D’Onofrio: La prima Repubblica e le preferenze

La decisione adottata dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato in riferimento ad una nuova legge elettorale nazionale si è concretizzata nella adozione almeno di un testo base. Si tratta di una prima ed importante fase parlamentare e politica che dovrebbe portare in tempi ragionevolmente brevi alla adozione definitiva di una legge elettorale nazionale sostitutiva del “porcellum”.
Al centro di questa decisione vi è soprattutto il fatto che il premio di maggioranza viene dato ad una coalizione nella misura del 12,50% il che fa ritenere che non vi sarà nessuna coalizione capace di raggiungere la maggioranza assoluta dai componenti delle due camere anche se essa si avvarrà di questo premio di maggioranza. Per questa ragione si può ritenere che le fasi ulteriori dell’iter legislativo potranno confermare questa scelta soltanto se continuerà ad esservi la convergenza su di essa dei tre partiti della cosiddetta “strana maggioranza”.

Altra questione sostanziale è stata quella concernente il voto di preferenza. A favore della reintroduzione di un voto di preferenza per i due terzi di deputati e senatori da eleggere si sono schierati complessivamente movimenti politici e partiti alternativi al Pd e all’Idv.
Occorre pertanto ritenere molto improbabile il mantenimento della scelta del voto di preferenza anche nel corso del voto della Camera dei deputati soprattutto in considerazione del fatto che alla Camera si potrà votare a scrutinio segreto. Ma quel che più conta è il progressivo emergere di una sorta di avversione “furiosa” ad una qualunque previsione di voto di preferenza, in nome della “questione morale” divenuta sempre più rilevante alla luce delle più recenti vicende criminose del Lazio e della Lombardia.
Ma questa avversione al voto di preferenza finisce quasi con il caratterizzarsi per una sorta di contrarietà al voto medesimo perché ritenuto tipico della cosiddetta “Prima Repubblica”. Su questo punto occorre cercare di ragionare con serietà e serenità perché non è mai esistito un solo modello di voto di preferenza nella lunga storia della cosiddetta “Prima Repubblica”.
Sin dalle prime elezioni politiche del 1948 si votava infatti con quattro preferenze, perché si era in presenza di partiti politici che articolavano i propri rapporti con le rispettive basi elettorali identificando in esse anche distinti soggetti sociali. Basti pensare al fatto che la Democrazia Cristiana finiva con il considerare il mandato parlamentare quale conclusione di una vita socialmente impegnativa nel mondo della cooperazione, dell’artigianato, dell’agricoltura, del commercio, del sindacato. Il partito, in questo contesto, finiva quasi con il divenire una sorta di federazione del pluralismo sociale, alla luce di una idea di partito popolare fortemente radicato nella realtà comunitaria locale o nazionale che fosse. Il Partito Comunista Italiano – a sua volta – aveva nella classe operaia e nei suoi possibili alleati il soggetto sociale di riferimento principale, sì che il partito politico finiva con il configurarsi quale avanguardia di una ipotesi astrattamente rivoluzionaria, che faceva capo al primato – ritenuto definitivo – dell’Unione Sovietica. Gli altri partiti finivano con il vedere nella pluralità delle preferenze la specificità dei rispettivi radicamenti sociali e delle rispettive identità sociologicamente significative.
Per tutto un lungo periodo questa pluralità di preferenze assolveva pertanto ad un principio fondamentale: la rappresentanza politica era vista come traduzione in parlamento di una vera e propria articolazione sociale.
In un secondo periodo – che si può far iniziare dall’inizio degli anni Settanta – la pluralità di preferenze finì con l’essere radicata prevalentemente nelle organizzazioni di partito, con la conseguenza che si cominciava a dar vita alle ben note cordate di partito, che finirono con il trovare una propria spiegazione nella evoluzione sostanzialmente oligarchica dei partiti politici italiani.
Con il referendum popolare del 1991, si passa da quattro ad una sola preferenza per l’elezione dei deputati. Si sottovalutò – molto probabilmente – la mutazione quasi antropologica che la preferenza unica finiva con il comportare, passando dal pluralismo sociale che si specchiava nei diversi partiti politici ad una sorta di primato personale che finiva con il trasformare il voto di preferenza da istituto della rappresentanza in istituto di governo. Questo mutamento fu posto alla base di radicali mutamenti istituzionali o di fatto che hanno caratterizzato i sistemi elettorali italiani dal 1991 in poi.

Elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia (anche se a doppio turno); elezione diretta del presidente della Regione (a turno unico dopo una breve esperienza istituzionale diversa); elezione quasi diretta del presidente del Consiglio dei Ministri persino con l’esplicita indicazione del nome del candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Con il cosiddetto “mattarellum” si finisce con il combinare in qualche modo il modello maggioritario personalistico con il modello proporzionale partitico, finendo con il far coesistere identità di partito e identità di coalizione. Scompare il voto di preferenza, anche unico.
Con il “porcellum” si finisce invece con il far convivere oligarchie di partito (con le cosiddette liste bloccate) e leadership personale (carismatica o meno). Parlare pertanto di ritorno alla “Prima Repubblica” con il voto di preferenza significa compiere una operazione sostanzialmente ideologica ma non storicamente fondata. Insomma, si può essere favorevoli o contrari al voto di preferenza, ma non si può certo parlare di esso quale “grimaldello” per un ritorno alla “Prima Repubblica”.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 13 ottobre 2012

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