D’Onofrio: Federalismo fiscale & Costituzione

Vuoi spiegare perché la vostra riforma del 2005 prevedeva la cornice istituzionale (in particolare la fine del “bicameralismo perfetto” con la creazione del senato delle regioni) e quindi solo all’entrata in vigore della stessa sarebbe stato realizzato il federalismo fiscale, mentre nel disegno di Legge all’esame del Parlamento c’è il federalismo fiscale ma non la necessaria cornice istituzionale?

La ragione credo che sia semplice. Quando a Lorenzago immaginammo la riforma federalista dello Stato e concorremmo a prevedere un nuovo quadro istituzionale dentro il quale si collocava il federalismo fiscale, non immaginavamo che si potesse rovesciare il tavolo. Quello che è stato fatto in Senato, infatti, è esattamente l’opposto. Il federalismo fiscale, come si configura nel Ddl approvato a Palazzo Madama, consente di decidere quanto possono spendere comuni, province e regioni senza sapere in via di principio quali siano le loro funzioni e le conseguenti loro competenze di spesa. Si tratta di una cosa assurda.

I risultati delle elezioni e del referendum del 2006 hanno fatto cadere nel silenzio la riforma istituzionale, alla cui stesura avevi contribuito in modo essenziale. Essa tuttavia mi sembra che si stia prendendo una silenziosa rivincita. Infatti, molte proposte di riforma delle istituzioni che vengono avanzate da destra come da sinistra (dall’’ampliamento dei poteri del presidente del Consiglio alla modifica dei poteri, composizione e meccanismi di elezione del Parlamento, della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura) sembrano fotocopiate dal vostro testo. Perché nel 2006 la sinistra gli fu ferocemente ostile?

La nostra riforma è stata approvata dal Parlamento nel 2005, il referendum confermativo si svolse nell’ estate del 2006, e gli elettori votarono contro la riforma. La sinistra sosteneva allora, con argomento ideologico, che i partiti che non avevano fatto parte, nel 1946, all’ Assemblea costituente – e in particolare la Lega, che non c’era, Forza Italia, che non c’era e An, allora Movimento sociale e quindi contrario alla costituzione antifascista – non potevano fare le riforme costituzionali senza il consenso della sinistra.

La mancanza dell’indicazione del costo del federalismo fiscale nel disegno di Legge predisposto dal governo è stata la motivazione forte del voto contrario dell’Udc (il solo gruppo che lo abbia espresso) al Senato. Non sarebbe stato opportuno sottolineare anche la mancanza di una adeguata cornice istituzionale all’introduzione del federalismo fiscale?

Per la verità, la necessità di una adeguata cornice istituzionale al federalismo fiscale è stata richiamata più volte dall’ onorevole Casini, che non è senatore. Quindi io mi auguro che quando il testo andrà alla Camera si sottolinei con maggior forza di quanto non sia stato fatto al Senato la necessità di una riforma istituzionale in cui inquadrare il federalismo fiscale. In particolare è necessario dire chiaramente quali siano le funzioni e le competenze di spesa di comuni, provincie e regioni, prima che si decida di quali fondi possono disporre. Non si possono rovesciare le cose come è avvenuto in Senato. E pure io, che sono un federalista convinto, ritengo che abbiamo fatto bene a votare contro, come ha efficacemente argomentato l’amico D’Alia.

Un’intesa allargata

Considerato anche il rilievo che gli avevate dato nella riforma del 2005, non credi che abbia una preminenza assoluta nella nuova cornice istituzionale in cui collocare il federalismo fiscale l’istituzione del Senato delle Regioni?

