Il discorso di Lorenzo Cesa

Care amiche, cari amici, è una bellissima emozione essere su questo palco qui, oggi, davanti a una sala così piena e insieme a tanti amici con cui abbiamo condiviso anni di straordinario impegno, di grandi battaglie politiche per la difesa dei valori che ci accomunano, i valori della vita, della difesa della famiglia, degli ultimi, i valori dei democratici cristiani che hanno consentito a questo nostro straordinario Paese di diventare grande e di essere uno dei Paesi fondatori dell’Europa. Abbiamo condiviso momenti belli e meno belli, ma siamo sempre rimasti insieme, siamo sempre rimasti uniti. Ed è questa la differenza, ci tengo a sottolinearlo in modo speciale, tra un ritrovo di persone e un partito. Noi in questi anni siamo stati sempre un partito, nella buona e nella cattiva sorte proprio come si dice per i matrimoni. E questa è la cosa di cui dobbiamo essere più orgogliosi. Perché questa cosa l’abbiamo costruita tutti noi, tutti insieme, con il lavoro quotidiano, nei mesi e negli anni. Ieri pensavo al modo più efficace per aprire i lavori del nostro quarto congresso nazionale. Scherzando con alcuni collaboratori qualcuno ha anche suggerito di fare come Putin, che ha aperto le Olimpiadi invernali in Russia con una bella dichiarazione solenne tra mille effetti speciali. Peraltro sappiamo già che anche nel nostro congresso ci sarà una sana competizione. Sarà un congresso vero, democratico, sentito e partecipato, con proposte politiche differenti per la candidatura alla segreteria. Poi però ci siamo resi conto che non avevamo abbastanza soldi per fare un’ora di fuochi d’artificio come in Russia e in ogni caso noi preferiamo ancora e sempre la democrazia agli effetti speciali e a questo proposito, voglio esprimere la nostra solidarietà al popolo ucraino contro l’oppressore Ianukovich e dire ai vertici che guidano le istituzioni europee: se ci siete battete un colpo, fatevi sentire! Qui oggi, domani e dopodomani si fa politica, non passerella. Questo è il nostro modo di servire il Paese e non siamo disponibili a cambiarlo. E allora, il modo migliore per aprire i nostri lavori credo sia quello di ringraziare ad uno ad uno tutti voi, i delegati, i nostri dirigenti sui territori, i sindaci, i consiglieri comunali, provinciali, regionali che riempiono i posti in platea e che sono venuti qui a Roma da ogni parte d’Italia, dal Trentino alla Sicilia, alla Sardegna, a loro spese come sempre, per testimoniare che siamo molto di più che un ritrovo occasionale di persone. Voglio ringraziare le migliaia e migliaia di donne, uomini e giovani che ho incontrato in questi anni, gente semplice ma fortemente motivata a sostenere la nostra bandiera. Siamo un partito, un partito vero, fatto di donne e uomini, gente in carne ed ossa, che condivide gli stessi valori, gli stessi ideali, la stessa grandissima passione per la politica, lo stesso amore per l’Italia. E ognuno di noi, qui dentro, si dedica da anni anima e corpo a dare il proprio contributo per il proprio Paese, ognuno secondo le proprie possibilità e responsabilità. Perché la politica non è solo quella che si fa nelle stanze del governo o del Parlamento, ma è anche quella che si occupa delle piccole città, dell’amministrazione dei piccoli borghi, della vita reale dei cittadini e anche dei loro piccoli problemi quotidiani. Sono cose che sappiamo bene noi che veniamo dalla più bella, dalla più importante, dalla più nobile storia politica che questo Paese abbia mai avuto. La storia dei democratici cristiani. Una storia che non abbiamo mai dimenticato. E di cui, voglio dirlo ad alta voce, siamo fieri e orgogliosi! Assolutamente fieri e orgogliosi! Anche perché internet, la rete, le nuove tecnologie sono fondamentali, sono bellissime, servono a tenere in contatto le persone. Ma se poi ognuno rimane in casa davanti al proprio computer anziché scendere in strada, tra le vie, nei comuni, nelle regioni, tra la gente, la politica si riduce a parole scritte su una tastiera, finisce con lo scadere spesso in insulti, diventa antipolitica. E l’antipolitica può servire forse a distruggere quello che non va, ma ha un difetto tremendo e insuperabile: non lo sostituisce perché non costruisce nulla. Lo abbiamo visto in questo ultimo anno, lo stiamo vedendo in questi giorni: c’è un 25% di italiani che ha buttato via il proprio diritto di voto per affidarsi a un ex comico