Torna alle Riflessioni di Rocco Buttiglione
Pubblichiamo il testo di una lettera informale che il presidente del Consiglio Nazionale, sen. Rocco Buttiglione, ha inviato a senatori, onorevoli, consiglieri nazionali e regionali ed ai segretari regionali e provinciali, contenente alcuni spunti di riflessione in merito al dibattito in corso sulla legge elettorale.
Cari Amici,
la recente proposta di un nuovo referendum in materia elettorale rimette questa materia al centro della discussione. Nei prossimi mesi il dibattito inevitabilmente si estenderà e si approfondirà. Data la rilevanza dell’argomento mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione alcune riflessioni personali, con lo scopo si sollecitare la discussione e la riflessione nel nostro partito. La riforma della legge elettorale, infatti, incrocia inevitabilmente – come si vedrà – il disegno politico che andiamo perseguendo.
I promotori del referendum danno una valutazione assolutamente negativa della legge oggi vigente. A questa valutazione si associano anche molti esponenti politici di rilievo anche dell’opposizione, oltre che la maggioranza dei commentatori politici indipendenti.
Dato che questa legge è stata fortemente voluta dall’UDC credo che noi abbiamo il dovere di difenderla o, quanto meno, di spiegare le ragioni per cui la abbiamo voluta.
Sgombriamo il campo da alcune valutazioni pretestuose e del tutto infondate, anche se largamente diffuse.
Spiace, per esempio, che un politico dell’intelligenza di Walter Veltroni dica che la “pessima” legge esistente sarebbe responsabile delle difficili condizioni di governabilità del paese con la esistenza di una diversa composizione della Camera e del Senato, con una maggioranza al Senato assai più risicata che non alla Camera. In realtà quando esistono due corpi elettorali distinti per le due assemblee elettive (al Senato non votano i giovani dai 18 ai 25 anni) e questi due corpi elettorali danno due risultati elettorali diversi, è assolutamente inevitabile, con qualunque sistema elettorale, che la composizione delle due assemblee sia differente. Se si fosse votato con il vecchio sistema il risultato avrebbe visto verosimilmente una maggioranza dell’Ulivo alla Camera e una maggioranza della Casa delle Libertà al Senato. Questo non vuol dire che il sistema attuale su questo punto non sia migliorabile. È vero che il meccanismo di assegnazione del premio di maggioranza su base regionale è macchinoso ed irrazionale. La funzione del premio di maggioranza, infatti, è quella di garantire la governabilità nazionale rafforzando la forza di maggioranza relativa in modo che possa esercitare la responsabilità di governo. Un premio di maggioranza attribuito su base regionale mantiene la funzione (secondaria) di favorire la compattezza delle coalizioni, unificati dalla volontà di assicurarsi in ciascuna regione il premio di maggioranza. Essa perde però la funzione (principale) di garantire la governabilità nazionale.
Non è, d’altro canto, possibile stabilire per il Senato un premio di maggioranza nazionale simile a quello della Camera. La Costituzione, infatti, sottolinea il carattere di rappresentanza regionale del Senato e ne vuole l’elezione su base regionale.
Il problema è di difficile soluzione. Non è infatti auspicabile un sistema elettorale del Senato del tutto diverso da quello della Camera. L’elettore rischierebbe di esserne frastornato e questo potrebbe diminuire la partecipazione elettorale o anche inquinare il risultato elettorale.
Una soluzione, certo, sarebbe quella di rinunciare per il Senato al premio di maggioranza. Questo avrebbe però conseguenze di ampia portata.
Se il governo dipende dalla fiducia di ambedue le camere (come è nel nostro sistema di bicameralismo perfetto) è del tutto inutile attribuire il premio di maggioranza in una sola delle due camere.
La proposta referendaria, in ogni caso, non tocca minimamente questo problema e non contribuisce alla sua soluzione.
Quali sono le caratteristiche essenziali della legge esistente? È perché l’UDC l’ha votata?
Con il sistema elettorale precedente il territorio nazionale era diviso in 475 collegi uninominali per la Camera e 238 collegi per il Senato. In ciascuno di questi collegi veniva eletto il candidato che avesse conseguito il maggior numero di voti. I voti dei candidati di minoranza andavano dispersi e non venivano rappresentati. Questo sistema comporta un fortissimo premio di maggioranza. Se, per esempio, una coalizione avesse il 51% del voto ripartito in modo uguale in tutto il territorio nazionale essa potrebbe assicurarsi il 100% dei collegi. Se poi le coalizioni fossero più di due la rappresentanza totalitaria potrebbe essere conseguita anche con meno del 51% dei voti. Per esempio in un sistema a 3 coalizioni la coalizione che avesse il 34% del voto, distribuito in modo uguale su tutto il territorio nazionale, avrebbe il 100% dei seggi.