Io per la verità ho un’obiezione più generale da proporre. Ritengo infatti che un nuovo Stato quale è quello che comporta l’ adozione di un modello federale, rispetto a quello delle autonomie indicato dalla costituzione vigente, così come una nuova forma di governo, presidenziale o semi-presidenziale – devono essere parti di un accordo generale in Parlamento. Dove non ci devono essere solo una maggioranza e una opposizione legittimate dal voto popolare, ma impermeabili a ogni rapporto. Lo dico perché sono portatore di una cultura istituzionale secondo la quale bisogna distinguere gli accordi sulle riforme istituzionali, che possono essere votate da chiunque, faccia parte o no della maggioranza, da quelle legate alla normale dialettica politico-programmatica tra la maggioranza e le opposizioni. Questa è una cultura espressione della tradizione democristiana, che a me sembra oggi carente sia a destra sia a sinistra. E non mi sorprende che questa volta la spinta per l’intesa «allargata» sia venuta dalla Lega – la vincitrice politica del voto del Senato – che è un partito che non fa parte del Pdl; così come noi che abbiamo votato contro non facciamo parte del Pd. È come se avessimo vinto entrambi. La Lega, per dare una larga base alle necessarie riforme istituzionali, e noi per i loro contenuti. Mentre Pdl e Pd sono stati trascinati a un voto che forse non gradivano.

Le radici culturali del federalismo

Tu conosci bene uomini e gruppi del centro-destra. Credi che la cultura istituzionale e politica in esso prevalente possa costituire adeguati contrappesi alle esasperazioni «nordiste» che la natura della Lega imprime a temi quali quello del federalismo fiscale?

Questo è un argomento di fondo. Io ritengo che nel centro-destra la cultura in cui ha radici Alleanza Nazionale non sia una cultura federalista. Berlusconi esprime una grande capacità politica di coinvolgimento delle folle, ma non ha a mio giudizio il senso del ruolo del partito, che avevano non solo i democristiani, ma soprattutto i popolari di Sturzo. E quindi nel centro-destra, tra Forza Italia guidata da Berlusconi e An, manca la spinta alla ricerca di un nuovo equilibrio costituzionale da realizzare. C’è la volontà di rovesciare il vecchio equilibrio, ma manca la volontà o la capacità di costruire il nuovo. Il rischio che la Lega la faccia da padrona fa venire il dubbio che alla fine vinca un pezzo d’Italia contro il resto d’Italia. Anche perchè gli amici di cultura cattolico-liberale che militano nel Pdl mi sembrano deboli per affermare nel partito una cultura istituzionale autenticamente popolare.

Diamo per scontato che il disegno di Legge sul federalismo fiscale vada ‘a regime’ nel 2011. Credi che basteranno i restanti due anni di legislatura per approvare le altre riforme istituzionali senza le quali – come detto – il federalismo fiscale rischierebbe di degenerare, oppure di vedere drasticamente ridotta la sua capacità di essere uno strumento efficace per lo sviluppo generale del Paese?

Mi auguro che sia possibile. Anche perché, ripeto, molte delle riforme che avevamo portato al voto del Parlamento nel 2005 sembrano condivise dal centrosinistra: basta vedere le proposte avanzate di recente da Violante sui poteri del presidente del Consiglio, sulla natura, funzioni e formazione delle due Camere e sulla riforma della magistratura. Quindi mi auguro che sul Senato federale, sulla riduzione dei parlamentari, sul rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio si trovi una intesa che allora è mancata in Parlamento. Se ci sarà questa volontà. di mettere insieme culture istituzionali diverse, e anche, nel merito, una intesa concreta, credo che si possa realizzare quella cornice istituzionale anche prima che il federalismo fiscale entri in vigore. Sarebbero comunque necessarie almeno la creazione del Senato federale e una forma di governo di tipo diverso.

L’eredità di Sturzo

Di recente hai ricordato nell’Albergo S. Chiara di Roma il 90° anniversario della fondazione del Partito popolare italiano. Credi che vi siano nel pensiero di Sturzo punti ancora attuali e propositivi su questioni centrali per la. riforma delle istituzioni di cui si discute in Italia?

Non solo vi sono dei punti, ma credo che sia proprio la sua idea di fondo a essere attuale. Sturzo ha elaborato come studioso politico una idea complessiva, il popolarismo, diversa sia dal liberalismo liberista sia dal socialismo in tutte le sue versioni. Però la cultura del popolarismo non è ancora in grado di esprimere tutte la sua originalità e la sua forza, che riguardano in particolare la natura di partito popolare e un disegno di istituzioni di popolo che parta dai comuni. Credo che Sturzo su questi punti abbia visto le cose molto in anticipo, ma oggi abbiamo comunque urgenza di dargli concretezza. E purtroppo nella politica attuale di sturziani autentici non sembra che ce ne siano molti.