che ormai avrebbe bisogno di una terapia contro la rabbia e a una pattuglia di parlamentari che passano il loro tempo a insultare il Capo dello Stato e le istituzioni. E nei rari momenti in cui non insultano il Capo dello Stato e le istituzioni, non trovano di meglio da fare che litigare e insultarsi tra loro. A tutti questi vorrei dire: basta, non ce ne frega niente di voi!!! Fate quello che volete ma lasciate in pace gli italiani che hanno già abbastanza problemi per stare appresso alle vostre pagliacciate. E lasciate stare il Presidente Napolitano, a cui va tutto il nostro rispetto e solidarietà. Di fronte ad un uomo di Stato straordinario come lui, Grillo e Casaleggio fanno la figura di due poveracci. Per cui, basta! Basta pagliacciate! Di certo, dicevo, non è l’antipolitica e non è nemmeno nascondersi dietro la tastiera di un computer che aiuta le persone reali, le famiglie, le imprese, a risolvere i problemi, a migliorare le prospettive per il futuro. Prima di entrare ulteriormente nel merito di questa mia relazione, però, voglio salutare e ringraziare davvero di cuore tutti i nostri ospiti, i segretari di partito, tutti i parlamentari i capigruppo e le delegazioni di tutte le altre forze politiche che hanno accolto il nostro invito nonostante i giorni molto impegnativi da cui veniamo tutti, con la formazione del programma e della squadra di governo ed il lavoro per la creazione di una prospettiva di legislatura per il nuovo esecutivo. La vostra presenza qui oggi dimostra ancora una volta che in politica solo attraverso il dialogo ed il confronto si può costruire qualcosa, anche se da posizioni che possono essere – e giustamente sono – molto diverse. Perché tutti, ognuno con le proprie idee – ma in ogni caso tutti, su questo non ho il minimo dubbio – vogliamo aiutare l’Italia a risollevarsi. Grazie dunque per aver accolto il nostro invito e per la vostra partecipazione. Questo congresso arriva dopo sei anni dal precedente. Sono successe tantissime cose in questi sei anni e vorrei soffermarmi a ricordarne alcune insieme a voi prima di parlare del presente e del futuro, perché è importante secondo me sapere “chi siamo” se non vogliamo sbagliare nella scelta del “dove andiamo”. Ma prima vorrei lasciare un messaggio in bottiglia rivolto a chiunque lo raccoglierà ed avrà il compito di guidare il partito nei prossimi anni. Ed è un messaggio di autocritica che spero tutta la classe dirigente del partito voglia condividere con me. A chiunque sarà chiamato a dirigere il partito nei prossimi anni vorrei dire: non aspettare altri sei anni per svolgere il prossimo congresso! E’ un errore e occorre avere l’onestà di dirlo. Ascoltare la base, i propri dirigenti sul territorio nella sede straordinaria di un congresso è importante e credo sia indispensabile in futuro farlo più spesso. Non dobbiamo temere i congressi, dobbiamo farli! E’ bello ritrovarci insieme, discutere, dividerci su tesi diverse e poi votare, decidere e andare avanti insieme su una linea decisa a maggioranza o anche all’unanimità. E aggiungo che dobbiamo mettere in pratica davvero la democrazia interna, facendo di più di quanto è stato fatto finora. Non solo nei congressi, ma tutti i giorni, nelle decisioni di partito, che non possono più essere affidate ad una sola persona, ad un leader. Ascoltando e rispettando le scelte di chi sta sul territorio se non confliggono con i valori e gli ideali fondanti del partito. Più democrazia interna significa anche dare maggiore spazio alla meritocrazia ad esempio, su tutto, a cominciare dalle candidature. Anche su questo avremmo dovuto e potuto fare di più, io in prima persona. Anche su questo credo che chiunque sarà chiamato alla guida del partito dovrà assumere degli impegni ancora più precisi. Dopo l’autocritica, consentitemi però, sempre sul tema dell’ascolto e del rapporto con il territorio, anche di affermare una seconda cosa e di affermarla con un certo orgoglio. Se è vero infatti che avremmo dovuto celebrare qualche congresso in più, è anche vero che in questi anni i contatti, i collegamenti, i rapporti umani e politici tra noi sono stati costanti, sono stati anzi il vero punto fermo su cui abbiamo costruito la nostra rete, le nostre strutture sul territorio, il nostro rapporto con i cittadini, il nostro modo di stare in mezzo alle persone. In questi anni in cui ho avuto l’onore di guidare la segreteria dell’Udc