D’Onofrio: tre questioni preliminari per una nuova Carta

“Sta pian piano maturando la consapevolezza che occorre una complessiva revisione della Costituzione repubblicana vigente perché è di tutta evidenza che quella originaria è stata recentemente modificata in riferimento all’ordinamento cosiddetto federale della Repubblica (Titolo V della Costituzione), senza che siano contestualmente intervenute modifiche costituzionali concernenti sia la struttura del Parlamento nazionale, sia il rapporto tra governo nazionale ed elezioni politiche, sia il finanziamento dell’intero sistema locale e nazionale nel nuovo contesto europeo e nell’epoca della globalizzazione economica e sociale.

Non sorprende pertanto il lungo tempo intercorso tra la prima seria riflessione organica sulle modifiche costituzionali (Commissione Bozzi del 1984) e la crescente consapevolezza della necessità di riforme costituzionali complessive concernenti da un lato Stato e Governo e dall’altro Popolo e Partiti.
L’equilibrio costituzionale originario era stato conseguito per il convergere faticoso ed intelligente di tre grandi proposte culturali: quella liberale concernente soprattutto i diritti dei singoli individui e dei singoli cittadini; quella cattolica concernente soprattutto l’affermazione del primato della persona sullo Stato e la preferenza strutturale per la piccola impresa commerciale, artigianale, industriale soprattutto se cooperativa; quella dei due socialismi interessati sia all’affermazione sia dell’eguaglianza dei punti di arrivo sia alla previsione di limiti rigorosi all’iniziativa economica privata.

L’insieme dell’equilibrio conseguito nel 1947 in riferimento alla Costituzione repubblicana aveva pertanto un orientamento blandamente regionalista e sostanzialmente partitocratrico.
Quell’equilibrio è progressivamente venuto meno sia per quel che concerne l’organizzazione dei poteri pubblici locali sia per quel che concerne il rapporto tra popolo e partiti politici: è questa la ragione politica per la quale è esplosa la richiesta della trasformazione federalistica della Repubblica; è questa a sua volta la ragione di uno stato di crisi crescente tra la volontà popolare espressa attraverso il voto e le funzioni costituzionali dei partiti politici.

Occorre – ad avviso dell’Unione di centro – un nuovo equilibrio costituzionale sia in riferimento al nuovo rapporto tra centro e periferia del sistema dei poteri pubblici (affrontando in modo non soltanto affabulatorio il tema del federalismo) sia in riferimento al nuovo rapporto tra popolo e partiti politici nel senso di un nuovo equilibrio costituzionale che consenta alle scelte elettorali compiute dal popolo di orientare in modo significativo la nascita e la morte del Governo della Repubblica.
Questo nuovo equilibrio costituzionale va dunque costruito in riferimento alle due dimensioni fondamentali di ogni Costituzione e quindi anche della nostra: lo spazio e il tempo.

Lo spazio concerne pertanto l’Italia unitariamente considerata che assume una dimensione definita federalistica in un contesto nel quale non si pongono questioni di espansione del territorio nazionale, bensì questioni di una diversa articolazione dei poteri pubblici sul medesimo territorio. Questa è la nostra idea di riforma federalistica dello Stato ed è per questo che abbiamo posto tre questioni preliminari per una qualunque definitiva valutazione concernente la disciplina fiscale del federalismo medesimo.
Il tempo è quel che concerne il rapporto tra decisione elettorale e governo del Paese: nell’equilibrio costituzionale originario l’incidenza della decisione elettorale del popolo era sostanzialmente rimessa alla valutazione che di esso davano sia gli organi costituzionali formali sia i partiti politici divenuti sempre più protagonisti del governo del Paese. È come se tra la decisione elettorale del popolo e il governo del Paese questo fosse considerato costituzionalmente preminente rispetto alla decisione elettorale.
Occorre ora tendere ad un nuovo equilibrio tra l’una e l’altro considerati entrambi essenziali per rispettare la volontà popolare senza fare del passaggio elettorale l’unico riferimento rilevante per l’equilibrio costituzionale.

Le due questioni vanno tenute rigidamente insieme almeno dal punto di vista culturale: non vi può essere né riforma dello Stato né riforma del Governo senza un nuovo equilibrio costituzionale capace di stabilire proprio per lo spazio e per il tempo la nuova dimensione capace di dar vita al nuovo equilibrio costituzionale”.










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