D’Onofrio: I partiti aperti secondo Sturzo

Durante la celebrazione per il novantesimo anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo «ai liberi e forti», Pier Ferdinando Casini ha anticipato una proposta di legge dell’Udc: vincolare l’erogazione dei rimborsi elettorali al rispetto della democrazia interna ai partiti. «Solo le formazioni che avranno statuti democratici, certificati dalla legge, potranno usufruire dei finanziamenti: è un modo per onorare l’insegnamento di Sturzo». Proposta che rischia di far emergere le contraddizioni del Pdl anche nel caso in cui le richieste di Gianfranco Fini finissero nel vuoto. Francesco D’Onofrio – intervenuto pure lui alla commemorazione di domenica scorsa – spiega che la battaglia sull’articolo 49 della Costituzione (in cui è sancito appunto il diritto dei cittadini di partecipare liberamente alla vita dei partiti) coincide con uno dei pilastri del popolarismo sturziano: «È un principio che è stato disatteso in parte anche dalla Democrazia cristiana: ad essere determinante in una formazione politica deve essere il rapporto tra partito e società, tra rappresentanza e identità, non quello tra partito e governo. Il partito-Stato finisce per allontanarsi dal vincolo della democrazia interna, e domenica scorsa non ho mancato di ricordare come la Dc sia caduta in questo errore. Dopo la fondazione del Partito popolare e la fase iniziata con De Gasperi, questa può essere una terza, nuova stagione nella storia della democrazia italiana moderna, in cui si afferma appunto il valore dell’apertura partecipativa.
E secondo l’idea di Pier Ferdinando Casini il nuovo percorso potrebbe fondarsi sui “soldi dei cittadini che possono essere utilizzati solo per fare partiti davvero democratici”.
Si può cominciare anche con l’obbligo di depositarlo, il proprio statuto, in modo da dargli maggiore pubblicità: tutti devono rendersi conto di come funziona l’organizzazione politica a cui pensano di dare il voto.
Democratici e coerenti con la lezione di Sturzo: ecco il requisito minimo.
Il discorso è di identità politica, dunque ancora più ampio. Comprende gli altri due pilastri del popolarismo di Sturzo. Innanzitutto la laicità contrapposta al laicismo, che significa autonomia della politica (anche del partito dei cattolici) dalla Chiesa. Quindi la cultura delle alleanze, riaffermata da Alcide De Gasperi, da cui discende una evidente vocazione al sistema proporzionale. Sturzo spiega che nel corpo elettorale vanno create delle identità, e che queste corrispondono ai partiti. Senza le identità l’elettorato è solo un organismo informe. Ma questa necessità democratica non può che accompagnarsi con la cultura delle alleanze.
Niente vocazione maggioritaria.
Sturzo non esclude affatto che un partito possa diventare maggioritario, ma deve sempre coltivare delle alleanze.
È esattamente il contrario di quanto si è affermato nella campagna elettorale di un anno fa.
Certo: sia nel centrodestra di Berlusconi che da parte di Veltroni c’è stata una forzatura in senso bipartitico. Si ammetta almeno che in questo modo non ci si pone più in continuità con il pensiero di Sturzo. Da anni ciascuno tende ad appropriarsi del fondatore del Ppi assumendone l’aspetto che più gli torna comodo: da una parte solo il liberale che critica la partitocrazia, dall’altra si rivendica il modello democratico sociale, senza farsi carico della componente clerico-conservatrice.
Sturzo dunque non è un santino.
E non si può chiamarlo in causa senza sottoscriverne la visione “proporzionale e plurinominale”, quindi con le preferenze, enunciata nel programma del Partito popolare. Ecco perché solo l’Udc può interpretare una nuova stagione della politica fondata sull’insegnamento di Sturzo. In questo modo si spiega e si definisce chiaramente perché noi dobbiamo restare fuori dall’assetto bipartitico. È come se dal ’94 fossimo ancora in attesa della transizione, è come se l’orizzonte di partenza restasse incompiuto, e il passaggio che manca è proprio quello sulla democrazia interna.