ho macinato qualche centinaio di migliaia di chilometri – e come me tutti gli altri amici del gruppo dirigente – , ho visitato tutte le città, tutti i paesi d’Italia, dai più grandi ai più piccoli e sperduti, per stare vicino alla gente dell’Udc, ai nostri dirigenti sui territori. E so di poter portare voi come testimoni di quanto sto dicendo. Perché credo lo possiate confermare tutti, non mi sono mai negato al confronto con nessuno di voi, la porta del mio ufficio è sempre stata aperta, ho sempre lavorato dalla mattina presto alla sera tardi per risolvere beghe e incomprensioni a livello locale che a volte parevano insormontabili, per superare con tanta pazienza invidie e antipatie, sono sempre stato uno che spende le proprie energie per cose positive e sono amaramente critico con chi passa la vita a calunniare e a delegittimare il prossimo, non fanno il bene delle persone e di un partito. E l’ho fatto sempre proprio nell’interesse superiore del partito, cercando di parlare con ognuno di voi, con ognuno dei nostri dirigenti per cercare di tenere insieme le persone e di rendere più aperta e accogliente la nostra proposta, per evitare che prevalessero le chiusure, le rivalità. E molti di voi che mi conoscono, sanno bene come ho lavorato in questi anni. Probabilmente si sarebbe potuto fare di più e di meglio, anche perché la perfezione purtroppo non esiste e di sicuro non appartiene a me. Ma in ogni caso posso dire almeno di essere tranquillo con la mia coscienza perché so di avere fatto il massimo, di averci messo l’anima. Dall’Udc ho avuto tantissime soddisfazioni, ma guardate, all’Udc, a questo simbolo, ho anche dato tutto, con onestà e senza pretese. E qualunque cosa farò in futuro, in qualunque ruolo mi ritroverò, anche da semplice iscritto, continuerò ad essere a disposizione del mio partito, del nostro partito. Sono stati anni in cui siamo arrivati a raccogliere oltre 2 milioni e mezzo di voti alle elezioni politiche. Anni in cui abbiamo avuto il coraggio di stare all’opposizione per rimanere coerenti con le nostre idee e perché eravamo convinti di fare l’interesse del Paese. Perché – su questo guardate, sono pronto a confrontarmi con fermezza con chiunque provi a sostenere il contrario – ai tanti che in questi anni ci hanno criticato dicendo che noi eravamo sempre pronti a fare l’ago della bilancia, che stavamo in mezzo per collocarci all’ultimo dalla parte del vincitore, vorrei sommessamente far notare che se fosse così allora dovrebbero avere almeno l’onestà di dire che la bilancia era rotta. Altrimenti non si spiegherebbe la lunga traversata solitaria nel deserto, senza riserve d’acqua da bere, che abbiamo fatto per scelta in tutti gli anni passati. La nostra storia è quella dell’unico partito che ha avuto il coraggio di denunciare per primo i disastri di un federalismo pazzo che ha mirato a dividere il Paese anziché unirlo come è accaduto in tutti gli altri Stati in cui si è scelto di federare territori diversi. E questa denuncia della follia del federalismo all’italiana l’abbiamo portata avanti per anni da soli. Oggi tutti lo criticano. Anzi è un coro di critiche al federalismo del centrosinistra che ha sfasciato l’integrità e l’efficienza della macchina dello Stato con la riforma del titolo V della Costituzione, ed è un coro di critiche al federalismo egoista della Lega che ha sfasciato i conti pubblici moltiplicando i centri di spesa in mille rivoli senza controlli. Bene, siamo contenti di non essere più i soli a pensarla così e saremo i primi ad incalzare il Parlamento e il nuovo governo a fare anche questa riforma, a cancellare il titolo V e a fare molto di più come dirò fra poco. Ma dov’erano gli altri quando dicevamo queste cose negli ultimi anni? Quando si era ancora in tempo di evitare certi disastri, per evitare l’enorme mole di contenzioso tra Stato e Regioni su chi deve fare che cosa, per evitare questa paralisi mentre il mondo corre a mille all’ora, anziché piangere come oggi dopo che i buoi sono scappati dalla stalla? E dov’erano gli altri quando eravamo da soli sulle barricate per l’abolizione delle province? Dov’erano quando abbiamo avuto il coraggio di dire agli allevatori disonesti che non volevano pagare le multe per le quote latte che era inaccettabile prelevare miliardi di euro dalle tasche degli allevatori onesti e di tutti gli italiani per non perdere il voto di chi aveva fatto il