D’Onofrio: Federalismo? Così non può andar bene

Abbiamo ripetutamente affermato che non si può neanche iniziare a discutere seriamente di federalismo fiscale se prima – ribadiamo, prima – non si danno risposte dignitose a tre quesiti fondamentali. Primo. Diamo per scontato che il debito pubblico resti di competenza esclusiva dello Stato.
E lo facciamo perché riteniamo che gli obblighi interni e internazionali li abbia contratti lo stato italiano e immaginiamo che la riforma federalistica non comporti in alcun modo il venir meno dell’idea di Stato. Abbiamo pertanto richiesto e continuiamo a richiedere con quali risorse anche fiscali lo Stato italiano garantisce agli investitori interni ed internazionali il pagamento degli interessi sul debito, man mano che vengono a scadenza e che devono essere rinnovate le diverse tranches. Su questo punto non si può scherzare perché ne va della affidabilità stessa dell’Italia e nessuno – ripetiamo, nessuno – può chiudere gli occhi su questo punto.
Secondo. Stentiamo a credere che si possa seriamente affermare che si procede a prevedere risorse fiscali per i diversi enti locali senza che siano preventivamente definite almeno le funzioni essenziali di ciascuno di essi. Non si tratta di un prima e di un dopo. Si tratta, infatti, di una regola di assoluto buon senso: non si possono prevedere tributi propri degli enti locali se non si sa quali siano le funzioni dei medesimi. Così si era fatto in passato anche in riferimento al Titolo V della Costituzione. E per queste ragioni chiediamo che cosa si intende fare prima di passare alla previsione delle risorse finanziarie. Questa questione non è esclusivamente di diritto costituzionale – il che sarebbe comunque sufficiente – ma anche di finanza pubblica. È infatti di tutta evidenza il constatare che con il federalismo fiscale si dà vita ad una notevole pluralità di centri di spesa e si vuol sapere – una volta per tutte – se le Province restano o no e – se restano – con quali funzioni amministrative.
Terzo. Sappiamo tutti che in ciascuna delle cinque Regioni a statuto speciale sono previste discipline anche finanziarie diverse le une dalle altre: si deve sapere oggi se queste disposizioni restano in vita o no perché non si tratta di puri aggiustamenti marginali ma di sostanziali previsioni legislative che – nel caso degli statuti speciali – sono disposizioni di rango costituzionale e quindi non modificabili con legge ordinaria. Abbiamo notato che su queste questioni non vi è stata fino ad ora nessuna risposta ne’da parte di singole componenti parlamentari della maggioranza, né da parte del Governo, al quale dovrebbero pure stare a cuore le sorti dei conti pubblici.
Attenderemo ancora fiduciosi le risposte: il silenzio sino ad ora conservato è sempre meno tollerabile culturalmente e politicamente.

Tratto da Liberal










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