D’Onofrio: elezioni Usa e crisi europea

Sono ormai divenute numerose le telefonate del Presidente Obama ai leaders politici e istituzionali italiani. Non si tratta peraltro di una improvvisa rinascita di una sorta di rapporti speciali tra Stati Uniti e l’Italia, quasi che fosse tornata la Guerra Fredda. Si tratta – molto più probabilmente – di uno specifico interesse del Presidente degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia, anche in virtù delle specificità italiane nel contesto attuale della crisi economico-finanziaria europea. Come hanno frequentemente posto in risalto le più accreditate fonti giornalistiche statunitensi, si tratta infatti di uno specifico intreccio tra le elezioni presidenziali statunitensi e la posizione italiana all’interno della crisi europea.
Occorre infatti aver presente che la presidenza Obama era nata sotto auspici che potremmo definire “liberal” nel senso statunitense, mentre lo sviluppo concreto della presidenza medesima si è sempre più venuto caratterizzando in un contesto di sostanziale accordo con quello che gli statunitensi hanno ripetutamente chiamato il “Washington consensus”. All’interno di questo compromesso finanziario-istituzionale statunitense assume un ruolo particolarmente rilevante proprio la struttura di comando alla quale negli ultimi tempi ha finito con il dar vita il mondo finanziario di Wall Street. La presidenza Obama originariamente definibile come prevalentemente “liberal” (il che nel contesto statunitense significa di sinistra liberale moderata), ha infatti finito con l’assumere le caratteristiche più di centrosinistra che di sinistra moderata, laddove per centrosinistra deve intendersi il significato tipicamente americano di “center left”, che non quello europeo di “popolare-socialista”.

Mai come in questo caso, infatti, non si deve correre il rischio di trasferire automaticamente denominazioni e formule politiche statunitensi a denominazioni e formule politiche europee continentali o, ancor più, italiane. In questo contesto è pertanto apparso di tutta evidenza l’intreccio molto forte esistente tra le linee politico-economiche delle imminenti elezioni presidenziali statunitensi e lo stato attuale del dibattito europeo concernente la crescita economica del continente.
 infatti in questo contesto che Obama per un verso è stato definito un “socialista” dai suoi avversari repubblicani, e per altro verso è stato definito un “conservatore” dalle punte più estreme del suo antico mondo “liberal”. Il contesto europeo ha pertanto finito con lo svolgere un ruolo particolarmente significativo anche all’interno del dibattito politico statunitense. L’accusa di “socialista” rivolta ad Obama è stata particolarmente virulenta contestualmente alla sua riforma sanitaria, che è stata vissuta proprio come tipica espressione di una cura dello Stato nei confronti dell’individuo, come era avvenuto proprio all’indomani della Seconda guerra mondiale con il cosiddetto piano Beveridge. Ma il partito repubblicano statunitense ha finito con il subire l’emersione di un’ala nuova e rigidissima come è stata quella definita del “Tea Party”. In un certo senso è come se la componente repubblicana che si sente complessivamente più vicina all’ala conservatrice europea, allo stesso tempo accusa però il Presidente degli Stati Uniti di essere in qualche modo “figlio” della cultura socialdemocratica europea.

Intreccio complicato, dunque, quello che si sta realizzando tra la crisi europea e le elezioni presidenziali statunitensi. È infatti all’interno di questa crisi che il Presidente Obama si vede particolarmente attratto dalla situazione italiana, perché in questa vi è in qualche modo una orgogliosa difesa di una specifica sensibilità sociale, pur sempre peraltro nel contesto delle compatibilità europee del debito pubblico. Acquista pertanto significato ulteriormente rilevante la recentissima visita del ministro del Tesoro Geithner al ministro tedesco dell’Economia Schäuble e al presidente della Bce Draghi. Non si è trattato infatti di una sorta di revival del Muro di Berlino, delle conseguenze della cui caduta gli americani sono ovviamente del tutto consapevoli. Queste ultime due visite hanno infatti finito con il porre in evidenza lo stretto rapporto che vi è tra la posizione italiana da un lato e la posizione complessiva tedesca e della Bce dall’altro.
Occorre in conclusione essere consapevoli che per il Presidente Obama la questione di fondo consiste non tanto in una definitiva risoluzione della crisi italiana (perché questa non è certamente in grado di ottenere un via libera complessivo da parte della Germania), quanto un sostanziale guadagno di tempo che proprio la Bce potrebbe riuscire a far realizzare con l’esercizio dei suoi poteri statutariamente definiti, come lo stesso Presidente Mario Draghi ha ripetutamente affermato. Connessione stretta tra situazione italiana ed elezioni presidenziali statunitensi, ma non anche sostanziale convergenza strategica di linee politiche e finanziarie tra l’Europa da un lato e gli Stati Uniti dall’altro. Il rigore europeo – in qualche modo imposto dalla Germania – sta infatti influendo proprio sulle prospettive economico-finanziarie degli Stati Uniti, in modo da danneggiare le stesse “chances” di rielezione di Barack Obama.
Il contesto della globalizzazione può peraltro spingere nel senso di un raccordo sempre più stretto tra queste due grandi aree dell’Occidente, non più per le ragioni della Guerra Fredda o della caduta del Muro di Berlino, ma per le ragioni del nuovo rapporto tra Occidente e globalizzazione.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 02 agosto 2012.

Donofrio_02_agosto.pdf








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