furbo. Dov’erano gli altri, quando chiedevamo di inserire nelle manovre finanziarie misure a sostegno delle famiglie con anziani e disabili a carico, di fare qualcosa per sostenere il ceto medio, i piccoli e medi imprenditori che non ce la facevano più, e giorno dopo giorno scivolavano e continuano a scivolare verso la povertà? E ancora: dov’erano gli altri partiti quando noi abbiamo avviato la battaglia per reintrodurre le preferenze nella legge elettorale? Questa dunque è la storia dell’Udc degli ultimi anni. E’ la storia soprattutto di un partito che ha fatto una scelta di fondo con il precedente congresso e che oggi credo debba farne un’altra altrettanto di fondo. La scelta di fondo del precedente congresso è stata la scelta che, alla luce di quanto è accaduto negli ultimi anni, difendo ancora più di ogni altra: criticare il bipolarismo come si era andato costruendo negli anni dal 1994 al 2011. Se oggi l’Italia è il fanalino di coda della crescita in Europa insieme alla Grecia e alla Spagna e non è più la locomotiva dell’Europa come era stata negli anni sessanta e settanta con i governi dei democratici cristiani, è perché ha contratto nella Seconda Repubblica la peggiore delle malattie paralizzanti, il bipolarismo fondato sull’odio. Anzi, su quella malattia ha costruito la Seconda Repubblica. Ed è proprio per questo che è stata una seconda Repubblica senza riforme. Senza uno straccio di politica industriale. Senza la capacità di capire che il mondo intorno a noi stava cambiando pelle e velocità. Non vedevamo né capivamo quello che ci stata accadendo attorno perché eravamo concentrati su una sola cosa: costruire una coalizione più grande di quella dell’avversario per batterlo, anche a costo di imbarcare gente che non aveva nessuna intenzione di governare i problemi, di affrontare le difficoltà, di assumere decisioni magari impopolari ma necessarie. Battersi contro quel bipolarismo era un dovere per il bene di questo Paese. Non ci si può dimenticare che nel 2011 l’Italia stava per fallire, che siamo arrivati ad un passo dalla Grecia, che in quei mesi si è cominciato a dubitare della possibilità di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. C’è un dato, uscito in questi giorni, che mi ha fatto molto riflettere e su cui vorrei riflettessimo tutti. Dall’introduzione dell’euro al posto delle monete nazionali, tutti i Paesi che hanno la moneta unica sono cresciuti. La loro ricchezza pro capite oggi è più alta rispetto al 1999, quando l’euro ha cominciato a circolare sui mercati. Tutti tranne uno, anche se tutti hanno dovuto fare i conti con la crisi negli ultimi anni. Sapete chi è quell’uno?Siamo noi, l’Italia. L’unico Paese che oggi è più povero di allora. E questo dato vuol dire una cosa sola: che dicono scemenze quelli che sparano contro l’euro. Il problema non è stato l’euro. Il problema siamo stati noi. Sono state le mancate riforme. Per questo oggi siamo più poveri di ieri. Ecco perché siamo stati i più fieri avversari di quel bipolarismo, ed ecco perché siamo stati i più fieri sostenitori di un cambio di schema che passasse attraverso la nascita di governi di larghe intese. Passare dalla guerra totale che aveva portato il Paese sull’orlo dell’autodistruzione, ad una fase di pacificazione era l’unico modo per salvare l’Italia. E tra mille difficoltà, nel mezzo della crisi economica internazionale, almeno il fallimento è stato evitato grazie alle larghe intese e al lavoro che noi abbiamo fatto per arrivarci. Poi si è arrivati al voto dello scorso anno. E praticamente durante tutto l’ultimo anno abbiamo analizzato, sviscerato, esaminato fotogramma per fotogramma già in vari consigli nazionali e assemblee interregionali quello che è accaduto, gli errori fatti, le scelte compiute. Avevamo l’obiettivo di essere noi il Terzo polo. Ma sul piano dei numeri, Grillo, cavalcando la rabbia per la crisi, ha fatto il pieno che nessuno aveva previsto. Solo che Grillo si illude se pensa di poter rappresentare stabilmente un Terzo polo nel Paese. Lui è solo un sintomo del malessere che attraversa l’Italia, come una febbre. Ma proprio come tutte le febbri, o uccide il malato, e questo noi non ce lo auguriamo di certo, o sparisce perché il malato si riprende. La mia scommessa è che la febbre Grillo sparirà. Noi comunque alle ultime elezioni pensavamo di poter contare sulla capacità di unire di un uomo che