Il pantheon affollato del Pd

A proposito di sturziani: il tuo collega costituzionalista Ceccanti sostiene che il fondatore del Partito popolare deve essere considerato tra i massimi ispiratori del Pd, e Veltroni, un mese prima delle dimissioni, sembrò condividere il giudizio andando a commemorare Sturzo a Caltagirone. Che cosa ne pensi?

Penso che il pantheon del Pd sia già affollato di ispiratori non solo diversi ma qualche volta antitetici, per cui non mi sorprende che vogliano acquisire anche Sturzo. Ma escludo che possa essere compreso tra i «grandi» del partito, considerando, per esempio, le posizioni maggioritarie nel Pd su delicatissime questioni di bioetica. La verità è che guardando ai fondamenti culturali del Pd, si ha la sensazione che siano il prodotto di un cocktail ideologico mal riuscito.

Contraddizioni veltroniane

Tornando all’affermazione di Ceccanti, pensi che possa essere il pensiero politico-istituzionale di Sturzo a suscitare nel Pd qual¬che interesse, oppure solo l’idea e l’esperienza di partito legata al suo nome?

Devo dire che se l’evoluzione del Partito democratico ne facesse un partito di cultura popolaristica, è logico che possa trovare in Sturzo un punto di riferimento. Ma questo significherebbe, comunque, abbandonare qualsiasi riferimento alla tradizione di sinistra, cosa che oggi non è dato di vedere. E quando Veltroni esaltava la vocazione maggioritaria del Pd, esprimeva l’opposto della visione sturziana del partito fondata sul valore del proporzionale, che esalta la cultura della coalizione, composta da soggetti diversi. Se Ceccanti si sente vicino a Sturzo non è facile capire come possa anche essere vicino alle posizioni di Veltroni e, allo stato delle cose, della grande maggioranza del partito.

Il «conducador» di Montenero

Per finire. Il Pd è scosso da continue tensioni che investono gli stessi fondamenti culturali, ideologici e politico-programmatici del suo modo di essere e di operare, a cominciare dalla convivenza in una unica casa di postcomunisti e postdemocristiani. Nel centrodestra il percorso di unificazione tra Fi e An sembra diventare sempre più accidentato, e il rapporto tra i due partiti e la Lega sempre più conflittuale. Sono segnali di crisi di quel bipartitismo al quale puntavano. apertamente nell’ultima campagna elettorale Berlusconi e Veltroni?

Io faccio parte di un piccolo ma ambizioso partito, che afferma con chiarezza che Popolo delle libertà e Partito democratico sono due cartelli elettorali, fatti per vincere le elezioni, ma non idonei a governare e a realizzare le riforme istituzionali. Vedo nel Pdl la capacità di Berlusconi di tenere insieme, sia pure faticosamente, Lega, Alleanza nazionale e altri. Non credo, però, che da solo possa fare anche le riforme istituzionali. Quindi non vedo una crisi imminente nel centro-destra, ma la considero inevitabile in prospettiva. Quanto al Pd, esso versa in situazione certamente più difficile, non solo per le lontananze e le diverse sensibilità culturali tra le sue maggiori componenti, ma anche perché la crisi economica e sociale in atto lo espone pericolosamente alle iniziative politico-sindacali che premono alla sua sinistra, e per gli effetti devastanti della scelta tattico- elettorale fatta a favore di Di Pietro. Che non vedo denunciata neanche da Franceschini, per timore che l’atto possa creare contraccolpi negativi in settori consistenti dell’elettorato ex comunista, da sempre sensibile al moralismo urlato (anche se non sempre praticato) e al giustizialismo del nuovo conducador di Montenero di Bisaccia. Per queste ragioni, il popolarismo proporzionalista di Sturzo, che politicamente e istituzionalmente si concreta con la formazione di ampie coalizioni di forze largamente omogenee sul terreno ideale e programmatico, resta di evidente attualità nella situazione italiana.

Tratto da ‘Studi Cattolici’, Marzo 2009. Intervista a Francesco D’Onofrio di Nicola Guiso










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