D’Onofrio: Una sfida per l’economia sociale di mercato

Tendenzialmente più liberista il modello statunitense; tendenzialmente più sociale il contesto europeo occidentale: tra questi due modelli astratti di sistema economico vi è stato un lungo e complesso rapporto che è oscillato tra avvicinamenti significativi e allontanamenti anche radicali tra le due parti dell’Occidente complessivamente unito rispetto all’alternativa radicale del cosiddetto socialismo reale dell’Unione Sovietica.
Con la conclusione anche istituzionale della lunga stagione del socialismo reale sovietico sembra che la vittoria complessiva di un’impostazione culturale liberista dia sostanzialmente ragione agli Stati Uniti che hanno fatto proprio del liberismo la propria proposta non solo economica di fondo.
L’Europa non ha avuto fino ad ora una posizione unitaria: né quella originaria voluta dai coraggiosissimi Padri Costituenti dell’Unità Europea; né quella dei successivi allargamenti comunque contenuti entro il campo occidentale; né quella di oggi che stenta ancora a trovare una propria identità post-sovietica.
La crisi economica in atto pone pertanto distinti problemi agli Stati Uniti da un lato e ai diversi stati dell’Unione Europea dall’altro. La presidenza Obama si trova per tanto di fronte ad una sfida che concerne l’essenza stessa del liberismo statunitense: prevedere che lo Stato si limiti ad introdurre regole anche nuove per un più equilibrato funzionamento del mercato finanziario o prevedere che esso può anche procedere ad assumere compiti anche rilevanti in riferimento a nuove attività federali concernenti – come Obama disse in campagna elettorale – l’istruzione, la sanità e l’ambiente.
Per quel che concerne i diversi Stati dell’Unione europea, la domanda di fondo riguarda innanzitutto la disponibilità o meno ad elaborare un complessivo intervento europeo rispetto al quale i singoli Stati sono sostanzialmente idonei ad apportare modifiche nazionali soltanto marginali rispetto al disegno complessivo. Si tratta in sostanza di decidere la dimensione prevalentemente europea o nazionale della risposta economica da dare alla crisi in atto.
I singoli Stati europei si trovano infatti a provenire tutti – anche se in misura molto diversa l’uno dall’altro – da un’impostazione che ha fatto dell’attenzione alle dimensioni sociali della vita economica la specificità di ciascuno Stato europeo rispetto agli Stati Uniti. Ma le differenze degli stati fra di loro sul rapporto tra Stato e Mercato sono differenze anche rilevanti sol che si consideri il diverso intervento statale diretto in materia di istruzione, sanità, lavoro. I singoli Stati – anche se considerati individualmente – mostrano proprio un diverso rapporto tra stato e mercato che va da quello che si può definire una sorta di “compromesso socialdemocratico svedese”; all’ipotesi britannica e italiana del “servizio sanitario nazionale”; alla prevalenza quasi assoluta dell’industria manifatturiera rispetto alla finanza, come in Germania e in Italia; alla diversa sensibilità rispetto all’energia nucleare, come dimostra soprattutto il caso francese. Per non parlare dell’estrema difficoltà che si verifica negli Stati direttamente o indirettamente ex sovietici.
Per gli Stati Uniti si può pertanto parlare di una sorta di “liberismo temperato” che non consente di considerare l’esperimento roosveltiano del New Deal quale risposta strategica e definitiva alla crisi in atto. Per i singoli Stati europei che provengono da una situazione che si potrebbe definire di interventismo sociale, si tratta di decidere se concorrere a rispondere alla crisi in atto in termini omogenei che, pur affermando una diversa cultura sociale del modello europeo rispetto a quello statunitense, non intende in alcun modo riproporre anche indirettamente forme di governo statale dell’economia al di là della definizione delle regole di disciplina del mercato, agricolo, industriale o finanziario che esso sia.
L’Italia si trova pertanto di fronte ad una duplice sfida: considerare i vincoli di Maastricht ormai decisivi anche in riferimento a questa crisi o accentuare le ragioni nazionali – soprattutto ambientalistiche – delle specificità italiane nel contesto dell’integrazione europea e della globalizzazione dei mercati.
L’Italia deve pertanto dimostrare in concreto che l’economia sociale di mercato rappresenta una risposta capace di essere idonea ad affrontare anche questa crisi finanziaria in termini diversi dal liberismo temperato degli Stati Uniti e dell’interventismo sociale che ha a lungo caratterizzato la politica economica italiana negli anni della Prima Repubblica fino al crollo dell’Unione Sovietica.
Si tratta pertanto di una sfida radicale che investe fino in fondo la politica italiana, estera o interna che sia: si tratta, infatti, di decidere quale idea di Italia, di Europa, di Occidente e del Mondo si abbia oggi.










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