D’Onofrio: Con la fine di W. termina la finzione del bipartitismo

Per valutare con la dovuta attenzione l’elezione di Dario Franceschini a segretario del Partito democratico occorre soprattutto cercare di distinguere il tratto di strada che va fino alle elezioni locali ed europee del prossimo giugno dal tratto di strada che sarà caratterizzato da una vera e propria battaglia congressuale interna al Partito democratico in vista del congresso di ottobre.
E non è detto che l’esperimento di Dario Franceschini, segretario del Pd, debba terminare proprio ad ottobre. Occorre infatti aver presente che era già vicesegretario nazionale del Partito democratico in base ad un classico accordo di vertice fra il Pd, al quale era assegnata la guida politica con Walter Veltroni, e la Margherita, alla quale era assegnata la sua vicesegreteria.
Con l’elezione di Franceschini occorre seriamente capire se quell’accordo è mantenuto in vita o se con la sua segreteria inizia di fatto un nuovo tentativo. Si tratta di una vicenda che, per quanto riguarda la componente post comunista del Partito democratico, risale all’autunno del 1989 allorché cadde il Muro di Berlino o, se proprio si vuole, al più tardi all’ avvento di Yeltsin alla presidenza della non più Unione Sovietica. È infatti da quella data che il postcomunismo italiano è alla ricerca di un molto improbabile passaggio dalla cultura e dalla logica del comunismo alla cultura e alla logica del riformismo socialdemocratico o socialista che sia. E non c’è chi non ricordi che il Partito comunista italiano aveva impegnato dure battaglie di contrasto sia con l’esperienza socialdemocratica di Saragat sia con l’esperienza socialista di Nenni e di Craxi: entrambe ritenute strutturalmente alternative al progetto comunista filosovietico che aveva caratterizzato il Partito comunista italiano dalla scissione del congresso di Livorno del 1921 in poi.
Con la caduta del Muro di Berlino dapprima e con la formale fine dell’Unione Sovietica in seguito, venivano in qualche modo a cessare le ragioni culturali, prima ancora che politiche, della scelta comunista italiana filosovietica. Più o meno contestualmente, una parte della sinistra democristiana – conosciuta prevalentemente con il nome di area Zac – tendeva a vedere proprio nel Partito comunista più il suo radicamento italiano che non la sua dimensione internazionale, e finiva in tal modo ad affermare che era il cattolicesimo democratico a vincere la sfida perché il cattolicesimo liberale, da sempre minoranza intellettuale, nel mondo cattolico era confinato più alla raccolta dei voti moderati che non alla loro gestione per il governo del Paese. Con l’avvento di Franceschini alla segreteria del Pd può pertanto ritenersi conclusa – finalmente conclusa -la stagione del postcomunismo italiano, iniziato vent’anni fa con il conseguente passaggio dalla guida politica di una sinistra non più comunista alla guida del governo del Paese o comunque alla base di un tentativo di costruire una nuova identità di sinistra: sinistra cattolica quella di Franceschini, non più sinistra filosovietica quella dei postcomunisti.
Sembra pertanto che con l’elezione di Franceschini si stia passando da una sorta di velleitaria vocazione maggioritaria dei postcomunisti, posti a base di un nuovo schieramento riformista di sinistra, ad un tentativo nuovo di costruire un soggetto politico che abbia nella cultura cattolico-democratica l’asse trainante e negli elettori postcomunisti la base elettorale di riferimento: una specie di rovesciamento della costruzione culturale che dalla fine della seconda guerra mondiale in poi aveva fatto dell’intellighenzia comunista l’asse portante della sinistra e del voto cattolico democratico uno strumento di pura e semplice alleanza politica con i cattolici italiani, secondo il modello del più volte ricordato discorso di Bergamo di Togliatti.
Non è chiaro se con questa nuova elezione si siano poste le basi per un siffatto ribaltamento. Questo lo capiremo soltanto dopo le prossime elezioni locali ed europee, anche alla luce dei risultati delle une e delle altre. Fino a quella data è del tutto probabile che Franceschini, che è certamente persona intelligente e consapevole, cercherà di ridurre al minimo sia il rischio di un risultato elettorale dannoso per il Pd e favorevole al movimento di Di Pietro, sia di rendere meno evidente la storica differenza tra cattolici democratici e cattolici liberali per evitare che i cattolici in quanto tale lascino il Pd per trovare altrove una possibilità di miglior difesa dei propri valori. Il contenimento del movimento di Di Pietro avverrà però non tanto sulla base dell’inseguimento di mode populistiche di destra quanto su valori di fondo concernenti soprattutto i diritti veri o presunti degli ultimi. Una cosa è certa: con questo cambiamento termina anche formalmente il presunto bipartitismo Pd-Pdl che aveva caratterizzato le ultime elezioni politiche perché è chiaro che il tentativo di Franceschini si caratterizzerà come alternativa al modello del Pdl, che vedrà sempre più i tratti della tentazione presidenziale di Craxi e di Almirante e sempre meno la capacità aggregante della leadership personale di Berlusconi.
A sua volta, il Pdl perderà l’argomento dell’anticomunismo viscerale che aveva sin qui caratterizzato le sue campagne elettorali. Questo infatti, nel suo ormai imminente congresso, non riuscirà a trovare un equilibrio giusto tra radicamento popolare, e quindi partitico, e volontà indistinta degli elettori considerati più pubblico che cittadini.
La Costituente di centro che l’Udc ha lanciato a partire dalle ultime elezioni dovrà a sua volta confrontarsi con queste novità sapendo che non è certo il solo appello al voto cattolico ad essere determinante, perché risulterà decisiva l’identità stessa del partito che si sta costruendo della sua articolazione territoriale, dell’insieme dei valori che esso propone agli italiani con una autentica cultura di governo che deve fare i conti, e non solo economici, con la nuova dimensione mondiale ed europea della politica.
Ragioni pertanto molto serie perché non soltanto occasionali, sono quelle poste in evidenza dall’elezione di Dario Franceschini a segretario del Pd: man mano che si vanno diradando le nebbie di questa lunga fase transitoria risulta sempre più evidente che occorre un nuovo equilibrio istituzionale, politico, economico e culturale.
Nessun ritorno alla Prima Repubblica, ma anche nessuna tentazione di vivere di solo presente e men che meno di tentare una fuga in avanti. Se è vero infatti che talvolta non vi è futuro senza radici, e che queste talvolta non bastano neanche per costruire il presente, il bipolarismo Pd-Pdl non poteva rispondere né alla storia del Paese né al suo futuro possibile.

Tratto da Formiche, Aprile 2009










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