Udc &amp;quot;se in futuro si verificheranno altre convergenze su altri temi, ci&amp;ograve; potr&amp;agrave; cambiare le sorti dei provvedimenti, quindi la seriet&amp;agrave;, la legalit&amp;agrave; il senso dello stato, il senso dell'etica pubblica hanno oggi una frontiera di difesa in pi&amp;ugrave;&amp;quot;. Adornato ribadisce poi come il voto di oggi non prefigura gi&amp;agrave; l'esistenza di un terzo polo, &amp;quot;anche perch&amp;eacute; - spiega - il terzo polo presuppone la permanenza del bipolarismo, quella che si &amp;egrave; formata oggi &amp;egrave; un'area centrale del Parlamento, non centrista, che si riconosce intorno ai temi dell'unit&amp;agrave; nazionale, dell'etica pubblica, della legalit&amp;agrave; e della modernizzazione del paese. Se poi - aggiunge il deputato centrista - da queste convergenze parlamentari nascer&amp;agrave; qualcosa di pi&amp;ugrave; sar&amp;agrave; il tempo a dirlo, noi non siamo fautori dei partiti che nascono in un pomeriggio o su un predellino. Quindi avremo bisogno di tutto il tempo necessario per verificare valori, programmi e convergenze&amp;quot;. &amp;quot;Questa legge elettorale - spiega poi Adornato - non toglie possibilit&amp;agrave; a noi: se si hanno valori e programmi giusti e i cittadini lo riconoscono, si pu&amp;ograve; vincere anche con questo sistema elettorale. Il problema &amp;egrave; un altro: gi&amp;agrave; due volte, prima con Prodi e poi con Berlusconi, questo sistema basato sul premio di maggioranza ha dimostrato che non regge la corda perch&amp;eacute; per acquistare il premio di maggioranza si finisce per mettere insieme tutto e il contrario di tutto, poi alla prova del governo non si ha la forza di reggere. Noi - conclude Adornato - possiamo anche andare a votare domani ma se non cambiamo il meccanismo ci ritroveremo da capo a dodici. Non &amp;egrave; tanto per favorire nuove aggregazioni ma &amp;egrave; per assicurare piena stabilit&amp;agrave; e governabilit&amp;agrave; al paese che la legge elettorale andrebbe cambiata&amp;quot;. 
&lt;/p&gt;
</description><link>http://www.udc-italia.it//News/Schedareader.aspx?ID=91632&amp;TypeID=3</link></item></channel></rss>