On. Tassone sulle pensioni

Signor Presidente, al di là delle aspettative da parte dei colleghi sarò molto breve, per raccogliere un qualche desiderio, ma anche per andare incontro a qualche delusione. Farò una valutazione di carattere generale rispetto ad un provvedimento che i miei colleghi, impegnati nella Commissione lavoro, hanno svolto con un grande impegno. Ne debbo dare atto al relatore Muro, al presidente della Commissione e a tutti i colleghi e lo faccio non in termini rituali. In fondo anche le discussioni sulle linee generali rischiano di scadere in una liturgia ripetitiva: c’è una sequela di interventi, un’analisi dei temi, dei problemi, un approfondimento, quando si può fare, dei testi all’esame dell’Aula. Ma più di questo certamente non si fa.

Questa volta io ritengo che il rispetto che nutro nei confronti dei colleghi è sincero, perché si sono addentrati in una materia molto difficile e articolata, per cui devo darne anche atto ai proponenti delle proposte di legge, che hanno consentito di predisporre un testo unificato che è stato oggetto di esame da parte della Commissione stessa e quindi trasmesso all’Assemblea. Ma perché questo rispetto? Perché sulle pensioni e in materia di lavoro non credo che ci siano delle certezze e delle verità.
Chi ha qualche mese in più di frequentazione delle aule parlamentari sa che nel tempo il tema delle pensioni è stato affrontato secondo le stagioni, il clima e le condizioni politiche, economiche e sociali. Siamo andati variamente a discutere sulle tipologie di pensioni: ricorderemo le pensioni di anzianità, le pensioni di annata e, poi, tanto per debordare, le «pensioni delle stagioni»; siamo stati testimoni e statori delle «baby-pensioni»; siamo andati verso soluzioni in cui le pensioni avevano il ruolo di smorzare la conflittualità sociale o di creare pacificazione e, per alcuni versi, anche di aggiustare situazioni di tensione e, a volte, anche di soddisfare delle clientele.
Non c’è dubbio che il problema, il tema delle pensioni, quello che stiamo esaminando, può essere importante e serio – come importante e serio è – se viene valutato e soprattutto inquadrato nel contesto sociale ed economico in cui vive il nostro Paese. Al di là di questo, possiamo fare anche i conteggi che alcuni colleghi molto più bravi di me hanno fatto. Essi hanno fatto riferimento con molta chiarezza agli anni (due o tre anni), al tetto e alla riforma, una riforma che certamente è stata definita fondamentale per tutto lo sviluppo politico ed economico e anche per tutta l’azione del Governo. Chi non ricorda che la riforma delle pensioni è stata assunta come una scelta di fondo da parte di questo Governo? Io certamente non la critico. Faccio parte di un gruppo parlamentare che sostiene il Governo, ma ho una libertà di giudizio e di valutazione. Forse gli anni molte volte danno questo passepartout e questa possibilità anche di interloquire, al di là degli schemi e anche dei limiti del confronto e del dibattito politico, ma dando forza certamente al dato parlamentare. Non c’è dubbio che le proposte di legge hanno senso nel momento in cui individuano un dato limite o una debolezza anche di quella riforma. Infatti, le riforme sono importanti e fondamentali se si ha una serie di valutazioni e di provvedimenti anche sul piano dell’intervento economico. Se, al di là di questo, una riforma è approvata semplicemente per raccogliere risorse – brutta situazione che molte volte ho maturato quando svolgevo alcuni ruoli all’interno del Governo, quando si prendevano le contravvenzioni – e per battere cassa, senza fare una valutazione complessiva di tutte le ricadute sul piano sociale, rischiamo di essere frammentari, ma soprattutto di vivere in un contesto certamente virtuale e non veritiero rispetto ai problemi e ai temi che riguardano la gente e i cittadini.
Io provengo da una formazione in cui i diritti e soprattutto la centralità della persona non sono un’evocazione semplicemente civettuola, ma un’evocazione vera sul piano culturale. Il problema, il tema del lavoro è stato sempre un fatto importante e fondamentale, come quelli delle relazioni sociali, delle relazioni sindacali, i grandi temi e le grandi conflittualità.
Se un Paese non crea, attraverso una metodologia e dei criteri certi, per quanto riguarda le pensioni e il lavoro, dei dati certi e dei dati veri, tutto diventa difficile e tutto diventa incolmabile, e anche rispetto alle ansie e agli obiettivi che si intendono raggiungere in termini di sviluppo economico, tutto questo diventa inane, diventa debole e, quindi, ovviamente rischia di non esaurire un percorso virtuoso, come quello che noi pensiamo e auspichiamo che faccia finalmente questo Governo.