in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo fino a pochi mesi fa tutti, ma veramente tutti, guardavano come a una specie di messia e che invece, dopo che lo avevamo sostenuto con assoluta lealtà alla guida di un governo tecnico, di fronte alla prova della politica si è rivelato – mi spiace dirlo ma è così – politicamente incapace! Politicamente incapace, sì, perché in politica se si vuole unire, aggregare, avvicinare le persone, conquistare e fidelizzare il voto dei cittadini, una cosa non si può proprio fare è essere elitari e arroganti e anteporre i propri interessi a quelli del Paese. E invece Mario Monti, lo ripeto, mi spiace dirlo, si è comportato proprio così. Lo dico senza mezzi termini, seguire Mario Monti, è stato uno degli sbagli più grandi fatti in questi anni. Una persona che dopo aver chiesto ed ottenuto il voto di oltre il 10% degli italiani dopo nemmeno un anno è sparito perché si è annoiato. La politica, caro Professore, non è una noia. E’ fatica. Ma faticare per il bene del proprio Paese è la cosa più nobile che esista. Passo a ciò che è accaduto nell’ultimo anno. Che è cronaca più che storia. Con la stessa convinzione con cui avevamo sostenuto il governo tecnico di fine legislatura scorsa, abbiamo sostenuto il governo Letta nel primo anno di questa legislatura. E non abbiamo gradito – anche su questo voglio essere molto netto – il modo in cui è stato trattato Enrico, un uomo che viene dalla nostra stessa tradizione politica, che si è posto al servizio del Paese. Non si trattano così i servitori dello Stato, soprattutto non si trattano così gli amici, non si pugnalano alle spalle. Non è un bell’esempio per nessuno. Il suo governo avrebbe dovuto e potuto fare di più, soprattutto se il PD lo avesse sostenuto lealmente, ma in condizioni difficilissime ha ottenuto comunque risultati importanti, anche grazie al nostro sostegno, cominciando finalmente a dare ossigeno alle imprese con il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. Ha raggiunto il rientro del rapporto tra deficit e Pil sotto il 3% creando le condizioni per avere il via libera dall’Europa ad un primo rilancio degli investimenti. Ha restituito un altro po’ di credibilità internazionale all’Italia. Ha riportato lo spread a livelli accettabili, abbassando il costo del debito pubblico italiano. E questo significa qualche miliardo di euro risparmiato ogni anno sugli interessi dei nostri titoli di Stato. Ora siamo in una fase nuova. Non ci è piaciuto il modo in cui è iniziata ma dobbiamo prenderne atto e fare le scelte conseguenti. Ed ecco che arriviamo alla scelta di fondo di questo congresso. Che poi non è una, ma sono due, anche se collegate tra loro, a mio modo di vedere. E ci saranno varie tesi a confronto su questi punti, immagino. E il congresso, nella sua sovranità democratica, deciderà. Ma noi abbiamo davanti due decisioni fondamentali e io credo che entrambe, almeno dal mio punto di vista, siano decisioni obbligate se vogliamo essere coerenti con la nostra storia, se vogliamo continuare a dare un contributo positivo a questo Paese come abbiamo fatto sempre finora e se vogliamo continuare in quel percorso di recupero dei nostri consensi che è già iniziato da diversi mesi ormai, visto che i sondaggi ci danno intorno al 3% ed il trend continua ad essere in crescita, anche se qualcuno, qui presente, non ci credeva più. Anzi, su questo voglio aprire una brevissima parentesi, ma non posso non aprirla. Voglio chiedervi di dedicare un grande applauso agli amici dell’Udc della Sardegna. Domenica scorsa alle regionali sull’isola, l’Udc ha preso quasi l’8% ed è il terzo partito dopo Pd e Forza Italia. Grazie, grazie davvero, siete stati straordinari! Grazie Giorgio! E dunque mi chiedo e vi chiedo: è un partito morto questo??? Ecco allora perché le decisioni che dobbiamo prendere in questo congresso sono decisioni chiave. Perché se non le sbaglieremo, e sono convinto che non le sbaglieremo, abbiamo la possibilità di tornare a percentuali di consenso più consone alla nostra storia e alla qualità delle donne e degli uomini, degli amministratori e dei dirigenti dell’Udc in tutta Italia. La prima decisione riguarda noi e l’area dei moderati. La seconda riguarda noi e il rapporto con il governo che sta nascendo. Comincio dalla prima. Cosa vogliamo fare noi? Dove vogliamo andare? Dove va l’Udc in questa nuova fase della politica italiana? Vi dico intanto