D’Onofrio: Asilo politico e integrazione europea

Il passaggio dal cosiddetto diritto di asilo – legato quasi esclusivamente ai luoghi di culto come avveniva nella antica e pagana Grecia – all’asilo cristianamente ispirato, che aveva rappresentato molti secoli or sono una sorta di primo riconoscimento della possibilità di avvalersi di uno status giuridico diverso da quello posseduto precedentemente.
L’asilo ha pertanto e purtroppo finito con il diventare – nel corso degli ultimi secoli – un molto complicato istituto giuridico.
Per molti secoli infatti l’asilo politico è stato vissuto in modo molto diverso a seconda dei principi fondamentali che avevano retto questo o quello Stato nel mondo.

Appare in questo contesto di particolare significato il fatto che nel corso dell’800 e del ‘900 si sia assistito ad una sorta di regime latinoamericano dell’asilo politico, caratterizzato in particolare dalle numerose e complicate rivoluzioni di quel subcontinente.
Viviamo infatti soltanto da pochi decenni (dalla entrata in vigore nel 1954 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati) una situazione non solo latinoamericana che tende a collocare il diritto di asilo nel contesto più tendenzialmente universale delle Nazioni Unite.
La situazione italiana vive in un contesto profondamente nuovo a partire dalla Costituzione repubblicana che all’art. 10 afferma coraggiosamente e forse anche utopisticamente che hanno diritto di asilo politico le persone che nei loro Stati non godono dei diritti politici che la Costituzione italiana garantisce agli italiani. Un elemento sembra pertanto costituire il minimo comune denominatore dell’asilo politico: il suo rapporto con la sovranità nazionale.
La nascita e l’organizzazione degli Stati ha finito infatti con il rappresentare, nel corso dei secoli, una sorta di punto di approdo giuridicamente significativo dell’allontanamento dallo Stato di appartenenza per aderire ad un altro Stato, nel quale risultano riconosciuti diritti fondamentali non riconosciuti o non tutelati a sufficienza nello Stato di originaria appartenenza.

Sovranità nazionale e diritto di asilo hanno dunque rappresentato una sorta di tandem inscindibile sin dai tempi dell’antica Grecia.
Il contesto italiano pone invece in evidenza una nuova e molto rilevante peculiarità: il rapporto tra sovranità nazionale e processo di integrazione europea.
È come se vivessimo in una situazione nella quale esiste o dovrebbe esistere una sorta di diritto di asilo nella vecchia sovranità nazionale; un diritto di asilo nella globalizzazione, e – per quanto ci riguarda – un diritto di asilo da collocare non più soltanto né nelle regole della vecchia sovranità nazionale né in quelle della tuttora inesistente globalizzazione universale.
Occorre infatti guardare al contesto molto faticoso e nuovo del processo di integrazione europea.

È auspicabile pertanto una iniziativa italiana coraggiosa europeisticamente, che ponga la questione dell’asilo politico non più soltanto nella vecchia logica dell’esclusivismo statale, né allo stesso tempo in una logica utopistica perché ancorata ad un per ora inesistente governo mondiale.
La tragedia del 3 ottobre scorso a Lampedusa potrebbe pertanto costituire un’occasione purtroppo utile per affrontare in modo serio ed adeguato non solo e non tanto la richiesta di una adeguata assistenza europea all’Italia, quanto la base per un tentativo certamente non facile di trovare un punto di equilibrio anche nuovo fra le antiche sovranità nazionali dei Paesi che fanno capo all’Unione europea e i tuttora inesistenti Stati Uniti d’Europa.

Nel corso degli ultimi decenni abbiamo infatti assistito ad una rilevante iniziativa europeistica concernente le sempre più evanescenti frontiere nazionali interne all’Unione: basti pensare al Trattato di Schengen.
Le questioni della sicurezza potrebbero a loro volta trovare nell’istituto del Frontex un adeguato strumento che sappia prevedere strumenti molto agili per la difesa delle frontiere dei singoli Stati europei.
Dire che Lampedusa è la “porta” d’Europa richiede infatti ormai che si vada oltre una pura e semplice declamazione verbale, per dar vita auspicabilmente ad atti rilevanti di coordinamento europeo.
La presidenza italiana dell’Unione europea potrebbe pertanto rappresentare un punto significativo per questo nuovo processo.
Anche in questo caso si tratta in fondo di capire se l’Europa intende passare dalla globalizzazione dell’indifferenza (come Papa Francesco aveva definito a Lampedusa la globalizzazione) ad una globalizzazione che riconosce di avere a che fare con persone e non con soggetti che i greci chiamavano “barbari”.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche.net del 22 ottobre 2013










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