On. Tassone su regioni a statuto speciale

Signor Presidente, mi sono spostato per opportunità logistiche e anche per stare assieme ai colleghi della mia Commissione, oltre alla presenza occasionale dell’onorevole Compagnon.
Signor Presidente, intanto ho ascoltato le valutazioni fatte dal presidente della I Commissione e l’intervento del Governo. Debbo dire che alcune valutazioni e alcune perplessità erano state espresse anche da me nel corso dei lavori della I Commissione.
Prendo la parola in questa fase della discussione proprio per evidenziare qualche tema e qualche problema e per riproporre le posizioni che ho assunto, a mio avviso con estrema chiarezza, nel corso dei lavori della I Commissione.
Dico subito che non ho nessuna contrarietà rispetto alla posizione e all’impianto dei provvedimenti al nostro esame. Non ho ovviamente da eccepire alcunché rispetto alla volontà di rivedere il numero dei consiglieri regionali o, quanto meno, i criteri di attribuzione e di assegnazione degli stessi. Parlo, signor Presidente, sia del Friuli Venezia Giulia, sia della Sardegna, sia della Sicilia. Non ho alcuna sottolineatura da fare rispetto al dibattito che abbiamo intrapreso.
Però è stata espressa una posizione dal Governo, che ha chiesto un approfondimento. Non so che tono abbia questa posizione e soprattutto quale sia l’importanza e la portata della stessa, che ripropone in termini molto chiari ciò che ho avuto modo di dire anche nel corso dei lavori della I Commissione qualche mese fa. Affrontiamo i problemi delle regioni a statuto speciale senza avere un quadro di riferimento rispetto al problema delle autonomie locali e delle regioni. Non credo che queste proposte di legge e la loro eventuale approvazione possano creare un clima di soddisfazione e di appagamento rispetto alla problematica del regionalismo all’interno del nostro Paese. Queste cose le ho dette in tempi non sospetti, le ho dette qualche mese fa in Commissione affari costituzionali, come ho ricordato più volte, signor Presidente.
Non è un problema della diminuzione dei consiglieri regionali o dei deputati regionali dell’Assemblea regionale siciliana. È tutta una valutazione che deve essere fatta rispetto al percorso sin qui determinatosi e rispetto a quello che noi dobbiamo fare delle regioni.
Voglio ricordare che il mio gruppo è stato l’unico in quest’Aula che ha votato contro il federalismo, contro quel federalismo allora chiamato economico, ma che era un federalismo di fatto, un decentramento, un aumento dei poteri in capo alle regioni. Abbiamo detto più volte di riflettere realmente rispetto alle competenze delle regioni, alle competenze per materia, visto e considerato che allo Stato rimane semplicemente una competenza marginale e di supporto rispetto alle competenze esclusive delle regioni, perché vi sono le materie di competenza regionale e quelle che non lo sono ricadono nella competenza dello Stato.
Questo è un ribaltamento di una logica, ma, soprattutto, è un ribaltamento di un concetto che più volte noi abbiamo tentato di affermare, che è quello dell’interesse generale, del ruolo dello Stato. Poi, certamente, vi è stata, sul finire della legislatura conclusasi nel 2001, la modifica del Titolo V della Costituzione, in particolare dell’articolo 114, che voglio richiamare alla vostra attenzione, per cui le regioni, i comuni, le province e le aree metropolitane sono state poste allo stesso livello dello Stato.
Questo ha creato e crea confusione rispetto alle diverse competenze e all’agibilità dell’assemblea legislativa e del Governo a livello nazionale, ma anche rispetto alla soluzione dei problemi che abbiamo sul tappeto. Vi sono state, anche in questi giorni, delle uscite sulla stampa da parte di alcuni ministri che hanno valutato attentamente e hanno posto, meglio ancora, all’attenzione del Paese e degli operatori politici la confusione che si determina nelle materie assegnate alle regioni.
Ho sempre detto, e lo ripeto anche in questa occasione, che dovrebbe esserci una rivisitazione delle competenze: la materia della sanità, dell’ambiente, della scuola, qualcuno parla anche del turismo, dovrebbero ritornare in capo allo Stato, viste quali sono le difficoltà. Infatti, non si possono avere 20 politiche sulla sanità, perché il malato non è un oggetto.
Il malato deve avere un’attenzione diversa, una solidarietà diversa, un impegno morale diverso. Questo vale anche per l’ambiente e per la scuola. Vi è bisogno, dunque, di rivedere il regionalismo alla luce delle riforme che sono state fatte, del dibattito sulle riforme costituzionali in corso e delle proposte che nel tempo, via via, sono andate maturando e sono state avanzate, molte volte anche con forza, visto e considerato che certamente non voglio riprendere il dibattito che si è avuto all’indomani del 1970, quando fu data attuazione a quella parte della Costituzione che prevedeva l’istituzione delle regioni.
Ma oggi vi è un momento di riflessione e di ripensamento sulla dislocazione e il decentramento dei poteri, visto e considerato che le regioni sono andate avanti, come le autonomie locali, senza alcun controllo. E se oggi noi abbiamo delle situazioni di incertezza e di grande confusione, situazioni plastiche di debordamento dei fini e dei comportamenti di alcuni individui, certamente è perché sono mancati i controlli: è mancato, ovviamente, il controllo sugli atti delle regioni, ma anche sugli atti delle province.
Una volta a controllare le regioni vi era il commissario di Governo: si poteva individuare una soluzione diversa, ma certamente non si è avuta neanche la forza di valutare attentamente i pesi, molte volte anche sul piano economico, che incidono grandemente sul bilancio del nostro Paese.
Si è parlato delle regioni come se fosse una materia a parte, che non doveva essere affrontata, off limits, senza possibilità di avere cittadinanza, come se si trattasse di altri temi e di altri argomenti che non riguardassero questo Stato. Poi emergono i fatti di oggi e quello che «salta agli occhi» è il grande tormento dell’ipocrisia di tutti noi perché nessuno sapeva, quando, invece, abbiamo lasciato alle regioni la possibilità di muoversi con una propria «identità», lo dico tra virgolette, con uno Stato che le metteva al riparo da ogni incidente e da ogni valutazione rispetto all’interesse generale e, quindi, al ruolo del Parlamento e del Governo centrale. Allora, bisogna operare questo tipo di valutazione oggi, con questi provvedimenti.
Certamente mi rimetterò alla disciplina del mio partito, non voglio fare il «Pierino» di turno in questo particolare momento. Però, ripeto che vi era una posizione del Governo che forse esprimeva l’esigenza di qualche riflessione in più, il professor Ruperto lo spiegherà ulteriormente se vorrà. Vi era l’esigenza di qualche riflessione in più, ma vi è un problema di oggi. Noi stiamo valutando uno statuto speciale, ma è giusto mantenere ancora nel nostro Paese la differenza tra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario? Posso capire che, forse, nel 1946 e nel 1948 vi era ancora la soglia di Gorizia e di conseguenza l’autonomia del Friuli Venezia Giulia, posso capire quali possano essere le storie di Finocchiaro Aprile, della Sicilia e quant’altro, posso capire tutto, ma oggi dovremmo incamminarci per costruire un Paese moderno che non abbia queste posizioni frammentarie….