dove non va secondo me. L’Udc non va a sinistra perché sarebbe più dignitoso per noi, eredi della tradizione democratico cristiana, scomparire piuttosto che annullarci nel Partito Socialista Europeo. E l’Udc non torna nella Casa delle Libertà, perché quella casa non esiste più, abbandonata ormai anche da una parte dei suoi inquilini. L’Udc sta invece nella sua casa naturale, quella del Partito Popolare Europeo, e ci sta con l’orgoglio e l’umiltà di chi è conscio dei propri mezzi ma è anche consapevole dei propri limiti. E proprio perché è consapevole dei propri limiti lavora per superarli aprendosi al dialogo con altri, con le forze che gli sono più vicine, per essere il lievito, o se preferite un mattone fondamentale nella costruzione della casa unitaria del Partito Popolare Europeo anche in Italia. E allora ecco che i nostri interlocutori più vicini sono tutte le forze moderate, popolari presenti nel Paese. Sono i Popolari per l’Italia degli amici Mario Mauro, di Lorenzo Dellai, di Andrea Olivero, di Lucio Romano e tutti gli altri amici che hanno avuto lo stesso coraggio e la stessa onestà che abbiamo avuto noi di ammettere che Scelta Civica era finita in un vicolo cieco e di avviare insieme a noi un nuovo cammino. E ancora i nostri interlocutori sono i popolari rimasti nel Pd e che faticano a trovare spazio per le loro idee. I nostri interlocutori sono naturalmente poi Angelino Alfano e tutti gli amici del Nuovo Centrodestra. Persone che hanno scelto il popolarismo ed hanno pagato un prezzo per non farsi accerchiare da qualche falco del populismo. E, scusate, questo è un punto davvero essenziale su cui, credo, dobbiamo avere tutti le idee molto chiare, non sono i nostri interlocutori perché sono belli o perché sono simpatici!!! Sono i nostri interlocutori proprio perché come noi condividono gli ideali del Partito Popolare Europeo, lavorano già agli stessi nostri obiettivi, ricostruire e ridare forza all’area dei popolari. D’altro canto non possiamo far finta di non vedere che si sta andando verso una nuova legge elettorale che punta proprio a costruire nuove grandi aggregazioni. E io, da osservatore esterno, credo che sia anche questa la ragione per cui la stessa Forza Italia è impegnata a rientrare in gioco sul terreno delle riforme, anche se vorrei che fosse chiaro che le riforme non possono essere fatte per distruggere qualcuno, e quindi Renzi e Berlusconi non possono pensare di cancellare la rappresentanza di milioni e milioni di cittadini che non votano per loro. L’impegno comune sulle riforme rappresenta comunque un’evoluzione positiva, perché le regole di sistema si possono costruire solo sulla base di accordi ampi e non escludendo milioni di cittadini e le forze che li rappresentano. Per questo riteniamo sia stato giusto coinvolgere Forza Italia nel processo riformatore. Occorre però che il rispetto che garantiamo agli altri sia assicurato anche a noi. Certo rimane l’incertezza sulle scelte che riguardano l’Europa. Bisogna capire se Forza Italia vuole che il nostro Paese stia nell’euro – ma nella cornice di un’Europa profondamente diversa, in cui contano meno i banchieri e la finanza e di più i popoli e la politica come vogliamo noi – o se preferirà prendere una strada antieuropea, puntando all’uscita dall’euro. Se la scelta cadrà sul populismo, sull’antieuropeismo, è chiaro che le nostre strade divergeranno. Così come se Forza Italia si sceglierà la Lega per alleato di ferro, la Lega di Salvini che ha scelto una deriva di destra estrema, è chiaro che noi non potremo esserci!!! Il nostro compito allora è aprirci al dialogo con tutte le forze che accettano di ritrovarsi sotto l’ombrello del Partito Popolare Europeo, che ne condividono la linea, gli ideali, la tradizione e le ambizioni future. Il nostro compito è lavorare per aggregare intorno a quest’area, anche in Italia, una nuova forza politica – moderna – moderata – popolare – laica, ma capace di rappresentare i nostri valori – i valori della dottrina sociale della Chiesa – i valori della vita – della difesa delle famiglie, una forza capace di competere con la sinistra per il governo del Paese. E’ questa la missione che dobbiamo darci per i prossimi mesi!!! L’allungamento della prospettiva di durata della legislatura al 2018 rende più agevole questo cammino di aggregazione. Ma sbaglia chi crede che sia una buona ragione per rinviare all’infinito ciò che