È importante fare attenzione all’inciso “distribuito in modo uguale su tutto il territorio nazionale”. La distribuzione del voto sul territorio ha infatti, nei sistemi uninominali, una importanza decisiva. Al variare della distribuzione del voto sul territorio è possibile che la coalizione minoritaria nel paese sia invece maggioritaria in Parlamento. Immaginiamo infatti che una coalizione sia maggioritaria in due terzi dei collegi con una debole maggioranza (del 51%) e l’altra sia maggioritaria nell’altro terzo dei collegi ma con una maggioranza assai più importante (per esempio del 66%) alla fine una coalizione conquisterebbe 2/3 dei seggi con il 45% dei voti mentre l’altra otterrebbe solo 1/3 dei seggi con il 55% del voto complessivo.
Il 51% del 66% è uguale al 34% circa del voto complessivo, il 49% del 66% è uguale al 32% del voto complessivo. La prima coalizione si assicura 2/3 della rappresentanza con il 34% del voto.
Nel restante 33% dei seggi la coalizione minoritaria si assicura il 33% dei seggi con il 22% dei voti mentre la coalizione maggioritaria non ottiene nessun seggio con l’11% dei voti. Complessivamente la maggioranza avrebbe 2/3 dei seggi con il 45% dei voti e la minoranza 1/3 dei seggi con il 55% dei voti.
Il paradosso si spiega con il fatto che si perdono per la coalizione vincente l’11% dei voti dei collegi perdenti e per la perdente il 32% dei voti nei collegi in cui essa è perdente. Per di più nei collegi in cui è vincente la coalizione di maggioranza questa utilizza per intero il proprio voto; mentre nei collegi in cui essa è maggioritaria la coalizione di minoranza dispone di maggioranza più ampia di quella necessaria ad assicurare la vittoria. Anche in questo caso il voto in eccesso rispetto a quello necessario va disperso.
Un altro problema riguarda i partiti a prevalente connotazione localistica. Essi sono straordinariamente favoriti. Immaginiamo che esistano due partiti che dispongono della medesima forza elettorale del 10% ma la forza dell’uno è distribuita egualmente su tutto il territorio nazionale mentre quella dell’altro è concentrata nel 20% del territorio nazionale. La prima forza non avrà nessun rappresentante, la seconda può ottenere anche il 20% della rappresentanza nazionale.
Non voglio dire che sistemi uninominali non possono funzionare. In Gran Bretagna il sistema è uninominale e funziona benissimo. Esistono però alcune condizioni fondamentali perché un sistema uninominale possa funzionare. Occorre un livello elevato di fiducia reciproca da parte delle due coalizioni. Questo livello elevato di fiducia si esprime in un patto per escludere dal governo tutte le altre forze politiche. In Gran Bretagna, per esempio, i Conservatori non considerano nemmeno l’ipotesi di un’alleanza con i Liberali e preferiscono fare l’opposizione piuttosto che governare in coalizione con altre forze politiche. Lo stesso vale per i Laburisti.
Chi si colloca al di fuori delle due forze politiche principali rinuncia di fatto a competere per il governo e si condanna all’irrilevanza politica.
Se però non esiste un livello di fiducia elevato ed un patto non scritto di esclusione dei minori fra le principali forze politiche, allora la modalità di funzionamento del sistema si capovolge.
Se una forza politica non ha fiducia nell’altra e considera il suo successo come una catastrofe nazionale allora cercherà di stringere tutte le alleanze possibili pur di impedire che l’altra possa vincere. Alla preoccupazione di governare realizzando il proprio programma si sostituisce quella di impedire che l’avversario governi e realizzi il proprio programma.
Nella sua versione “virtuosa” il sistema uninominale è non solo bipolare ma anche tendenzialmente bipartitico. Non si fanno coalizioni e si provvede così al “taglio delle ali”.
