D’Onofrio: Tra protesta e rinnovamento

Una volta che si sarà depositata la consistente coltre di nebbia – tipico prodotto dei primissimi commenti -, è auspicabile che il risultato complessivo delle elezioni siciliane venga compreso – e non solo in Sicilia – per lo straordinario impasto tra voto di protesta e ansia di rinnovamento che esso esprime, se si riesce a guardare fino in fondo alle motivazioni che lo hanno determinato. Il livello di astensione è stato certamente molto alto, anche se non del tutto nuovo. Nelle elezioni regionali siciliane si era infatti giunti a constatare una astensione fino al 40 per cento, perché la dimensione regionale ha rappresentato una componente soltanto del voto, mentre sono rimaste determinanti le votazioni provincia per provincia, candidato per candidato. In questa ultima tornata si può dunque dire che vi è stato un consistente ma non sconvolgente incremento della astensione rispetto a precedenti voti regionali non connessi a votazioni statali o comunali.

Occorre pertanto indagare sulle ragioni specifiche che hanno portato a questo significativo, anche se non straordinario, incremento del voto di astensione. In un contesto più strettamente siciliano, e con riferimento alle nuove attuali articolazioni provinciali del voto medesimo, l’incremento è prevalentemente dovuto alla contrazione del complessivo tenore di vita che si è registrato negli ultimi tempi.
In questo senso l’incremento dell’astensione colpisce indistintamente tutti i partiti e lascia in qualche misura indenne per qualche tempo lo stesso Movimento 5 Stelle, ritenuto – e non ingiustamente – non responsabile delle ragioni strutturali della crisi in atto. L’innegabile successo di questo Movimento va pertanto indagato per cercare di cogliere almeno le sue più importanti componenti: come a Parma sarà la concreta esperienza di governo a dimostrare se le promesse del Movimento sono in grado di costituire una risposta non solo di protesta. Questo successo sarà molto presto chiamato al confronto con il concreto governo della Regione siciliana, sul quale è da temere una qualche riduzione drastica di interesse nazionale.

Nel contesto di questa esperienza di governo appena iniziata va immediatamente colta la distinzione tra cultura dell’alleanza e strategia del programma. Non vi è infatti alcun dubbio che la costruzione di alleanze di governo deve certamente tener conto dei programmi che si intendano realizzare. Ma non vi è del pari dubbio che siamo vissuti a lungo nel dominio di una cultura delle alleanze rispetto alla costruzione di programmi di governo, e non solo in Sicilia. Il fatto che il governo regionale Crocetta non abbia una maggioranza politica autosufficiente, apre immediatamente la questione della scelta o della convivenza tra l’una e l’altro. La scelta dell’alleanza finisce con l’implicare una sostanziale pregiudiziale anti Movimento 5 Stelle, qualora questo venga considerato espressione esclusivamente di una logica di protesta e non anche portatore di una proposta di rinnovamento concernente la politica per come essa è stata vissuta – e non solo in Sicilia – negli ultimi anni. La scelta del programma finisce invece con il comprendere anche il Movimento 5 Stelle, a condizione che si riesca ad enucleare le proposte del Movimento medesimo che siano ritenute componibili con la gestione di un governo regionale che intende essere caratterizzato anche dal rinnovamento della politica.

Riduzione del compenso ai singoli parlamentari regionali; sostanziale riduzione delle spese delle campagne elettorali locali, regionali, nazionali ed europee; drastica contrazione dei contributi ai gruppi parlamentari regionali; svolgimento di una attività politica intesa quale servizio temporaneo o quale professione sostanzialmente continuativa. Non si tratta pertanto di questioni per così dire demagogiche o di pura facciata. Siamo infatti in presenza della questione di fondo che fu posta all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, e che viene oggi indicata quale sostanziale rinnovamento che dovrebbe metter capo ad una altrettanto cosiddetta “Terza Repubblica”.
All’inizio della Seconda Repubblica la questione del professionismo politico fu posta con forza e si concretizzò nel passaggio dai cosiddetti “partiti pesanti” ai cosiddetti “partiti leggeri”, o, se si preferisce alla Baumann, da “partiti solidi” a “partiti liquidi”. In qualche modo, vi è una sorta di convergenza tra cultura delle alleanze e strategia di rinnovamento: all’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica fu infatti posta con forza la questione della ipotetica secessione, di una altrettanto ipotetica “Padania”; in questo risultato siciliano che tenta di aprire una ipotetica “Terza Repubblica” vi è pertanto l’idea stessa di politica: solida o liquida?

Sarebbe pertanto un errore ridurre il voto siciliano a fatto puramente locale, così come sarebbe egualmente errato ritenerlo un fatto automaticamente trasportabile sul piano nazionale. Al fondo vi è la grande questione della fase attuale del processo di costruzione della Unità europea: se Sicilia, Italia ed Europa vengono viste contestualmente, si coglie infatti fino in fondo il valore non solo locale delle elezioni siciliane.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal di mercoledì 31 Ottobre 2012

RM3110-DOPPIA_024.pdf.pdf








Lascia un commento