va fatto. Il momento è adesso, la grande occasione da cogliere – e questo è un appello che faccio a tutti, davvero a tutti i popolari – è questa e non ce ne saranno altre!!! Bisogna lavorare sodo da subito, unire, aggregare, già da domani, caro Angelino!!! E pensare da ora alle Europee, dove credo che i popolari debbano già compiere la prima tappa del percorso di aggregazione presentandosi uniti, con liste unitarie e candidature forti. E proprio perché sono convinto che la nostra sia una scelta obbligata, sono anche convinto che dovremo fare ogni sforzo possibile per essere altrettanto coerenti alle elezioni amministrative, a cominciare da quelle che in primavera si terranno insieme alle Europee. Anche su questo voglio essere molto esplicito. Abbiamo combattuto e vinto la battaglia contro il vecchio bipolarismo. Ora dobbiamo essere protagonisti nella costruzione di un bipolarismo nuovo, maturo, moderno. Dobbiamo realizzarlo sul modello di quello dell’Europa a cui guardiamo e di cui vogliamo tornare ad essere un Paese leader. Il modello che vede confrontarsi da una parte i socialisti e dall’altra i popolari. Ma allora, se non c’è più bisogno di combattere il vecchio bipolarismo e vogliamo realizzarne uno nuovo, vuol dire che lo schema delle alleanze amministrative a macchia di leopardo, che era uno schema di rifiuto del sistema, lo schema di chi come noi non accettava più di farsi ingabbiare in un polo o nell’altro perché entrambi andavano superati, è uno schema che non va più bene oggi!!! Oggi che dobbiamo costruire, bisogna seguire un nuovo schema, anche a livello di elezioni amministrative: bisogna cioè fare ogni sforzo possibile, in ogni comune, ogni realtà in cui si andrà a votare, per aggregare le forze che fanno riferimento all’area dei popolari. In passato era la Chiesa il collante per unire i popolari. Oggi, come è giusto che sia, non possiamo chiedere alla Chiesa di fare ciò che spetta alla politica e solo alla politica. Passo ora alla seconda decisione che dobbiamo prendere in questo congresso. La decisione che riguarda il nostro rapporto con il governo che dovrebbe nascere nei prossimi giorni, il nostro posizionamento per il prosieguo della legislatura. Credo che questo dipenda e dipenderà molto in primo luogo dal Presidente del Consiglio. A cui vorrei subito dire una cosa che è anche un consiglio sincero. Caro Matteo, anche tu, come Enrico Letta, come noi, anche se hai la fortuna di essere molto più giovane di molti di noi, sei cresciuto respirando i valori dei democratici cristiani. Non fare come quelli che fanno finta di essere diventati improvvisamente smemorati, non rinnegare quei valori, la tua scuola, i suoi insegnamenti migliori. Le più grandi riforme in questo Paese le hanno realizzate i democratici cristiani. Le hanno fatte usando al meglio la difficile arte della politica, coinvolgendo le energie, le culture e le forze politiche migliori del Paese. mVuoi fare una riforma al mese? Noi ci stiamo. Ma si parte dal lavoro, non dalla legge elettorale. Perché di legge elettorale le famiglie non vivono. Di lavoro sì. E oggi l’emergenza dell’Italia è quella delle imprese, del lavoro, del fisco. Parliamo di lavoro, parliamo di riduzione del cuneo fiscale per le imprese e i lavoratori, parliamo di sostegno alle famiglie, di un grande piano di investimenti pubblici, a cominciare dal riassetto idrogeologico del Paese, che potrebbe dare una spinta fondamentale alla crescita. Parliamo di burocrazia, di taglio degli sprechi e di risorse da recuperare per rilanciare l’economia. Le province le vogliamo abolire o no? Noi sì, caro Renzi. Siamo sicuri che il Pd vuole fare altrettanto? O con la moltiplicazione delle città metropolitane state pensando di salvare le poltrone dei vostri presidenti di provincia più importanti? Poi certo, parliamo anche di riforme istituzionali e di legge elettorale. Ma anche qui, caro presidente incaricato, segui i buoni insegnamenti di chi ti ha preceduto. Le riforme istituzionali e la riforma della Costituzione sono la cornice. La legge elettorale deve stare dentro la cornice, viene dopo. Non si può pensare di abolire il Senato – e noi su questo siamo d’accordo – facendo prima una legge elettorale nuova che riguarda anche il Senato. Diamo un nuovo assetto istituzionale al nostro Paese. E una volta che dal confronto politico e parlamentare avremo disegnato un’Italia più moderna, con una