D’Onofrio: Non sbagliamo, Obama non è Roosevelt

Non sorprende in alcun modo il fatto che gli orientamenti e le decisioni di Barack Obama siano oggetto di innumerevoli commenti: è di tutta evidenza che la straordinaria crisi finanziaria e commerciale che ha investito all’inizio gli Stati Uniti pone al suo presidente un compito che non è e non può essere limitato agli Stati Uniti perché si tratta ormai di una crisi tendenzialmente mondiale.
La novità di maggior rilievo che le iniziative che Obama ha assunto in riferimento alla crisi consiste non tanto nel fatto dell’entità finanziaria dell’intervento quanto nel costante accompagnamento di interventi dovuti all’emergenza con interventi orientati alla realizzazione del progetto sociale che aveva caratterizzato la campagna elettorale di Obama.

Se ci si colloca in una prospettiva che è ad un tempo di emergenza e di progetto, si coglie un aspetto di fondo – forse il più importante di tutti – dell’intera iniziativa presidenziale statunitense.
Quanto all’emergenza, si tratta infatti di far assumere al governo federale statunitense e quindi soprattutto alla sua Banca centrale un insieme di iniziative che appaiono nel segno di una qualche riproposizione rooseveltiana del ruolo dello Stato allorché il mercato appare in crisi.
Quanto al progetto, si tratta di rendere credibile che la preannunciata trasformazione sociale statunitense in riferimento soprattutto all’istruzione e alla sanità non è subordinata al conseguimento dei risultati auspicabilmente positivi degli interventi finanziari stessi resi indispensabili dall’emergenza. Emergenza e progetto sembrano pertanto caratterizzare la presidenza Obama in termini che troppo semplicisticamente sono stati ridotti all’alternativa tra liberismo e socialismo: quasi che l’emergenza di un Paese fondamentalmente liberale deve essere vissuta nella logica del liberismo mentre il progetto di trasformazione sociale tipica delle iniziative di Obama su istruzione e sanità deve essere letto in chiave socialista.
Non si può ancora ragionevolmente affermare che l’emergenza sarà sconfitta con gli interventi sostanzialmente statalisti che gli Stati Uniti hanno assunto anche perché essi possono scaricare il proprio debito pubblico sul resto del mondo a differenza di quel che possono fare i Paesi dell’Europa continentale, Italia compresa. Non si può altrettanto ragionevolmente constatare che la trasformazione della società statunitense in senso di una più estesa eguaglianza in tema di istruzione e sanità vada effettivamente in porto perché – come lo stesso Obama ha detto – le lobbies contrarie sono numerose e potenti. Un terzo aspetto sembra collegare emergenza e progetto: una nuova cultura dell’ambiente.
È come se Obama intendesse condizionare in modo ferreo l’emergenza alla nuova politica ambientalistica e orientare contestualmente istruzione e salute nel senso di una nuova cultura ambientalistica. Noi europei – e soprattutto noi italiani – dobbiamo resistere da un lato alla tentazione di vedere nel progetto obamiano una sorta di riproposizione del modello sociale europeo-occidentale che abbiamo definito in qualche modo di compromesso svedese, e dall’altro di ritenere che si tratti di una pura e semplice riproposizione del vecchio ed importante New Deal rooseveltiano.Vi è infatti rispetto al vecchio New Deal una straordinaria novità: il nuovo contesto geopolitico statunitense.

L’efficacia stessa degli interventi di emergenza è in misura rilevante subordinata al comportamento di alcuni dei nuovi grandi protagonisti dell’agenda mondiale: Cina in testa. L’interesse per il progetto obamiano di istruzione, sanità e ambiente non parla più soltanto alla “vecchia Europa” perché si inserisce in una sfida globale che gli Stati Uniti intendono vivere a partire dall’Africa.
Se dunque è del tutto comprensibile che si guardi ai comportamenti del nuovo presidente degli Stati Uniti con una attenzione del tutto superiore a quella registrata negli ultimi quarant’anni, sarebbe riduttivo se non erroneo guardare ad essi con gli occhi del passato: emergenza e progetto sono per Barack Obama i due capisaldi del suo intervento complessivo e per noi italiani – non meno che per gli altri europei continentali – sarebbe riduttivo ritenere che si sia in presenza di una semplice e vecchia alternativa tra Stato e Mercato.

Tratto da Liberal










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