Crisi, D’Onofrio: progetto o emergenza?

Non occorre riandare con il pensiero alla Grande Depressione del 1929 perché è ormai di tutta evidenza che si tratta di una crisi strutturalmente diversa da quella di quasi ottanta anni or sono. Sentiamo infatti affermare che siamo in presenza per un verso della prima crisi finanziaria ed economica dell’epoca della globalizzazione; il che è vero perché è di comune esperienza il fatto che viviamo da pochi anni in una stagione radicalmente diversa dalle stagioni del passato proprio in riferimento alle due coordinate di fondo che hanno sempre caratterizzato le epoche storiche diverse le une dalle altre: lo spazio e il tempo.

Per quanto riguarda lo spazio, eravamo stati abituati – soprattutto nel Settecento, nell’Ottocento e nel Novecento – a considerare le crisi come una delle manifestazioni dei rapporti tra Stati nazionali sovrani e indipendenti. Nella fase presente, soprannominata delle globalizzazione, non vi è dubbio che lo spazio è quello dell’intero pianeta perché quel che accade in una parte del pianeta – soprattutto se si tratta degli Stati Uniti d’America – ha conseguenze in ciascuna altra parte del pianeta, data l’evidente interconnessione sempre più stringente che esiste tra finanza e mercati di ogni parte del pianeta medesimo.
Per quel che concerne il tempo, si può del pari affermare che viviamo ormai da qualche anno nell’epoca del cosiddetto tempo reale: internet è in qualche misura la nuova dimensione che la comunicazione interpersonale ha assunto rispetto al tempo ormai antico della posta a motore, per non parlare di quella a cavallo. Anche in riferimento alla nuova dimensione del tempo, si può pertanto affermare che la crisi investe contemporaneamente anche se in modo ovviamente diverso le diverse parti del pianeta. Se peraltro spazio e tempo assumono in questa crisi le caratteristiche nuove dell’epoca della globalizzazione è molto probabile che anche l’organizzazione politica ed istituzionale sarà in qualche modo coinvolta dalle modalità con le quali la crisi è affrontata nelle diverse parti del mondo e risulterà pertanto modificata proprio in conseguenza della soluzione che sarà data in ciascuna parte del pianeta a questa crisi.
Se pertanto la crisi è globale non di meno le modifiche politiche ed istituzionali di ciascuna parte del pianeta saranno specifiche proprio in conseguenza delle diverse modalità che in ciascuna parte saranno state adottate per far fronte alla crisi medesima. Non sorprende in questo contesto che l’attenzione in qualche modo persino spasmodica venga data alle decisioni immediate, viste soprattutto nel senso di decisioni idonee a tamponare gli effetti almeno più vistosi della crisi medesima: lavoro e credito. Occorre però avere la capacità di valutare con qualche freddezza le ragioni di fondo della crisi medesima e gli strumenti che sono stati e saranno adottati nelle diverse parti del pianeta in riferimento alla crisi medesima.

Nel corso dei secoli precedenti all’èra della globalizzazione si erano venute affermando sostanzialmente due filosofie complessive che avevano conseguenze significative proprio in riferimento a lavoro e credito: la filosofia liberista e la filosofia socialista. Entrambe affrontavano il problema del rapporto tra Stato e mercato in termini anche alternativi l’una rispetto all’altra. Rispetto a queste due grandi filosofie (che costituivano in qualche modo una sorta di bipolarismo ideologico tra destra e sinistra economiche) si era progressivamente venuta costituendo, anche se con fatica, una elaborazione prevalentemente di ispirazione cristiana che aveva finito con il dar vita ad una ipotesi che era terza rispetto a queste due alternative: l’economia sociale di mercato. Per un verso si trattava di una scelta di fondo favorevole al mercato visto quale strumento preferibile per la formazione dei prezzi delle cose e quindi per la determinazione del costo del lavoro, e per altro verso di una scelta che vedeva nello Stato il soggetto chiamato a farsi carico dei problemi della povertà e del disagio non dovuti a scelte dei singoli ma in qualche modo conseguenze non volute del sistema economico generale.

La scelta dell’economia sociale di mercato si è venuta progressivamente caratterizzando per una diversa considerazione positiva della politica ambientalistica, sì che in tempi più recenti si è affermato soprattutto dai tedeschi che è necessario muoversi nel senso di una economia sociale di mercato ecologicamente sostenibile.
La crisi in atto sta ponendo dovunque nel mondo in discussione proprio le premesse filosofiche di queste tre grandi costruzioni ideali perché si vede che Paesi tradizionalmente liberisti invocano lo Stato considerato non solo quale regolatore delle attività finanziarie ed economiche ma anche quale gestore diretto delle une e delle altre, laddove si assiste a comportamenti di Stati tradizionalmente sensibili al suo intervento in economia che muovono nel senso di un rispetto radicale della libertà di iniziativa economica. Allo stesso tempo si assiste all’espansione numericamente molto significativa della disoccupazione intesa sia nel senso di perdita di lavoro precario, sia di nuove difficoltà all’ingresso nel mercato del lavoro, sia di uscita dal lavoro per cessazione delle attività produttive. Occorrerà ritornare su tutti questi aspetti perché risulti il più possibile chiaro quale noi riteniamo possa essere e debba essere l’Italia durante e dopo la crisi tra emergenza e progetto.

Tratto a Liberal










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