La riforma delle pensioni ha lasciato – come si è detto più volte e come si è ripetuto anche in questa occasione – senza una tutela numerosi lavoratori e l’apertura delle finestre, che allora fu pensata, e una rivisitazione anche di questo hanno lasciato senza tutela una platea enorme di lavoratori.
Il problema qual è? È un tema che riguarda semplicemente questo Paese o questo tema riguarda l’Europa sul piano dei diritti, della serietà e della credibilità di un Paese? Avere lasciato sullo sfondo dei lavoratori che avevano ovviamente acconsentito e avevano partecipato ad un patto (allora si parlava di scivolo) che prevedeva di prendere la pensione dopo 36 mesi (e così via, dopo un periodo di mobilità), significa non un fatto tecnicistico sul piano del lavoro e sul piano pensionistico: questo è un problema di tutela del diritto del lavoratore, che programma e pianifica il lavoro rispetto alla propria famiglia, questa è la tutela della famiglia nella sua dignità. La famiglia non si tutela con i bonus. Quante volte l’ho detto, anche all’interno del mio gruppo: non è il bonus la soluzione dei problemi della famiglia! Il problema della famiglia è l’occupazione, le soluzioni sono le certezze e le prospettive del futuro. Come si tiene un Paese e come si regge se non rispetta i patti assunti e non garantisce i diritti, che in questo caso possiamo definire acquisiti?
Mi rendo conto delle grandi difficoltà delle coperture finanziarie (è una vecchia questione) ed ecco perché legavo la problematica delle pensioni all’intero contesto di carattere economico e sociale. I processi dello sviluppo, continuamente auspicati e inseguiti con grande forza e con grande ansia, non sono fine a se stessi, ma sono certamente la risposta di una gestione sul piano politico e di governo complessiva. Non è il Governo che si può settorializzare (c’è il problema del lavoro, c’è il problema dell’interno, c’è il problema degli esteri): è tutta la complessità di una macchina e di una credibilità – voglio aggiungere – di un Paese che deve assumersi le responsabilità e affrontare delle sfide che sono ovviamente sfide di civiltà.
Qui è certamente in discussione un problema di tutela di una categoria di lavoratori, e quanto male ha fatto al Paese (e a molti di noi) quella polemica, che non abbiamo compreso, tra il Ministro del lavoro e il presidente dell’INPS? Non sapevamo quale fosse il numero dei cosiddetti esodati (60 mila, 40 mila, 50 mila, anzi prima erano 40 mila e poi siamo andati all’accertamento di 65 mila). Certamente ognuno aveva una sua ragione – non voglio criticare nessuno -, ma pensiamo a un povero cittadino, a un povero lavoratore che ha assunto un patto e, visto e considerato che tutto va verso una relatività, tutto diventa per lui incerto, creando ovviamente una prospettiva inesorabilmente drammatica per i lavoratori e le famiglie. Ma certamente quella polemica non ha fatto bene al Paese e alle istituzioni, che invece bisogna garantire.
Io ho ascoltato ed è stata definita «equilibrata» la relazione del collega onorevole Muro. È stata definita certamente equilibrata e, quando si è parlato di copertura, si è sempre inventato un qualche escamotage. In questo caso si è andati verso una copertura che riguarda i proventi dei giochi. Ma non credo che sia stato il Parlamento ad inventarla: è qualcuno dei tecnici che credo abbia dato questa indicazione.
Quante volte ci troviamo di fronte a delle difficoltà di copertura? Allora abbiamo il problema dei giochi e quello degli incentivi. Si dice che oggi i giochi non danno grandi proventi, non danno il riscontro e il gettito auspicato.
Io ho altri dati per quanto riguarda i giochi. Ci sono 60 miliardi di euro per quanto riguarda il gioco illecito, dove la criminalità e la mafia ovviamente hanno costruito degli imperi. In questo discorso, parlare di criminalità organizzata sembra che non sia ovviamente un dato acquisito, ma sia semplicemente da determinare e, soprattutto, da relegare a determinate occasioni, quando si discute di quel problema, come se il problema della criminalità organizzata non fosse un dato fondante che permea tutta la vita politica e sociale di questo nostro Paese.
