D’Onofrio: La decadenza tra diritto e politica

Si sta giungendo in modo ormai definitivo alla pronuncia del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare.
Sono state infatti respinte le due grandi questioni costituzionali che erano state poste – e non solo da giuristi del Partito democratico o da giuristi prevenuti in senso “berlusconiano”: la possibilità del ricorso alla Corte costituzionale sulla questione della decadenza e ancor più della sua eventuale retroattività, da una parte, e il voto segreto o palese sulla questione formalmente decisa dall’aula del Senato, in riferimento alla decadenza di un senatore.

Queste questioni avrebbero infatti concorso a rendere la decisione finale del Senato quale decisione sostanzialmente tecnica e non anche di conclusione politica della vicenda parlamentare di Silvio Berlusconi.
Queste questioni giuridiche si concluderanno certamente con la decisione formale della decadenza.
Quelle politiche rimarranno invece a caratterizzare ancora a lungo il rapporto tra Berlusconi e tutti gli altri partiti, quantomeno fino ad una futura competizione elettorale.

Appare pertanto molto rilevante la questione di pregiudizialità che Pierferdinando Casini pone proprio in riferimento alla decadenza. Si tratta in sostanza della distinzione tra l’interdizione ai pubblici uffici, che sta per essere pronunciata proprio in seguito alla sentenza di condanna, e la decisione, tutta politica, della decadenza da senatore.
Questione politica e non giuridica quest’ultima, proprio perché pone in grande evidenza il fatto che il voto del Senato a ridosso dell’ormai imminente decisione sulla interdizione è un voto di totale valore politico, e non – come pur taluno afferma – di pura e semplice applicazione della sentenza di condanna. Non si tratta pertanto solo di pur rilevanti profili “umanitari” quelli che il senatore Casini pone a fondamento della pregiudiziale da lui proposta, anche se i tratti umanitari fanno comunque in qualche modo parte di una decisione politica.
Si tratta infatti di una pregiudiziale che pone in evidenza una questione totalmente politica di fronte alla quale gli orientamenti favorevoli o contrari sono tutti esclusivamente politici.

Non si tratta dunque di una banale azione di disturbo procedurale, tendente tutt’al più ad un qualche allungamento dei tempi della decisione, ma di una questione che non può essere vissuta quasi ripetendo in modo monotono che tutti sono uguali davanti alla legge. E’ infatti di tutta evidenza che il principio di uguaglianza fa parte dei cardini stessi di un sistema costituzionalmente libero quale deve essere quello italiano, ma in questo caso non si può far finta di non capire che si è in presenza di una sostanziale disuguaglianza di partenza, alla luce della quale è proprio il rispetto del principio di uguaglianza – come ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale – a richiedere soluzioni diseguale.
La decadenza che il senato si accinge a votare a scrutinio palese e senza alcun intervento preventivo della Corte Costituzionale appare pertanto definitivamente una decisione politica e come tale finirà con il non concludersi con il voto stesso.
Le questioni giuridiche si concludono infatti con il voto, mentre quelle politiche – come si è detto – sono destinate a lasciare tracce anche significative nei prossimi mesi.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da formiche.net del 26 novembre 2013










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