Il discorso di Lorenzo Cesa all’Assemblea Udc “per l’Italia”

Roma, Auditorium Antonianum, 14 dicembre 

Care amiche, cari amici,

buongiorno a tutti e grazie davvero ad ognuno di voi per essere qui oggi.
Saluto tutti i parlamentari presenti che insieme a noi hanno costituito i nuovi gruppi “Per l’Italia” alla Camera e al Senato.

E saluto e ringrazio tutti i dirigenti, i quadri e gli amministratori dell’Udc che sono arrivati da ogni regione d’Italia oggi per partecipare a questa assemblea nazionale.
Pochi giorni fa il presidente del Consiglio Letta chiedendo la fiducia alle Camere per il governo ha parlato di un nuovo inizio.

Bene, io credo che oggi anche noi siamo di fronte ad un nuovo inizio.
Nemmeno un mese fa avevo annunciato con una lettera indirizzata a tutti i nostri amici dell’Udc sul territorio che erano in arrivo importanti novità.
Novità che si sono concretizzate proprio questa settimana con la nascita dei nuovi gruppi parlamentari “Per l’Italia”.

Se fino a ieri eravamo di fatto afoni, senza voce, perché Scelta Civica era un partito pieno di incertezze e contraddizioni – e certo non per colpa nostra, visto che noi siamo sempre stati coerenti con la nostra storia e le nostre idee, a partire dalla collocazione europea nella grande famiglia del Ppe – ora abbiamo ripreso la nostra voce.
E potremo tornare finalmente a farci sentire nel Parlamento e nel Paese dando un contributo molto più efficace all’azione del governo.

Ma la nascita dei gruppi parlamentari, avevamo detto anche questo nelle ultime settimane, è appunto solo l’inizio di un nuovo percorso da compiere.

Tutto il quadro politico italiano attraversa una fase di grandissimi cambiamenti.
Io credo che molto debba ancora succedere ma già oggi nulla è più come ieri.
Avete visto cosa è successo nel centrodestra.
Il Pdl non esiste più: Berlusconi è tornato a Forza Italia ed ha scelto di collocarsi all’opposizione dopo che era stato il principale sponsor della nascita del governo Letta appena sette mesi fa.

Sembra davvero che sia passato un secolo e invece parliamo di appena sette mesi fa.
Alfano e gli altri ministri che erano espressione del Pdl hanno costruito un altro partito ed ora contendono i voti a Berlusconi dalla parte opposta, quella della maggioranza.

A sinistra le primarie hanno travolto un apparato che sembrava appena un anno fa imbattibile.
Le primarie di Bersani che batte Renzi, grazie alla poderosa macchina degli ex Ds, al rapporto stretto con la Cgil, sono state esattamente un anno fa.

Ed è bastato un anno per cancellarle. Tutto è cambiato e sta cambiando dunque.

E non si tratta solo di cambiamenti nelle leadership dei diversi partiti. A cambiare è il quadro generale.

E’ crollato un sistema ed ora si tratta di mettersi al lavoro per costruirne un altro.
Il bipolarismo che ha dominato negli ultimi venti anni, fatto di contrapposizioni, di demonizzazione dell’avversario, di risse, di coalizioni costruite non per governare, non per il bene del Paese, ma solo per vincere le elezioni contro gli altri e poi crogiolarsi nel potere, non c’è più.
Non c’è più nemmeno la legge elettorale che aveva consentito a quel bipolarismo di provare a blindarsi.

Dopo l’intervento della Corte Costituzionale, finalmente i cittadini potranno tornare a scegliersi i loro parlamentari.
Anche questo è un cambiamento enorme, perché la politica potrà finalmente tornare a nascere dal territorio.
E dunque potrà tornare ad essere finalmente politica. Perché quello a cui abbiamo assistito in questi anni, non era politica, era solo avanspettacolo di terz’ordine.

Tutto questo, noi l’avevamo previsto e invocato.
Forse perfino troppo presto, se è vero come è vero che già nel 2008 avevamo deciso di rompere questo schema e di collocarci fuori e contro quel bipolarismo.