Nella sua versione “viziosa” il sistema uninominale esalta il potere di coalizione dei piccoli ed impone coalizioni assolutamente eterogenee, unite solo dalla volontà di evitare la prevalenza dell’avversario. Una forza politica che dispone di qualche migliaio di voti a collegio ed è decisiva per fare maggioranza può trattare da pari a pari con le forze maggiori della coalizione e pretendere un numero di candidature di molto maggiore del suo peso elettorale. Per cercare di ovviare ai difatti del sistema uninominale la legge Mattarella (ribattezzata da Gianni Sartori “Mattarellum”) prevedeva che un quarto dei parlamentari fosse eletto con voto proporzionale su liste di partito. Il rimedio era però maggiore del male. Le liste di partito rafforzavano l’identità dei partiti dentro la coalizione mentre i candidati eletti nei singoli collegi si sentivano in qualche modo responsabili verso tutta la coalizione e vivevano una doppia lealtà: al partito ed alla coalizione. Il risultato era una lotta sotterranea: la coalizione cercava di svuotare i partiti sottraendo loro la lealtà dei parlamentari eletti nei collegi; i partiti per difendersi erano spinti ad indebolire la coalizione.
Come funzionava il vecchio sistema per l’UDC?
Guardiamo alle elezioni del 2001, le uniche elezioni politiche fatte dall’UDC con il vecchio sistema. Il risultato è stato assai magro: il 3,2%. Le ragioni naturalmente sono numerose e non ho la pretesa di fare un’analisi esauriente. È certo però che una parte di quelle ragioni sono di carattere sistemico ed è su di esse che concentriamo adesso la nostra attenzione.
L’UDC era rappresentata con candidati propri in un numero limitato di collegi. Nei collegi in cui era rappresentato il candidato era candidato non dal partito ma da tutta la coalizione. Per il candidato di uno dei partiti maggiori della coalizione era facile essere contemporaneamente candidato del partito e della coalizione (ai candidati dei partiti maggiori FI e AN vanno aggiunti quelli della Lega che è o era un partito medio-grande nella parte del paese in cui era rappresentato).
Il candidato UDC finiva sostanzialmente per fare prevalentemente campagna elettorale per la coalizione e solo marginalmente campagna per il suo partito. La campagna per il partito la facevano solo i candidati sulle liste proporzionali, ma di essi pochi si spendevano davvero perché pochissimi avevano una effettiva possibilità di elezione.
Questo è uno dei motivi per cui i risultati delle elezioni politiche nazionali sono stati tanto inferiori a quelli delle elezioni amministrative, regionali ed europee.
Noi abbiamo deciso di cambiare questo stato di cose ed abbiamo dato battaglia per avere una legge elettorale proporzionale. Perché il proporzionale? Dietro il sistema elettorale proporzionale c’è un’idea della politica. La politica è rappresentanza e decisioni. Il popolo deve essere rappresentato nelle assemblee parlamentari e questa rappresentazione deve essere il più possibile fedele alla realtà popolare. Tra tutte le articolazioni, adeguatamente rappresentate, si svolge il dialogo della politica che è ricerca continua di soluzioni unitarie, di convergenze al centro in modo che tutti si possono sentire ascoltati. Certo, a volte bisogna anche contarsi su fronti contrapposti ed arrivare ad una decisione. Il sistema proporzionale privilegia la rappresentanza e la mediazione, lo sforzo di tenere conto delle ragioni degli uni e di quelle degli altri.
Il sistema uninominale semplifica il panorama politico ed esclude tendenzialmente interi settori e gruppi sociali dalla rappresentanza, ovvero quando li include lo fa con la modalità sciagurata che prima abbiamo descritto.
Naturalmente anche il sistema proporzionale ha i suoi limiti. Esso privilegia la rappresentanza ma rischia di sacrificare la decisione. È una delle malattie della Prima Repubblica: la mediazione infinita fra le forze politiche che poi alla fine non produce nessuna decisione.
L’altro rischio del sistema proporzionale è l’instabilità: i partiti compongono e scompongono continuamente le loro alleanze provocando l’ascesa e la caduta dei governi. Per ovviare a questi difetti esistono diversi sistemi. Noi, nel fare la legge elettorale adesso vigente, ne abbiamo scelti due:
a) il patto di coalizione. I partiti si vincolano prima delle elezioni con un patto di coalizione che in caso di vittoria diventa patto di governo e dura per l’intera legislatura.
b) Il premio di maggioranza. La coalizione vincente riceve un premio in seggi che le consente di governare ed eviti che, se avesse mancato la maggioranza assoluta, possa essere ricattata da piccoli partiti intermedi o da singoli candidati.