Mi scusi, signor Presidente, raccolgo affettuosamente il supporto dei miei amici per il mio ragionamento.
Sto per concludere, signor Presidente, non utilizzerò tutti i quaranta minuti che avrei a disposizione perché sono rispettoso, impegnato a sollevarla dai suoi impegni e, soprattutto, non voglio gravare ulteriormente sul suo lavoro estremamente delicato.
Stavo parlando delle regioni a statuto speciale e di quelle a statuto ordinario. Dobbiamo valutarle. Le mie difficoltà e le mie perplessità per le tre proposte di legge costituzionale all’ordine del giorno sono dovute al fatto che si affronta un problema di riforma degli statuti senza capire e comprendere che vi è un problema più alto e lo si affronta come se fosse una pratica da sbrigare e che poi non riprenderemo più. Ritengo che oggi vi dovrebbe essere l’impegno e la volontà di portare avanti un progetto diverso, un impegno diverso, all’interno del nostro Paese.
Signor Presidente, queste sono tutte le mie perplessità che ho cercato di declinare. Questo è un modo di affrontare i problemi non in termini esaustivi, non in maniera complessiva, si va avanti con i soliti vizi e le solite spinte. Qualche regione non può rivendicare un qualche merito perché ha un basso numero di consiglieri regionali, o perché vi è qualche rapporto diverso con la popolazione. Questo sarà anche un fatto importante che condivido, ma vi è un problema di carattere complessivo. So che questo ragionamento può essere accettato o meno – certamente alcuni colleghi non lo accetteranno -, ma io chiedo – per questo ho voluto prendere la parola in questa sede e mi appello a tutti i colleghi – se sia ancora giusto, lo ripeto per la terza volta, mantenere una divisione rispetto alle riforme, all’individuazione, al disegno dello Stato che stiamo cercando di costruire, e la differenza tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale. Per quale motivo? Non riesco a capire! Non riesco a capire perché questa non possa essere l’occasione per riprendere un discorso, un dibattito, molto più serio, al di là di piccole o grandi proposte – chiamiamole come vogliamo, secondo le interpretazioni e valutazioni che non lasciano traccia -, ma, soprattutto, per bloccare «l’andazzo» del mantenimento di alcuni rendite di posizione che continuerà tranquillamente, senza alcuno scossone e alcuna utilità per il Paese.

 










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