Non volete i giochi? Certamente ci sono anche altre soluzioni. Troviamo le soluzioni! Qualcuno ha detto – ho sentito tutti interventi responsabili, ecco perché il mio ringraziamento e il mio ossequio sincero e sentito – moduliamo. Nessuno dice «pronta cassa», ma diamo prima di tutto delle certezze, visto e considerato che alcuni santuari di certezze e di verità sono saltati. Non possiamo far finta che non esiste il problema. Se oggi ha un merito questa discussione e hanno un merito i presentatori delle proposte di legge è di avere riproposto in termini forti tale questione e questo lo dobbiamo al Parlamento e alla sua centralità. Infatti, se non ci fossero stati, in tutti questi mesi, la forza del Parlamento e l’iniziativa parlamentare, forse qualcuno avrebbe pensato che, passando il tempo, tutto sarebbe scaduto. Il tempo fa giustizia di ogni cosa, ma certamente, in questo caso, il tempo non può fare giustizia della povertà, della disoccupazione e della disperazione delle famiglie e della gente.
Allora, non c’è dubbio che dobbiamo innescare un processo a mio avviso dinamico, di confronto e di ricerca, dove ci si trova tra forze responsabili. Qualcuno ripeteva continuamente, fuori dalla campagna elettorale: chi ha idea, nelle condizioni in cui si trova il Paese, di strumentalizzare un dato di questo genere, che appartiene a tutti? Non è un problema che riguarda questo o quest’altra forza politica, questo e quell’altro gruppo parlamentare dislocato nella geografia del Parlamento, ma riguarda certamente il Paese nella sua complessità, dove la credibilità ce la giochiamo tutti e se la giocano le istituzioni, e tutti quanti sono nelle istituzioni, sia quelli che sostengono il Governo, sia quelli che fanno opposizione al Governo!
Allora, vediamo quale può essere il percorso da seguire. Mi auguro che il dibattito che verrà fuori, certamente anche nel prosieguo dell’esame degli emendamenti – credo che ci siano stati contributi emendativi e quant’altro -, possa far emergere qualche valutazione in più, qualche illuminazione in più rispetto alla strada e al percorso da seguire. Ce lo auguriamo. So che i colleghi Poli e Ruggeri, che hanno firmato queste proposte di legge, stanno lavorando con molta attenzione. Sono rimasto qui – glielo dicevo al Presidente – disertando un incontro importante, quello del mio collega Ferdinando Adornato, che presenta un libro molto significativo. Però ritengo che molte volte lo «stare sul pezzo» del Parlamento, soprattutto in una discussione sulle linee generali, può sfatare alcuni convincimenti a cui mi riferivo poc’anzi, ossia che questa è semplicemente una liturgia: premessale o di messa, cantata o solenne, ma credo che sia questa l’occasione per un confronto.
Non c’è il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, mi hanno detto che c’è un viceministro del lavoro e delle politiche sociali e altri due sottosegretari. C’è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri che sta ricercando, insieme al mio amico sottosegretario agli interni De Stefano, qualche punto di incontro rispetto alla problematica che stiamo affrontando. Ritengo che il messaggio che vogliamo mandare fortemente è questo: signor viceministro, il Parlamento è il Parlamento. Può essere che nell’accezione comune sia scaduto. Ritengo che oggi ci siano le uniche energie possibili per dare un contributo per determinare, a mio avviso, delle svolte e delle soluzioni. Mi dicono che avremo domani, davanti a Montecitorio, tanto per cambiare, la presenza di manifestanti: la «solita cosa», e i manifestanti li prendiamo qui a Montecitorio, non li mandiamo al Ministero del lavoro – tanto per intenderci -, perché giustamente qui si decide e questo è il centro fondamentale della vita democratica del nostro Paese. Mi auguro che tutto questo possa avere qualche riscontro, non il problema pensionistico soltanto, ma in una valutazione complessiva.
La legislatura purtroppo volge al termine, siamo all’ultima coda e speriamo che la prossima legislatura possa essere più ricca di eventi e di fermenti.
Certamente le premesse e le vicende di oggi non lasciano grandi illusioni e non infondono grandi speranze, ma la speranza è l’ultima a morire: se siamo qui, siamo impegnati a determinare delle svolte e a dare il nostro contributo. Ognuno farà la propria parte. Questa non è una battaglia per una norma, questa non è una battaglia di una categoria. Un tempo si diceva: chi rappresenti? Qual è il blocco sociale che rappresenti? Qui non si rappresenta nessun blocco sociale, non un blocco di interessi, non un blocco di elettori: qui si rappresenta la società vera, la società civile, nelle sue ansie e nei suoi aneliti più profondi. Si difende la famiglia e i diritti dei cittadini. Io ritengo che su questa proposizione un Parlamento democratico e democraticamente eletto, che rappresenta la storia democratica e civile di questo nostro Paese, debba assumersi le proprie responsabilità e debba prenderne atto.

 










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