Con il nuovo sistema non esistono eletti di partito ed eletti di coalizioni, gli eletti sono tutti eletti su liste di partito ed entrano nella coalizione attraverso il partito. I partiti si rafforzano. Con il nuovo sistema l’UDC ha avuto i suoi candidati su tutto il territorio nazionale ed i suoi elettori l’hanno votata.
Mentre il sistema precedente tendeva a mescolare fra loro gli elettorati dei singoli partiti in un popolo indifferenziato di centrodestra e di centrosinistra, il nuovo sistema facilita l’emergenza di uno specifico popolo UDC. Molto del dibattito politico interno nostro e fra noi ed i nostri alleati è stato condizionato proprio da questo tema: il rapporto fra partito e coalizione. Noi siamo leali al partito ed alla coalizione e siamo leali alla coalizione attraverso il partito. Berlusconi tende invece a pensare che la prima lealtà sia dovuta alla coalizione e la lealtà verso il partito abbia piuttosto un carattere residuale.
Noi avremmo voluto che la riforma proporzionale contenesse anche il voto di preferenza, in modo da consentire all’elettore di scegliere non solo il partito ma anche il candidato. Questo ci avrebbe consentito anche di evitare molte dispute e di mobilitare in modo organico la nostra forza sul territorio. Il voto di preferenza non siamo riusciti a d ottenerlo. Sarebbe però sbagliato non vedere che, anche senza il voto di preferenza, la legge elettorale proporzionale è stata una grande vittoria democratica ed una grande vittoria del nostro partito. Non c’è dubbio che il nostro positivo risultato elettorale è stato anche (ma certo non solo) una conseguenza della nuova legge elettorale.
La nuova legge fu subito attaccata con il massimo della violenza da parte della sinistra e in modo particolare dai prodiani. Per capire le ragioni di tanta ostilità dobbiamo cercare di vedere il problema dal loro punto di vista.
Prodi vuole fondere a forza ex-comunisti ed ex-democristiani in un unico partito. Per farlo ha bisogno di una legge elettorale che li costringa all’unità nonostante tutta la loro riluttanza e le loro resistenze. Ideale, da questo punto di vista, sarebbe l’uninominale secco. Per di più Prodi ha bisogno, per vincere, dei voti della sinistra alternativa ma sa che poi sarà difficilissimo governare insieme con loro. L’ideale per Prodi è una legge che permetta un premio di maggioranza amplissimo e predeterminato. Amplissimo significa che deve essere possibile ottenere con il 51% dei voti il 70% dei seggi. Predeterminato vuol dire che bisogna poter calcolare nel momento della formazione delle liste elettorali quale sarà la forza di ciascun partito della coalizione in caso di vittoria. Per ottenere ambedue questi risultati lo strumento ideale è, di nuovo, l’uninominale secco.
Un esempio ci aiuterà a capire: immaginiamo che la coalizione prodiana ottenga il 51% dei voti di cui il 35% di “sinistra riformista” (Margherita e DS) ed il 16% di sinistra alternativa. Questi sono, del resto, più o meno i rapporti di forza reali usciti dalle ultime elezioni. Se con questo 51% di voti ottenesse il 70% dei seggi Prodi sarebbe in grado di “pagare” gli alleati della sinistra alternativa con il 19% dei seggi e gli rimarrebbe comunque un 51% di seggi che gli consentirebbe di governare.
L’assegnazione dei collegi prima delle elezioni determinerebbe il rapporto di forza relativo fra sinistra riformista e sinistra alternativa. Prodi potrebbe governare anche senza la sinistra alternativa, questa sarebbe contenta di poter fare a seconda delle convenienze del momento il governo oppure l’opposizione e tutti sarebbero più felici. In pratica la sinistra moderata con il 35% dei voti potrebbe governare con il 51% dei seggi contro un centrodestra che con il 49% dei voti avrebbe solo il 30% dei seggi.
Se l’esito elettorale delle ultime elezioni è stato così diverso da quello che tutti si aspettavano e se la vittoria di Prodi, che si annunciava larghissima, è stata poi alla fine di strettissima misura, la ragione sta anche (certo non solo) nel cambiamento del sistema elettorale. Prima Prodi poteva promettere di vincere con Bertinotti per governare poi senza di lui o comunque senza dovergli poi riconoscere un diritto di vita o di morte sul governo. Proprio questo elemento attraeva verso Prodi la grande stampa e molti elementi del ceto moderato. Dopo la riforma elettorale noi abbiamo potuto dire “se Prodi vince con Bertinotti, con Bertinotti poi dovrà governare” e questo argomento è stato una delle chiavi del risultato elettorale.