Contro quella legge elettorale, a favore delle preferenze, della restituzione del diritto di scelta ai cittadini.
A favore di nuovi schemi di governo che attraverso maggioranze più ampie riuscissero a fare finalmente quelle riforme che nei due decenni precedenti non si erano mai fatte.

Non è un caso se in quello stesso anno, il 2008, è iniziata la crisi economica più drammatica che il Paese abbia mai attraversato nella sua storia repubblicana.

Su una cosa avevamo torto.
Pensavamo di poter essere noi, l’area moderata del Paese, il ceto medio che stava cominciando a perdere le sue certezze, a guidare dal centro il cambiamento e a dare vita ad un terzo polo che avrebbe rotto definitivamente le uova nel paniere agli altri due.

Non avevamo previsto e, forse, non potevamo prevedere il livello della gravità della crisi economica.

Il fatto che alla crisi di sistema italiana si sarebbe sommata una devastante crisi mondiale e dell’Occidente in particolare.

Una crisi che ha distrutto il ceto medio, ridotto in povertà milioni di italiani nell’arco di pochissimi anni, cancellato centinaia e centinaia di migliaia di posti di lavoro e spalancato inevitabilmente le porte al populismo, alla rabbia, alla protesta.

Quella era la valvola di sfogo della crisi del sistema e proprio da lì, non a caso, è nato un terzo polo, quello rappresentato da Grillo e dal suo movimento.

Oggi purtroppo quella rabbia sta toccando nuove vette e rischia di mettere in crisi l’intero sistema democratico.
Ma perdere la democrazia dopo aver quasi perso l’economia non sarebbe una salvezza, sarebbe la catastrofe.
Gli arruffa popolo, i Grillo che incitano le forze dell’ordine alla ribellione, i violenti che impediscono agli anziani di entrare nei supermercati per fare la spesa, i facinorosi che bloccano le strade e le frontiere non sono salvatori della patria.
Sono pericoli pubblici che più o meno consapevolmente puntano ad aprire la strada a qualche nuovo uomo forte.
Per fortuna si sbagliano e non l’avranno vinta comunque.

Prima di tutto perché le forze dell’ordine, a cui va il nostro ringraziamento, la nostra solidarietà, la nostra vicinanza, sono e rimarranno fedeli alla democrazia e alle istituzioni di questo Paese.
A cominciare dalla più alta istituzione, la presidenza della Repubblica, a cui dovremmo erigere un monumento per la pazienza e la lungimiranza con cui sta guidando la nazione nella tempesta, altro che impeachment.
Anzi, piuttosto, se i grillini non credono nelle istituzioni se ne vadano loro e smettano di occuparle per non fare niente.
Smettano di comportarsi come quegli studenti che vanno a scuola solo per fare la ricreazione.
E, comunque non l’avranno vinta perché non glielo permetteremo noi, le forze democratiche e responsabili su cui l’Italia può continuare a contare.
E il solo modo per non permetterglielo è lavorare nelle istituzioni, nel Parlamento, nel Governo, per dare risposte alle decine di milioni di italiani che giustamente sono arrabbiati dopo i disastri ed il nulla di venti anni di bipolarismo.

Le risposte sono fatte di riforme, di lotta agli sprechi, di lotta all’evasione, di riduzione del cuneo fiscale che strangola le imprese e i lavoratori.
E ancora: di investimenti per la crescita sulle infrastrutture materiali e immateriali, di interventi coordinati su scala europea ma in un’Europa nuova, diversa, meno burocratica e più politica.

Meno ostaggio dei ragionieri e dei loro parametri pensati e scritti venti anni fa quando il mondo era completamente diverso e più orientata alla crescita, allo sviluppo, alla competizione globale con gli altri Continenti che non rimangono certo a guardare.

Questo ci piace credere che fosse il nuovo inizio a cui faceva riferimento il presidente Letta l’altro giorno in Parlamento e a questo vogliamo dare un contributo nell’interesse del Paese.