Qualcuno potrebbe obiettare: non sono i partiti a essere diversi ma la domanda stessa dell’elettorato, che non sarebbe esso stesso disponibile a una partecipazione così accentuata.
Con la fine della Prima Repubblica si è cercato soprattutto di dare risposta a una questione, vera, che è quella della decisione. Ma si sarebbe dovuti arrivare a un punto di equilibrio tra decisione e rappresentanza. Invece ci si è fermati all’idea del leader che risolve tutto. Se un passo in avanti è necessario è anche per una questione di identità europea.
In che senso?
Dobbiamo raccogliere la sfida di Obama, giusto? L’Europa può farlo solo in un modo: non limitandosi a vivere il popolarismo solo a Strasburgo, come fatto istituzionale. Bisogna proporne una visione sostanziale, quella interpretata piuttosto fedelmente dal centro popolare tedesco: una economia sociale di mercato ecologicamente compatibile. È una ricchezza che solo nel Vecchio Continente siamo in grado di offrire, ed è la dimostrazione che il discorso su Sturzo non si limita all’aspetto celebrativo. Non dimentichiamo che sulla cultura popolare si è fondata la capacità dell’Europa di opporsi al fascismo e al comunismo. Bisogna rivendicarlo con orgoglio, e oggi non si può pensare che le uniche risposte possibili alla sfida lanciata dall’America di Obama siano da una parte il liberalismo conservatore e dall’altra la democrazia sociale.
Perché il centrodestra non è riuscito ad evolvere complessivamente in questa direzione?
Posso dire intanto di essere tra quelli che sono rimasti delusi rispetto alle premesse del ’94, quando sembrava appunto che lo sguardo fermo al modello popolare avrebbe potuto portarci a un equilibrio tra rappresentanza e decisione. C’è stato un chiaro sbilanciamento verso la seconda esigenza. Nel modello tedesco c’è peraltro una soluzione: la sfiducia costruttiva, che garantisce la stabilità e lascia nello stesso tempo l’elettorato al centro della politica. Può essere questa l’architrave di una riforma costituzionale che riporti le forze in equilibrio.
Intanto la sfida è nella democrazia garantita per statuto.
L’Udc ha già avviato un percorso, con la Costituente di centro, che credo debba sempre svilupparsi attorno al principio del partito nella società e non per il governo. In questo modo possiamo davvero interpretare una nuova stagione e realizzare, ripeto, anche un obiettivo che la Dc aveva perso di vista. È faticoso, senza dubbio, ma il senso credo debba essere questo.
Partecipazione: l’idea di realizzarla attraverso i gazebo è dunque del tutto fuori luogo.
Basta la parola: “Popolo” della libertà anziché “partito”.“Popolo” dà l’idea di un corpo informe. È un comitato elettorale e nulla più. Dall’altra parte va aggiunto solo il modello democratico rispetto a quello conservatore, ma cambia poco: in entrambi i casi non siamo alla partecipazione democratica ma all’affabulazione.
Bocciato dunque anche lo schema del Pd attuale.
Credo vi si possa scorgere la stessa logica del discorso di Palmiro Togliatti a Bergamo: si sceglie una parte dei cattolici non per riconoscimento delle loro istanze ma perché si tratta di quella parte dei cattolici collocata a sinistra. Quando Cossiga chiese a Kohl perché mai avesse fatto entrare nel Ppe il partito di Aznar, che era di derivazione franchista e non propriamente popolare, il cancelliere tedesco rispose: perché solo in questo modo possiamo essere in maggioranza rispetto ai socialisti. Non c’è logica in discorsi del genere, nel caso specifico perché al Parlamento europeo non c’è il maggioritario, e più in generale perché come detto non si possono considerare i partiti in funzione del governo. .

Tratto da Liberal










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