Il premio elettorale di 35 seggi previsti dalla nuova legge elettorale è del tutto sufficiente a governare per una coalizione coesa, non è invece sufficiente per consentire ad una coalizione sbrindellata di continuare ad avere una maggioranza fittizia dopo aver congedato una sua parte incomoda.
Molti esponenti del centrodestra si accodano con troppa facilità alle critiche contro la legge elettorale esistente. Forse non hanno capito fino in fondo le regioni per le quali la sinistra la sta attaccando. Permane a destra la nostalgia di un bipolarismo muscolare, che privilegi senza residuo la decisione sulla mediazione e sulla rappresentanza, che costringa a scegliere fra destra e sinistra. È così forte questo “mito del maggioritario” che induce a non vedere le concretissime ragioni per le quali la sinistra vuole cambiare la legge elettorale esistente. La legge esistente, invece, tutto sommato, non è una cattiva legge. Essa può essere migliorata (per esempio introducendo le preferenze) ma può anche essere peggiorata (per esempio tornando ad un sistema di collegi uninominali).
Vediamo adesso di che tipo siano le modifiche che il nuovo referendum cerca di introdurre.
Il referendum, per Costituzione, può essere solo abrogativo. Può cioè soltanto abrogare alcune parti della legge esistente ma non può sostituirle con nuove formulazioni.
a) I promotori propongono di abolire l’assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione. Esso, di conseguenza, andrebbe alla lista del partito che ha ottenuto il maggior numero di voti. Questa è l’innovazione di maggior rilievo. Il sistema precedente sancisce un equilibrio fra coalizione e partito. Con questa modifica l’equilibrio si spezza. Apparentemente a favore del partito. Il premio di maggioranza infatti non è assegnato alla coalizione ma al partito che ha ottenuto il miglior risultato. In realtà invece l’intenzione dei proponenti è esattamente opposta. Essi vogliono spingere per trasformare le coalizioni in partiti. Essi pensano che i partiti, per poter vincere le elezioni ed assicurarsi il premio di maggioranza, saranno costretti a fondersi in partiti più grandi. Così dovrebbe passare il disegno del Partito Democratico nel centrosinistra e quello del Partito Moderato nel centrodestra.
b) La seconda modifica introdotta riguarda la soglia di sbarramento. Cadrebbe l’esclusione della soglia di sbarramento per i partiti che fanno parte di una coalizione e resterebbero fuori dal Parlamento tutte le forze che non raggiungono il 4% del voto nazionale nel caso della Camera e l’8% del voto regionale nel caso del Senato.
c) La terza modifica riguarda la impossibilità di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione.
Ma il sistema funzionerebbe davvero come sperano ad auspicano i suoi promotori? Avremmo davvero una semplificazione del sistema dei partiti con due soli protagonisti? È lecito dubitarne. Si tratta delle stesse promesse che facevamo i referendari del periodo ’92-‘94 e che allora si sono realizzate al contrario: più partiti, più frammentazione, meno senso di responsabilità, meno trasparenza dell’azione politica.
È facile immaginare che si presenterebbero così alle elezioni due liste alternative. Queste non sarebbero però due vere liste di partito ma due liste di coalizione. I partiti si riunirebbero per le elezioni salvo rivendicare la loro libertà di azione il giorno dopo le elezioni. E quale coalizione mai rifiuterebbe anche il più inaffidabile dei partner quando i suoi voti possono fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta?
Succederebbe esattamente quello che succedeva con il sistema elettorale precedente: alla vigilia delle elezioni si riunirebbero i leader di partito per la composizione delle liste. Essi arriverebbe con i risultati delle elezioni precedenti tenute con il sistema proporzionale (se la legislatura dovesse arrivare alla sua fine si tratterebbe delle elezioni regionali del 2010) e si dividerebbero i posti in lista secondo le proporzioni che risultano da quel risultato elettorale. Come prima si usavano i collegi uninominali per “mimare” quello che sarebbe stato il risultato di una elezione tenuta con il sistema proporzionale, così adesso si userebbe il sistema centrato sulle liste di partito per “mimare” il risultato che si sarebbe ottenuto con le liste di coalizione.
