D’Onofrio: Un “nuovo melting-pot”

Sono ovviamente molteplici le dimensioni delle elezioni presidenziali americane: politica estera, politica economica generale, politica sociale per indicare soltanto le tre dimensioni più significative di queste elezioni. Sono stati altrettanto ovviamente molto numerosi i commenti – interni agli Stati Uniti ed internazionali – di queste ultime elezioni.
La vastità dei commenti è del tutto comprensibilmente conseguenza del rilievo tendenzialmente mondiale che gli Stati Uniti hanno almeno a partire dalla elezione di Thomas Woodrow Wilson alla presidenza degli Usa. Le questioni di politica estera ci riguardano in particolare per il complicato rapporto che gli Stati Uniti hanno avuto ed hanno con l’intero Medioriente e in particolare con Israele. La stagione della globalizzazione ha infatti finito con il caratterizzare l’intero Occidente sempre più con gli Stati Uniti d’America, anche in conseguenza del ruolo progressivamente minore che Gran Bretagna e Francia hanno avuto ed hanno in questo contesto.

Per quel che concerne le linee generali di politica estera, occorre aver riguardo in particolare alla progressivamente ridotta funzione che il cosiddetto “Washington consensus” ha nella definizione delle linee fondamentali di politica economica. Da questo punto di vista le elezioni presidenziali americane hanno posto in evidenza ancora una volta l’essenzialità della conquista dell’elettorato cosiddetto “moderato” per la vittoria.
Entra in gioco a tal riguardo il modello istituzionale originariamente federale, che vede la presidenza degli Stati Uniti al vertice del sistema di governo americano, ma non anche in posizione dominante sull’intero sistema rappresentativo. Anche questa volta, infatti, si è dovuto constatare che Camera e Senato sono appannaggio la prima dei repubblicani e il secondo dei democratici, a conferma della purtroppo mai sufficientemente compresa natura complessiva del sistema di governo statunitense. In questo, infatti, non esiste quella sorta di omogeneità istituzionale generale che è tipica dei sistemi di governo parlamentare, nei quali si può talvolta ricorrere a formule cosiddette di “grande coalizione”, laddove negli Stati Uniti si può persino affermare che la stragrande maggioranza dei provvedimenti legislativi federali richiede il concorso di entrambe le forze politiche maggiori del Paese.

Ed è proprio sulla grande politica economica che questo concorso finirà con l’essere necessario, se il neo rieletto presidente Obama vorrà affrontare il cosiddetto “fiscal cliff” in termini complessivamente accettabili dai mercati finanziari. Ed è proprio il rapporto tra politica economica e politica sociale il punto sul quale hanno finito con il differenziarsi le proposte politiche generali di Obama da un lato e di Romney dall’altro. Occorre infatti guardare proprio alle significative modifiche che stanno intervenendo nella società americana in riferimento a quel “melting-pot” che ha rappresentato per molti decenni il punto di equilibrio sociale generale in molti dei cosiddetti “Stati chiave”, e quindi nell’intero continente.

Guardare pertanto all’odierno “melting-pot” aiuta a comprendere il modo nel quale la presidenza Obama finirà con l’assumere anche posizioni significative nei confronti dell’Europa e, più in generale, nei confronti dei protagonisti attuali del processo di globalizzazione. Si può infatti affermare che le ultime elezioni presidenziali hanno posto in evidenza una sorta di nuovo “melting-pot”. Il partito democratico sta infatti passando, in modo sempre più evidente, da una sorta di sostanziale accettazione del primato sociologico della grande componente originaria bianco-anglosassone, alla più recente messa in discussione di questo primato non più soltanto per una pressoché tradizionale preferenza che i democratici statunitensi hanno avuto per alcune tradizionali minoranze etniche e linguistiche, quanto per la sostanziale presa d’atto che si sta modificando proprio il contesto originario del “melting-pot”.
Se si guarda, infatti, alla evoluzione intervenuta nel corso degli ultimi anni, si può rilevare che il partito democratico è sostanzialmente passato da una più decisa integrazione della larghissima componente afro-americana – come avvenne con il discorso inaugurale di Obama alla convenzione democratica del 2000 – alla molto significativa e larghissima apertura al crescente contesto latino-americano, come è dimostrato, tra l’altro, dal discorso inaugurale che Julian Castro – l’ispanico sindaco di San Antonio – ha pronunciato quest’anno alla convenzione democratica di Charlottesville, che ha formalmente incoronato Barack Obama per la rielezione.
Questo mutamento è certamente destinato ad avere conseguenze significative per l’intera politica economica del presidente Obama, come ha già dimostrato la sua recentissima riforma sanitaria. Si tratta, infatti, di un nuovo “melting-pot” nel quale la dimensione sociale finisce con l’avere un ruolo significativo nella definizione stessa delle politiche di contenimento del debito pubblico e, di conseguenza, nelle determinazioni concernenti le spese militari e, in ultima istanza, nelle politiche relative al rapporto che gli Stati Uniti finiranno con l’avere anche con l’Islam, l’India e la Cina.
Occorre dunque guardare a questo nuovo “melting-pot” per cercar di comprendere in che senso si può affermare che quella di Obama, più che la rielezione di un presidente degli Stati Uniti, è una timida apparizione di una, per così dire, presidenza della globalizzazione.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 10 novembre 2012

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