D’Onofrio: Tra violenza e paura

L’intreccio tra la manifestazione anti-rigore (promossa dalla confederazione europea dei sindacati ma non anche da Cisl e Uil in campo nazionale) e l’iniziativa studentesca romana rende molto difficile esprimere un giudizio sull’una e sull’altra senza cedere alla tentazione di dare risposte sostanzialmente preconfezionate.

La manifestazione sindacal-europea pone in discussione con forza la questione del rapporto tra rigore e crescita o – se si preferisce – tra rigore ed equità. Non si tratta di una questione del tutto nuova perché è ormai da almeno cinque anni che si discute del rapporto tra l’origine statunitense della crisi finanziaria e l’attuale contesto europeo, guidato soprattutto dalla Germania e dagli Stati del nord Europa. Germania e Stati del nord pongono infatti la ricerca anche rigorosa dell’equilibrio di bilancio a premessa di qualunque politica fiscale nazionale, anche se orientata in senso tradizionalmente definito equitario. Si tratta pertanto di una questione che pone in discussione la strategia economica complessiva di una parte dei Paesi dell’Unione Europea, quanto meno dei Paesi che danno vita alla Eurozona. Si scontrano infatti sostanzialmente due visioni di politica economica: l’una, che possiamo definire forse semplicisticamente neo-keynesiana, è l’altra che possiamo definire liberista in senso anche assoluto.
Tra queste due linee si colloca sostanzialmente una divaricazione tra i Paesi complessivamente facenti capo all’Europa del sud e i Paesi complessivamente facenti capo alla Germania e all’Europa del nord. Questa divaricazione non è soltanto geografica, perché si tratta al fondo del punto di equilibrio ritenuto accettabile tra Stato ed economia sociale di mercato.

Questo equilibrio ha rappresentato l’identità stessa dell’Europa continentale, in qualche modo contrapposto al liberismo tendenzialmente finanziario di stampo anglo-americano. È pertanto in gioco una questione fondamentale della identità stessa dell’Europa. L’economia sociale di mercato è tendenzialmente neo-keynesiana, o si tratta di un punto di equilibrio antropologico concernente proprio l’idea di uomo che si ha in mente? La storia degli ultimi decenni ci dimostra che questa specificità europea è in qualche modo entrata in crisi all’indomani della conclusione dell’esperimento sovietico, come dimostra in particolare la straordinaria difficoltà che il contesto europeo ha incontrato da Maastricht in poi, per finire alle questioni radicali poste anche oggi dall’euro, dalla sua nascita e dalla sua sorte. Non sorprende pertanto che le manifestazioni sindacali di mercoledì scorso abbiano avuto un esito profondamente diverso a seconda di dove esse hanno avuto luogo: dalla prevalenza di uno scontro anche violento tra sindacati e forze di polizia in Grecia e anche in Spagna, alla sostanziale indifferenza delle popolazioni del nord Europa nei confronti dell’iniziativa sindacale europea.
Mai come in questo caso è apparsa in tutta la sua polivalenza la posizione tedesca: l’economia sociale di mercato ha infatti avuto proprio nella Germania un soggetto promotore e il rigore anche senza crescita ha proprio nella posizione della Banca Centrale Europea l’istituzione preposta alla certificazione della stabilità dei bilanci nazionali, anche a prescindere dalle specifiche conseguenze sociali della stabilità medesima. Non vi è dubbio che siamo in presenza di una rilevante iniziativa sociale europea che dovrà essere monitorata con attenzione da quanti sono interessati a valutare il rapporto tra governi nazionali e Banca Centrale Europea; tra stabilità di bilancio ed equità; tra Stato e mercato per dirla nei termini forse antichi ma mai vecchi.
Si è trattato pertanto di un movimento che ha al fondo un sentimento di paura per il futuro: paura nel senso della perdita del lavoro che si ha; paura per un lavoro che non si sa se vi sarà mai; paura per una diseguaglianza che tende a crescere tra chi sa e chi ha.

La contestuale vicenda che ha coinvolto in particolare a Roma l’iniziativa studentesca, ha posto in evidenza a sua volta due questioni che vanno viste in termini nettamente distinti. Da un lato vi è la critica sostanzialmente accettabile dei livelli e delle modalità di spesa pubblica per la formazione scolastica ed universitaria. Non vi è dubbio che ormai da molti anni le esigenze del contenimento della spesa pubblica hanno finito con il coinvolgere anche la scuola e l’università, nel senso di una progressiva politica di tagli. In linea di principio ogni taglio alla spesa scolastica e a quella universitaria è un taglio al senso del futuro che gli studenti esprimono: alla loro età non è in alcun modo pensabile che si possa percepire il taglio in quanto tale in termini di pura necessità economica. Le protesta per la politica dei tagli vanno comprese fino in fondo, perché non vi è dubbio che il futuro per sua natura appartiene alle generazioni più giovani. Allorché per altro si passi a considerare la politica dei tagli non già in termini di spesa corrente ma in termini di spesa di investimento, occorre saper porre in evidenza che vi sono – per così dire – tagli dolorosi ma purtuttavia accettabili, insieme a tagli dolorosi e del tutto inaccettabili.
Questa è una questione di onestà di linguaggio che non sempre è stata onorata dai governi della repubblica o dai partiti che hanno concorso alla loro nascita o alla opposizione ai governi medesimi. Ed è in questo contesto che l’iniziativa studentesca deve necessariamente fare i conti con il fatto che vi sono soggetti individuali e collettivi che utilizzano l’iniziativa medesima per perseguire un proprio distinto obiettivo: lo scontro violento con le forze dell’ordine. Se pertanto è del tutto inaccettabile che si possano utilizzare metodi violenti per la repressione o persino per il contenimento delle libere iniziative studentesche tendenti alla riaffermazione del diritto al futuro dei più giovani, non si può allo stesso tempo pretendere che ad iniziative violente – anche se subdolamente violente – degli strumentalizzatori delle iniziative studentesche si debba rispondere esclusivamente con la politica per così dire del “sorriso”.
Paura del futuro e violenza anche se strumentale delle iniziative studentesche hanno pertanto finito con il sovrapporsi e con il confondersi rispetto alla iniziativa sindacal-europea concernente il rapporto tra rigore ed equità. Mai come in questi momenti occorre che le forze dell’ordine vengano preparate non solo militarmente per assolvere alla loro fondamentale funzione di prevenzione dei reati e di repressione della violenza. Si tratta di una questione culturale prima ancora che istituzionale, civile, prima ancora che militare.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 17 novembre 2012

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