I promotori del referendum commettono due errori fondamentali. Il primo ha un carattere quasi filosofico. Essi sono animati da una fiducia illuministica ingenua nella capacità delle leggi elettorali di modellare e rimodellare i sistemi politici. Non è così. Non è sufficiente copiare la legge elettorale inglese per ottenere in Italia un sistema politico bipolare perfetto. Non esiste la legge elettorale perfetta, come non esiste la Costituzione perfetta. Buone sono le leggi elettorali che si adattano bene alla realtà del loro paese. La stessa legge elettorale può produrre in Gran Bretagna un bipartitismo perfetto ed in India (o in Italia) il moltiplicarsi dei partiti. Non voglio dire che la semplificazione del nostro sistema politico e la riduzione del numero dei partiti non sia desiderabile. Dico semplicemente che questo fine non può essere ottenuto solo con una nuova legge elettorale. Bisogna piuttosto attivare processi politici che vadano in quella direzione tenendo conto della storia, delle grandi trazioni politiche radicate nel nostro paese, dei complicati equilibri culturali, sociali e persino geografici sui quali si regge la nostra convivenza civile.
Ma anche a voler condividere l’ottimismo illuministico ingenuo dei promotori del referendum, salta all’occhio un’altro fondamentale errore sistemico. Il sistema elettorale potrebbe forse strutturare il sistema politico se esso fosse un sistema elettorale che si applica coerentemente al livello nazionale, regionale, provinciale e comunale. La riforma referendaria tocca invece solo il livello nazionale. I partiti continuerebbero ad esistere e ad aggregarsi nei livelli locali (oltre che in quello europeo) e si vedrebbero costretti a convergere solo nel livello nazionale.
Il risultato sarebbe inevitabilmente che i livelli locali attrarrebbero nella loro orbita il livello nazionale, le liste elettorali unitarie nazionali sarebbero mera sommatoria delle liste di partito secondo rapporti di forza predeterminati dai risultati delle elezioni proporzionali locali e si determinerebbe un sistema del tutto analogo a quello attuale, solo più macchinoso e difficile da gestire.
Manca, infine, in Italia, il presupposto fondamentale del bipartitismo: due forze politiche di forza più o meno eguale che insieme ottengono il 60 o 70% del voto nazionale. Le due principali forze italiane rimangono molto lontane da questo traguardo. Se andasse in vigore la riforma voluta dai referendari noi potremmo andare incontro ad uno di questi due scenari:
a) Forza Italia e DS concludono un patto di fiducia reciproca (come quello che esiste in Gran Bretagna fra Conservatori e Laburisti) impegnandosi a non fare alleanze con nessuno. Avremmo allora un partito che con il 25% dei voti potrebbe avere la maggioranza dei seggi in Parlamento. Nemmeno la legge Acerbo del fascismo ha proposto un tradimento così smaccato della rappresentanza popolare.
b) Si formano per prendere il premio di maggioranza due coalizioni esattamente eguali a quelle che già adesso abbiamo, solo più macchinose e più ingovernabili.
“Ma” si potrebbe dire “i referendari non pensano davvero di poter produrre con il referendum una buona legge elettorale. Essi vogliono stimolare il Parlamento perché faccia una nuova legge elettorale. È possibile fare una legge elettorale migliore di quella esistente?” Certamente è possibile, per quanto non sia desiderabile cambiare troppo spesso le leggi elettorali.
Abbiamo già evidenziato i difetti fondamentali della legge elettorale vigente:
a) i membri delle assemblee elettive vengono scelti dai partiti;
b) il meccanismo di assegnazione del premio di maggioranza al Senato di fatto non agevola la governabilità del paese. Una legge di riforma deve affrontare questi due problemi.
C’è poi anche qualcosa che la legge di riforma non deve fare. Non deve fare un vestito su misura per la sinistra “moderata” che le consenta di vincere con Bertinotti per governare poi senza di lui. Non bisogna cioè tornare al sistema precedente o ad altri sistemi a base uninominale che permettano ad una coalizione di centrosinistra di ottenere un premio di maggioranza così ampio da poter congedare, dopo le elezioni, la sinistra illiberale mantenendo tuttavia la maggioranza in Parlamento.
Il primo problema che abbiamo evidenziato si risolve con l’introduzione del voto di preferenza. Il secondo problema è di più difficile soluzione. Di esso ci occuperemo forse in una prossima lettera. Questa infatti è già diventata troppo lunga e quindi è opportuno concluderla qui.
Rocco Buttiglione