Ed ora che è arrivato anche Renzi a dare il suo contributo alle riforme, al cambiamento, con un’investitura così forte e importante, non possiamo che dargli il benvenuto.

Sul tema della riforma della legge elettorale, sul tema dell’abolizione delle province, sul tema della riduzione dei parlamentari, sul tema della revisione del titolo V della Costituzione, sul tema della riduzione del cuneo fiscale, sul rilancio del Mezzogiorno noi ci siamo e c’eravamo già da diversi anni.

Per cui chiunque sia in grado di dare una mano per fare qualcosa per questo Paese anziché per distruggerlo come vorrebbero i populisti è il benvenuto.

Però attenzione: voglio mandare un messaggio molto chiaro allo stesso Letta, a Renzi e al Pd.

Il nuovo inizio, l’ho già detto, è necessario. Ma le prime avvisaglie non è che ci convincono tutte.

E poiché noi siamo alleati ed amici veri di Enrico Letta le cose preferiamo dirle subito con chiarezza e in modo diretto.

Spostare sulla base di un accordo trasversale la riforma della legge elettorale dal Senato alla Camera, contraddicendo accordi e intese precedenti apre un vulnus molto grave nellamaggioranza.

E il ministro Delrio non ci venga a spiegare come abbiamo letto l’altro giorno in una sua intervista che tutto sommato non è cambiato nulla.  
Così come non pensino che abbiamo la sveglia al collo sulla vicenda dell’abolizione delle province.
La battaglia sull’abolizione delle province l’abbiamo portata avanti noi da soli per tutta la scorsa legislatura e nessun altro partito ha avuto il coraggio di seguirci.

Ora non ci si può raccontare che si aboliscono e poi mettere in piedi un carrozzone di dodici città metropolitane, che il Pd è già pronto a far diventare quattordici, per riciclare la sua nomenclatura e trovargli nuovi posti.

Non so cosa ne pensino Alfano e il Nuovo Centrodestra, ma noi non abbiamo nessuna intenzione di essere un partito che sta al governo solo perché ha un ministro e un sottosegretario.

Se si è protagonisti e si fanno cose utili al Paese ha senso stare.

Se dobbiamo essere spettatori di provvedimenti sbagliati allora possiamo anche salutare e augurare buon lavoro a chi resta.

Viviamo una stagione di straordinaria difficoltà ed è giusto che ognuno, dalla propria posizione e rimanendo fedele ai propri valori e alle proprie idee, faccia la sua parte.

Noi siamo pronti a fare la nostra, per il bene del Paese, lavorando dalla parte dei nostri valori, che sono i valori del popolarismo europeo, i valori di un’area moderata che in Europa rappresenta ancora la maggioranza dei cittadini.

Un’area che anche in Italia ha bisogno finalmente di trovare una sua espressione concreta, definitiva, sicura, per mettere le basi di un nuovo bipolarismo moderno, in cui si confrontino, non per distruggersi tra loro ma per competere nell’interesse del Paese, due poli alternativi.

Due poli che si candidano a governare, il polo che fa riferimento al Ppe, di cui noi siamo il nucleo essenziale, ed il polo che fa riferimento ai Socialisti Europei.

I gruppi parlamentari “Per l’Italia” che abbiamo creato nei giorni scorsi rappresentano un primo passo fondamentale in questa direzione.
Pur provenendo da esperienze diverse, le donne e gli uomini che li compongono si riconoscono tutti in una matrice popolare comune, hanno tutti il massimo rispetto della storia democratico cristiana che ha contrassegnato la stagione migliore della nostra Repubblica, guardano tutti al Ppe e all’Europa non come a dei nemici, ma come agli unici approdi possibili per tenere l’Italia agganciata alle nazioni più sviluppate del mondo.

 E di questo sono pienamente consapevoli le donne e gli uomini dell’Udc sul territorio.