sola Camera che dà la fiducia al governo, con tempi di decisione più rapidi ma anche con contrappesi ben definiti, solo allora possiamo passare a definire la legge elettorale. Non ho mai visto costruire una casa partendo dal tetto!!! E invece tutta questa fretta sulla legge elettorale mi fa proprio pensare che si voglia partire dal tetto, magari per poi dire che crolla tutto e che bisogna di nuovo tornare alle elezioni. Noi dell’Udc non ci stiamo! Tutta questa fretta mi costringe a dire quello che tantissimi italiani pensano: e cioè che l’Italicum va cambiato. Non si può fare finta che la Corte Costituzionale non si sia pronunciata e negare ancora una volta agli elettori il diritto di eleggere i loro parlamentari. Corte o lunghe non cambia nulla. Basta con le liste bloccate, decise dai leader di partito!!! Ci vuole la preferenza, non ci prendiamo in giro!! Allora caro Matteo, ecco la nostra sfida. Facciamo le riforme davvero!!! E non facciamo finta di volerle fare. Dimostriamo che nei prossimi quattro anni siamo in grado di cambiare davvero l’Italia. Tu vuoi cambiargli verso. Secondo noi sarebbe già un grande passo avanti migliorarla! Sarebbe già un grande passo ad esempio se riportassimo indietro i due marò che sono ancora prigionieri in India. Riportiamo a casa quei ragazzi! Riportiamoli a casa non per garantirgli l’impunità. Lasciamo che sia un processo equo a stabilire se davvero hanno sbagliato. Ma garantiamogli il rispetto della dignità umana, garantiamolo alle loro famiglie. Sarebbe un grande passo se su questa vicenda infinita cominciassimo a dimostrare al mondo che l’Italia e l’Europa contano ancora qualcosa. Anche su questo, caro Matteo, la saggezza dei democratici cristiani ti sarebbe molto utile. Voglio ringraziare il Ministro Mauro e il Presidente Casini per il loro impegno per questi ragazzi. Ma insomma facciamoli questi passi avanti!!! Firenze ha avuto un grande sindaco che è stato un democratico cristiano straordinario. Un uomo che aveva la forza di pronunciare frasi come questa e la coerenza di impegnarsi a realizzarle davvero. Un uomo che diceva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Quel sindaco di Firenze, il più grande sindaco che Firenze abbia mai avuto, era Giorgio La Pira. Ecco, caro Matteo, se ti ispirerai un po’ più a lui e un po’ meno a chi corre solo per non farsi prendere, non avrai fatto solo un favore a te stesso, ma l’avrai fatto soprattutto al tuo Paese. E in quel caso l’Udc, anche se noi siamo e rimarremo popolari e tu hai scelto il campo opposto, quello dei socialisti, sarà un alleato leale. Anche perché i problemi del Paese sono ancora così enormi che per realizzare buone riforme servono ancora maggioranze ampie. Ma se invece preferirai cominciare a costruire la casa dal tetto, allora sappi che la minaccia delle elezioni anticipate sarà una minaccia scarica. Perché l’Udc e i popolari italiani non hanno paura delle elezioni. Anche questo è un messaggio forte che sono certo ti arriverà dal nostro congresso. Chiudo, ringraziando e salutando ancora una volta ognuno di voi con il cuore. Siamo un partito vivo e vitale. Abbiamo vissuto momenti migliori ma abbiamo di nuovo uno spazio molto grande davanti, abbiamo il merito di averlo ricostruito con fatica e le qualità per andarcelo a riconquistare. Facciamolo insieme, ripartendo da qui – da questo congresso – dal nostro rapporto con il territorio, che è la nostra vera forza – e dal grande obiettivo di realizzare insieme a tanti altri, da pari a pari, con gli amici che sono qui, il nuovo Partito dei Popolari Europei in Italia. Grazie a tutti. Spero di aver svolto con disciplina e onore il compito che mi era stato assegnato dal congresso precedente, quella disciplina e onore che la Costituzione impone a chiunque eserciti una funzione pubblica. Ed io ho sempre interpretato il ruolo di segretario di partito come una funzione al servizio non solo di una parte, ma del mio Paese. Spero solo di averlo fatto con passione, umanità e con il cuore, mettendocela tutta ogni giorno, nei momenti buoni ma soprattutto nei momenti difficili che abbiamo vissuto in questi anni. Ora lascio la parola a tutti voi. Rimango, da buon soldato dell’Udc, in ascolto e a disposizione del mio partito. Grazie davvero. W l’Udc, W il Partito Popolare Europeo in Italia, W l’Italia!

Discorso on. Lorenzo Cesa – congresso nazionale Udc.docx








Lascia un commento