D’Onofrio, Università: Uno sciopero “costituzionale”

Due manifestazioni: quella promossa dai sindacati per la scuola e quella dagli studenti per l’università sono oggi a Roma ad un tempo punto di arrivo dei movimenti della scuola da un lato e dell’università dall’altro e, auspicabilmente, punto di partenza per costruire insieme un solo grande e nuovo equilibrio costituzionale prima ancora che politico.
Nelle molteplici iniziative studentesche che hanno preso spunto da questo o da quell’ateneo, un punto è apparso fondamentale e necessariamente non traducibile in schieramenti politici o partitici: la Costituzione italiana non consente di intervenire sull’università senza una previa ed adeguata consultazione della medesima. Nell’equilibrio costituzionale originario è infatti scritto che la religiosità; la magistratura; i sindacati; gli enti locali; le università sono tutti soggetti specifici dotati di garanzia costituzionale particolare proprio nei confronti del governo pro tempore.
Se infatti questo è costituzionalmente legittimo, in quanto sostenuto da una maggioranza parlamentare, esso non può rapportarsi alle cinque realtà sopra indicate senza riconoscere a ciascuna di esse un’autonoma specificità che impedisce pertanto di procedere con strumenti legislativi adottati a maggioranza di governo, senza una previa ed adeguata consultazione di ciascuna di esse, in riferimento agli intendimenti che il Governo e la sua maggioranza parlamentare intendono perseguire in riferimento appunto a ciascuno di essi.

Le manifestazioni universitarie che hanno avuto ad oggetto proprio questo punto, hanno pertanto affermato un principio di ordine costituzionale prima ancora che partitico, ed è per questo – molto probabilmente – che si è trattato di manifestazioni non riconducibili a questo o quello schieramento di partito. Se le cose stanno in questo modo è necessario ritenere che si tratta di un insieme di manifestazioni di grande rilievo politico e costituzionale perché si tende a costituire un argine di tipo democratico – pluralistico al potere normativo della maggioranza di governo.
La lunga deriva che ha portato al progressivo deperimento dell’originario primato del Parlamento nel sistema politico-costituzionale italiano può pertanto vedere in questo movimento universitario – che non a caso vede accomunati studenti e docenti a differenza del ’68 – un movimento che tende a non voler vedere concluso in senso negativo proprio il deperimento del Parlamento e le connesse garanzie di pluralismo normativo che la Costituzione ordinaria contiene.
Lo slogan «Questa crisi non la pagheremo noi» è infatti quello che più costantemente è risuonato in tante parti d’Italia, a dimostrazione del fatto che non è con le spese per l’università che si possa concorrere a risanare il bilancio nazionale o a garantire l’equilibrio finanziario delle banche.
Non dunque una riforma universitaria sulla quale è del tutto evidente che si possono avere idee diverse, ma una questione di principio e di fondo: non si può procedere a fare leggi sull’università neanche se si tratta di questioni di equilibrio finanziario nazionale, se non si confronta in anticipo la proposta del Governo con la realtà universitaria autonoma. Questo appare il motivo per il quale gli studenti universitari hanno manifestato – anche se embrionalmente – per la scuola elementare e media e, allo stesso tempo, ha visto gli studenti medi occuparsi anche di università e di conseguenza le famiglie occuparsi conclusivamente dell’intero sistema scolastico.
Questa appare la più rilevante differenza di questo movimento rispetto al ’68. Allora non vi era un continuum tra scuola e università, perché questa era una sorta di corpo separato nella società italiana. Oggi, invece – anche grazie a quel che è accaduto dopo il ’68 – vi è non solo l’obbligo scolastico che la Costituzione prevede di otto anni, ma una nuova idea di merito scolastico che va salvaguardato sia in riferimento a singoli studenti sia in riferimento alla garanzia di eguali punti di partenza universitari che è stato ed è oggetto di duri scontri anche parlamentari.
Ed è pertanto questa la ragione per la quale ogni ipotesi di strumentalizzazione partitica del complesso e non sempre ordinato movimento in atto finisce con il colpire al cuore proprio il valore del movimento che è innovativo se visto nel suo insieme di scuola e università.
La questione politica che si apre in questo contesto è proprio quella concernente la rappresentanza politica del movimento, che non è e non può essere ricondotta ai due schieramenti che si sono scontrati nelle ultime elezioni politiche. Ed è sempre questa la ragione per la quale la manifestazione – che mi auguro grande – promossa dai sindacati sul tema generale della scuola, non può continuare a lungo ad ignorare la questione dello sbocco universitario degli studi scolastici, perché di questo oggi si tratta ed è di fronte a questo nuovo problema che si misurerà l’intelligenza politica di sindacati e partiti vecchi e nuovi. Mai come oggi quel che appare necessario è pertanto un nuovo equilibrio tra rappresentanza e decisione, tra maggioranza popolare e soggetti politici autonomi che costituiscono un limite al potere stesso della maggioranza di governo: quello vecchio privilegiava la rappresentanza a scapito della decisione; il rischio odierno è invece che la decisione cancelli la pluralità delle realtà autonome.
Da questo punto di vista si può pertanto dire che quella che è alla base dei movimenti in corso sia una grande intuizione politica e costituzionale che richiede una risposta altrettanto lungimirante da parte dei vecchi e dei nuovi partiti.

Tratto da Liberal










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