Cerimonia in occasione del decennale della visita di Sua Santità Giovanni Paolo II al Parlamento Italiano

 

Cerimonia in occasione del decennale della visita di Sua Santità Giovanni Paolo II al Parlamento Italiano

Sala della Regina, 14 novembre 2012

 

Sono grato al presidente della Camera Gianfranco Fini per avere promosso questa importante occasione celebrativa ed al presidente del Senato Renato Schifani per avere voluto sottolineare ancora una volta, con la sua presenza, la piena partecipazione di entrambe le assemblee elettive al ricordo di un evento che le cronache del tempo non esitarono a definire di portata storica e che, infatti, a distanza di dieci anni esatti da quel giorno, appare già iscritto nella storia del nostro Paese.

Rivolgo il mio deferente saluto a Sua Eccellenza Reverendissima il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e a tutte le autorità presenti.

Molto è già stato detto e scritto in questi anni sul significato e sulla portata della visita di Karol Wojtyla. Se ne è colto soprattutto l’aspetto di maggiore rilevanza simbolica oltre che di immediata evidenza: per la prima volta, dopo quasi un secolo e mezzo di storia nazionale, un Pontefice varcava la soglia di palazzo Montecitorio e suggellava così la chiusura definitiva di un passato, sia pure già lontano nel 2002, caratterizzato da divisioni e incomprensioni nei rapporti tra la Chiesa di Roma e lo Stato italiano.

Ma è soprattutto sul presente e sul futuro che vorrei soffermarmi. E vorrei farlo misurando, se possibile, la distanza che ancora ci separa, come italiani ed europei, dal comprendere appieno il significato del messaggio che Giovanni Paolo II intese lasciarci con il suo intervento nell’aula di Montecitorio.

Il Pontefice che ebbe un ruolo di autentico protagonista, non solo morale, nella caduta del Muro che divideva i popoli d’Europa in due blocchi contrapposti, in quel 14 novembre 2002 ci ammonì del rischio di non riuscire a dare seguito agli straordinari eventi del 1989 e degli anni successivi. Il rischio soprattutto di non riuscire a dare solidità al nuovo assetto continentale che andava delineandosi.

Era necessario ed urgente, secondo Giovanni Paolo II, in quell’alba di terzo millennio, riconoscere le ragioni ed i valori unificanti del nostro stare insieme in Europa, cogliendo in primo luogo il significato delle comuni radici cristiane. Da esse si sarebbe dovuti partire per scrivere una carta d’identità comune dei cittadini dei Paesi che nel frattempo avevano scelto di dotarsi di una sola moneta.

Così non è stato – e su questo credo sia doveroso fare autocratica da parte di tutti, anche di un popolo tradizionalmente europeista come il nostro – e oggi sperimentiamo quanto sia farraginoso il disegno di tenere insieme un Continente unendone la moneta, ma non le coscienze.

Mai come oggi, di fronte al riemergere di rigurgiti nazionalisti, localisti, ai tentativi populisti di rimettere in discussione la stessa scelta dell’euro, abbiamo compreso che l’economia da sola è condizione necessaria ma non sufficiente per formare un idem sentire europeo. Né l’unione economica può fornire al nostro Continente la voce di cui avrebbe bisogno per recitare un ruolo di maggiore protagonismo sullo scenario mondiale di fronte alle clamorose violazioni dei diritti umani – tema altrettanto centrale nell’intervento di Papa Wojtyla del 2002 – come dimostra in modo lampante una volta di più il caso della Siria.

C’è un punto invece, sul piano nazionale, su cui in questi dieci anni la distanza tra le parole pronunciate dal Pontefice e la realtà italiana ha incominciato timidamente a ridursi. Giovanni Paolo II si era detto certo che l’Italia avrebbe potuto affrontare anche le prove più dolorose, facendo ricorso a tutte le risorse morali di cui dispone ma che avrebbe potuto farlo solo se fosse rimasta unita. Questo processo di avvicinamento è iniziato proprio in questa sede, nel Parlamento, dove forze politiche che hanno dato luogo a scontri e divisioni apparentemente inconciliabili per anni, sospinte dall’asprezza della crisi, hanno saputo trovare punti di intesa importanti per fronteggiarla. E come ha ripetutamente sottolineato il presidente del Consiglio Monti, gli italiani hanno offerto una volta di più dimostrazione di straordinaria maturità, compostezza e dignità nell’accettare i sacrifici imposti dalla realtà.

Tra pochi mesi spetterà di nuovo alla politica dare prova di aver compreso fino in fondo la gravità del momento per non rendere vani questi sacrifici.

Speriamo che le parole del Santo Padre continuino ad ispirare l’azione di chiunque sarà a chiamato a rappresentare l’Italia nel futuro prossimo e negli anni a venire.

Nella nostra memoria di piccoli co-protagonisti di quella grande giornata, risuona ancora la voce vibrante di Giovanni Paolo II e la Sua invocazione finale: “Dio benedica l’Italia!”










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