Come dicevo in apertura di questo mio intervento anche per noi si tratta di un nuovo inizio.
E come ho accennato nella mia lettera di qualche settimana fa e poi ribadito nell’ultimo Consiglio Nazionale, ora si tratta di dare forza a questo nuovo inizio.

Il passaggio fondamentale per noi sarà il prossimo congresso che terremo dopo le feste, alla fine di gennaio.Io sono fermamente convinto che la scelta giusta sia quella di radicare in Italia il Partito Popolare Europeo.

Di aprirci al dialogo, su tutto il territorio nazionale, con altre forze e altri soggetti che condividono gli stessi ideali, così come abbiamo fatto in Parlamento con gli amici che oggi sono qui presenti.

Di costruire insieme a loro un nuovo partito più grande, più forte per arrivare agli appuntamenti decisivi dei prossimi mesi, le elezioni europee ma anche le elezioni amministrative che riguarderanno la maggioranza dei comuni italiani, pronti e con programmi ben definiti.

Ed anzi sono convinto che non solo alle europee, ma anche alle amministrative la nostra classe dirigente sul territorio saprà dimostrare il proprio radicamento, la propria capacità di stare vicina ai cittadini e di interpretare le loro esigenze.
Lì, lo abbiamo dimostrato in tutti questi anni, noi sappiamo sempre dare il meglio di noi stessi e lo dimostreremo ancora.

E quello sarà un passaggio fondamentale, perché il ritorno alle preferenze, o comunque ad un sistema elettorale in cui i protagonisti sono i cittadini con le loro scelte, obbligherà tutti a tornare a guardare alla rappresentatività delle persone sui territori.

Da questo punto di vista sono molto fiducioso, dunque, perché conosco bene ognuno di voi e le vostre qualità umane e politiche.

Ma la scelta di radicare in Italia il Ppe, le possibili alleanze, la costruzione del nuovo soggetto politico, sono tutte questioni che spetterà al congresso affrontare.

Quello che posso auspicare oggi è che fin dai prossimi giorni emergano le candidature alla segreteria, le loro piattaforme programmatiche e politiche, in modo che i delegati possano formarsi la loro opinione e scegliere democraticamente tra proposte e persone diverse e alternative.

Faremo un congresso vero, democratico, aperto e prima saranno in campo i volti e le  proposte, più riusciremo a coinvolgere i cittadini e l’opinione pubblica intorno ai nostri progetti.

Su una cosa vorrei sbilanciarmi già ora, però, augurandomi di non essere accusato di voler influenzare il dibattito congressuale.

Noi al congresso potremo e dovremo discutere di tutto.E quando dico di tutto mi riferisco anche al simbolo.Però permettetemi di dire che prima di archiviare lo Scudo Crociato ci penserei non una ma un milione di volte. Per quanto possiamo affidarci aqualche genio della creatività, io rimango dell’idea che sarà molto difficile trovare qualcosa che sappia parlare alle coscienze degli italiani con più forza e più immediatezza.

Le mode sono belle ma passano. Non dimentichiamolo.

Ma anche questa decisione, naturalmente, spetterà al Congresso.

La mia è solo un’opinione.
Oggi ciò che conta davvero è questo nuovo inizio. Il congresso sarà la prossima tappa fondamentale. Poi insieme a tutti gli amici dell’Udc, insieme ai nostri nuovi amici provenienti da altre esperienze della politica e della società civile, e insieme a tutti coloro che vorranno dialogare con noi, costruiremo il nuovo percorso che ci attende.

E’ una strada che, ne sono certo, ci porterà prima alle europee e poi alle politiche, quando ci saranno, a rappresentare di nuovo una speranza ed un punto fermo per tante italiane e tanti italiani che oggi non chiedono alla politica di spingerli verso qualche pericolosa avventura, ma chiedono soltanto di tornare a guidarli verso un futuro migliore, per loro e per i loro figli. 

Questo è il compito che ci attende e questa è la nostra più alta aspirazione.

Grazie.










Lascia un commento