D’Onofrio: Decentramento o federalismo?

Il dibattito in corso sembra orientato nel senso di cancellare l’eventuale adozione di un sistema federalistico nella repubblica italiana. Alcuni anni or sono sembrava – al contrario – che non si potesse più continuare a parlare di decentramento, perché occorreva espressamente ipotizzare il federalismo. È stato più volte notato che entrambe le affermazioni sono da considerarsi estremistiche e non rappresentative della realtà istituzionale italiana.
Il rapporto tra decentramento e federalismo aveva infatti rappresentato un punto fondamentale del dibattito all’Assemblea Costituente nella quale (soprattutto per impulso del pensiero di Sturzo e dell’azione di Ambrosini) la questione del federalismo fu ritenuta astrattamente compatibile con il decentramento, anche se si finì con il preferire che l’assetto istituzionale italiano sarebbe andato verso un modello radicalmente nuovo quale è quello del “regionalismo”. Sta di fatto che di federalismo in senso forte si può parlare quasi esclusivamente per le regioni a statuto speciale, mentre per le regioni cosiddette “a statuto ordinario” si deve parlare esclusivamente di regionalismo, quanto meno in riferimento al disegno costituzionale originario.
Possiamo pertanto affermare che siamo convissuti con decentramento e federalismo fin dall’origine della costituzione vigente, anche se la parola “federalismo” non compare nell’articolo 5 della Costituzione che afferma allo stesso tempo la necessità del decentramento delle funzioni statali e il “riconoscimento” delle autonomie territoriali.

Senza ripercorrere l’intero cammino compiuto da allora fino ad oggi, va pertanto posto in evidenza il fatto che per un lungo periodo siamo sostanzialmente vissuti come se le regioni a statuto speciale non esistessero, proprio perché era su di esse che si era fondato un qualche modello di federalismo. Il passaggio anche lessicale dal decentramento al federalismo è avvenuto culturalmente nel corso dei lavori della Commissione D’Alema a metà degli anni Novanta, soprattutto per l’impatto del movimento politico della Lega Nord, che aveva fatto del federalismo una questione fondamentale della sua battaglia formalmente secessionistica.
È stato questo il contesto storico-politico nel quale si è passati – forse senza una sufficiente elaborazione culturale – dal modello costituzionale originario alla affermazione del federalismo quale soluzione istituzionale adeguata per l’Italia. I lunghi anni che vanno dalla Commissione D’Alema al governo Monti sono stati pertanto caratterizzati da una sorta di accettazione generale dell’ipotesi federalistica culminata – nel 2001 – con la approvazione del cosiddetto nuovo Titolo V della Costituzione, da parte di una risicata maggioranza parlamentare di sinistra. Sembra ora che il governo sia intenzionato ad apportare alcune significative modifiche a questo nuovo Titolo V, nella ricerca di un nuovo equilibrio proprio tra decentramento e federalismo.

Il fatto che fino ad oggi la proposta del governo non sia stata ancora presentata all’esame parlamentare fa ritenere che di tutta la materia dovrà approfonditamente occuparsi la prossima legislatura. Poiché infatti si tratta di una riforma costituzionale che richiede una procedura particolarmente complessa anche per quel che concerne i tempi di votazione necessari perché il disegno di legge costituzionale sia capace di modificare la costituzione vigente, appare del tutto improbabile che il procedimento di revisione costituzionale possa essere completato entro la conclusione della presente legislatura.
Si tratterà pertanto ancora una volta di trovare un punto di equilibrio largamente accettabile tra decentramento e federalismo. Sembra del tutto improbabile che non si possa più fare in alcun modo uso della parola federalismo, perché un semplice ritorno al vecchio Titolo V dovrebbe finire con il comportare la sostanziale accettazione della bipartizione tra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, le prime anche formalmente aperte ad una ipotesi di riforma federalista della repubblica, le seconde sostanzialmente ferme alla ipotesi originaria di un regionalismo forse mai compiutamente sperimentato.

La novità più rilevante concerne ad un tempo un dato di politica interna rappresentato in particolare dal movimento politico della Lega Nord, ed un dato di politica internazionale rappresentato in particolare dallo stadio attuale del processo di integrazione europea. Una cultura di fondo del rapporto tra politica e territorio dovrà pertanto finire con il rappresentare un punto di equilibrio tra europeismo e decentramento, nel senso che la trasformazione federalistica dell’Europa presuppone Stati nazionali in qualche modo ancora sovrani, laddove il federalismo interno allo stadio italiano costituisce una sorta di compressione della astratta sovranità nazionale interna nei confronti di un articolato sistema di autonomie locali che non si concluda soltanto con il potenziamento delle autonomie comunali.
Il fatto che nei tempi più recenti si stia finalmente collegando la grande politica economica con l’assetto istituzionale interno fa ritenere che si debba lavorare per la ricerca di un punto di equilibrio accettabile tra processo di integrazione europea e stadio del decentramento interno, perché entrambe risultano necessari.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 23 ottobre 2012

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