D’Onofrio, Università: Se il governo fa l’indiano la rivolta è inevitabile

Cortei, assemblee, sit-in, proteste. Da Ferrara a Lecce il mondo accademico – anche ieri – ha continuato ad esprimere la propria contrarietà alla riforma dell’Istruzione di Mariastella Gelmini, colpevole secondo gli studenti di averli «espropriati di un futuro elaborando una riforma basata su tagli inconcepibili».
L’Unione degli Universitari (Udu), in un comunicato ha sostenuto che la scelta di scendere in piazza ha come obiettivo di far capire al governo che «non vi è altro modo per cessare queste mobilitazioni se non l’abrogazione degli articoli 16 e 66 e la considerazione dell’Università come una risorsa per il Paese e non come un onere di cui liberarsi». Piergiorgio Bergonzi, responsabile scuola dei Comunisti italiani e componente dell’ufficio politico del partito, ha rincarato la dose: «Il Pdci è contro la privatizzazione del sapere e sarà al fianco di docenti, studenti e genitori per impedire che l’istruzione qualificata sia accessibile solo a poche elite privilegiate, perché i devastanti tagli di risorse e docenti, l’abbassamento dell’obbligo di istruzione, il ritorno al maestro unico, la riduzione dell’orario obbligatorio, la trasformazione di scuole e università in enti privati sotto il mantello delle fondazioni, non potranno che portare a questo. Per non dire poi dell’ultimo provvedimento caldeggiato dalla Lega: l’istituzione di classi ghetto per gli immigrati che – conclude Bergonzi – introducono di fatto, un regime di apartheid in Italia. Per impedire questo scempio in piazza bisognerà essere davvero in tanti».
Anche Francesco D’Onofrio, professore di Istituzione di Diritto pubblico ed ex senatore dell’Udc, è dell’idea che bisogna stare dalla parte degli studenti. E per questo ieri ha partecipato all’assemblea della “Sapienza”contro i tagli del governo. Ma, ovviamente, il suo modo di interpretare la crisi e la strada per far uscire il mondo dell’istruzione dalle sabbie mobili in cui sembra precipitato è totalmente diverso da quello del Pdci. Sono qui come professore universitario – spiega a liberal – l’appartenenza politica è un fatto congiunturale, il fatto che sono docente è strutturale. Ritengo che da parte del governo sia stato un grave errore fare una legge senza parlarne con nessuno ». E ha aggiunto: «La maggioranza politica deve sapere che ci sono delle autonomie: la religione, la magistratura, gli enti territoriali, scuola e università, sindacati con cui bisogna confrontarsi prima di agire. Sono qui perchè è un luogo dove si può parlare e confrontarsi, come non sta avvenendo in Parlamento in questo momento».
Professore, qual è la proposta dell’Udc per far uscire il mondo accademico da questa impasse?
Da docente dell’Udc ribadisco che esiste il diritto all’ascolto delle istanze che vengono dal mondo della scuola e dell’università, considerate insieme agli altri quattro blocchi precedentemente citati, “i pesi e i contrappesi” di una moderna democrazia. Difendere i diritti di questi luoghi ad esprimere il loro punto di vista significa tutelare il principio di pluralismo e di libertà. Un modo di affrontare il problema assolutamente contrario al principio di onnipotenza della maggioranza, espresso dal Pdl ma anche da certi strati dell’opposizione.
Spesso si è soffermato sull’importanza del merito, considerato a suo avviso il volano della ripresa.
Non ho dubbi nel ripetere che solo l’introduzione di criteri realmente meritocratici può permettere all’università di diventare nuovamente un ascensore sociale. Mi rendo conto che una simile concezione, alla luce delle logiche corporativistiche che governano l’università, può essere concepita come pericolosa, dal momento che potrebbe mettere in pericolo le microcorporazioni interne: i docenti, i ricercatori, gli amministrativi. Il nostro obiettivo è quello di ribaltare la logica che vede il merito come una minaccia, per fare di questo elemento il vero promotore di un nuovo equilibrio tra le diverse componenti interne al mondo accademico. Le strade per raggiungere questo obiettivo sono molto concrete. Ad esempio, pensiamo ai ricercatori. A mio avviso bisognerebbe impegnarsi per fare in modo che il personale che si occupa della ricerca sia effettivamente ben retribuito. Ma solo per il tempo della ricerca: e non a vita. Insomma bisogna far in modo che queste forze siano impiegate per obiettivi funzionali e non per alimentare una sorta di assistenzialismo che a volte può sembrare addirittura accattonesco. Occorre recuperare una centralità dello studente e dell’università, ma questo non ha nulla a che vedere con lo studentismo.
Cosa intende?
Bisogna stare attenti a non farsi prendere da tentazioni di tipo accattonesco e di mero assistenzialismo. E mettere al centro la centralità del sapere. Questo significa puntare sulla qualità della conoscenza e scardinare quelle storture interne al mondo dell’università. In passato l’università è stata anch’essa un ascensore sociale, ma ha cessato di esserlo negli ultimi quindici anni. L’ascensore sociale però era troppo selettivo sulla provenienza familiare ed economica. Oggi occorre capire che può prevalere la logica mercificante rispetto alla qualità dell’istruzione.

Tratto da Liberal










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