D’Onofrio: L’eterno presente federale

La distinzione tra la cosiddetta “Prima Repubblica” – iniziata alla seconda guerra mondiale – e la cd “Seconda Repubblica” – iniziata a partire dalle elezioni politiche del 1994 – è fatta consistere talvolta nella fine della Guerra fredda, di cui emblematicamente è stato il Muro di Berlino, talaltra con la fine del comunismo sovietico, con il passaggio emblematico da Gorbaciov ad Eltsin, talaltra, infine, con la stagione di Mani Pulite, emblematicamente rappresentata dal pool della Procura di Milano.
Non sembra che attenzione sufficiente e da approfondimento culturale e politico idoneo, sia stato dedicato al mutamento radicale che è intervenuto tra l’una e l’altra Repubblica, proprio in riferimento alle due coordinate di fondo – spazio e tempo – che costituiscono l’elemento fondamentale dell’identità delle persone, delle comunità territoriali minori, degli Stati e, forse, persino dei continenti.

Qualora si rifletta sul significato storico radicale del mutamento dello Stato italiano da centrale a federale, è proprio la dimensione dello spazio che viene in discussione: cosa al¬tro è, se non proprio lo spazio, l’oggetto del contendere tra la dimensione centralistica che l’Italia unita si è data a partire dalla sua nascita e prospettiva federalistica, nella quale sono proprio le dimensioni spaziali ad essere considerate fondamentali e non più soltanto, la dimensione nazionale, unica ad essere considerata lo Stato italiano?
Tutte le discussioni che si fanno in riferimento alle Regioni a statuto speciale, hanno infatti, in Italia, il significato profondo della specialità che i loro territori rappresentavano rispetto alla dimensione nazionale dello Stato. Ed è per questo che oggi ci si interroga proprio sul mantenimento o meno di queste specialità nel momento in cui l’intera struttura statuale sta per diventare federale.
E la stessa discussione sulla “secessione” non ha rappresentato e non rappresenta altro se non l’indicazione della essenzialità o meno proprio della dimensione spaziale dell’Italia tutta – intesa proprio quale spazio che identifica l’Italia storicamente realizzatasi con l’unità nazionale. Ma il mutamento della dimensione dello spazio che pure rappresenta la sostanza della proposta federalistica, comunque la si voglia intendere, non è stata caratterizzata soltanto da un fatto geografico, per quanto rilevante esso sia: è stata infatti proprio la nuova dimensione spaziale dell’idea d’Italia che abbiamo a far sorgere soggetti politici, anche nuovi, che nascono dai territori locali di volta in volta considerati, e non più protagonisti di una propria dimensione nazionale intesa questa quale caratteristica del centralismo politico ben più forte di quello istituzionale.
E questa sembra essere la ragione per la quale il passaggio da un modello centralista a uno federalista di Stato pone in evidenza una tensione costante tra soggetti politici nazionali e soggetti politici territorialmente minori.
È come se improvvisamente si sia ridotta la capacità propositiva nazionale dei soggetti politici nati e vissuti nel contesto dello Stato centralista, quasi a voler dimostrare che ormai quel che conta è, sostanzialmente, la nuova dimensione spaziale che la proposta federalistica porta con sé. Mutamento profondo e persino radicale, pertanto, quel¬lo che concerne la dimensione spaziale dello Stato. Ma essa non si è limitata, ad incidere profondamente soltanto su questo, peraltro fondamentale, aspetto dell’agire politico perché – contestualmente al mutare della dimensione spaziale – abbiamo assistito – a partire dal 1994 – ad un mutamento radicale anche della dimensione del tempo politico: sembra quasi che da quel momento non si distinguano più i cartelli elettorali dalle alleanze politiche, perché quel che conta sembra essere esclusivamente il partecipare alle elezioni per vincere il potere che quella vittoria comporta.
Nella cosiddetta “Prima Repubblica” si viveva, infatti, contestualmente la dimensione del presente – caratterizzata, appunto, dalla competizione elettorale e politica con la dimensione del passato – che aveva visto accomunati nell’antifascismo soggetti politici profondamente diversi tra di loro, e con la dimensione del futuro che vedeva prospettare soluzioni profondamente diverse le une con le altre, sol che si consideri la diversità di fondo che si poteva riscontrare tra socialismo e liberismo o – se si preferisce – tra economia pianificata ed economia decentrata.
Dal 1994 in poi, sembra infatti che si parli del passato soltanto per mutarne la percezione che di esso si è avuta e che non si propongano per il futuro soluzioni radicalmente alternative ma soltanto di classi dirigenti.
È come se la dimensione del tempo si sia schiacciata sul presente non parlando più del passato se non per rivedere qualcuna delle idee che hanno rappresentato parte sostanziale del discorso pubblico della Prima Repubblica e non si parla del futuro se non per esaltare o denigrare la globalizzazione.

Le vicende economiche statunitensi, e non solo, degli ultimi mesi stanno provocando un serio ripensamento nel rapporto tra passato, presénte e futuro: cosa altro è, se non questo fatto, il tanto parlare della crisi del ’29? Cosa altro è se non parlare di un diverso rapporto tra Stato e mercato, anche in vista di un futuro non tutto eguale? Cosa altro è interrogare le classi dirigenti non più soltanto sulle rispettive capacità manageriali, come sembra si sia fatto anche in Italia negli ultimi anni? Si può affrontare il tema della diversa dimensione temporale della politica in tre modi diversi: si può essere tentati anche in questo caso di rimpiangere una presunta età dell’oro tutta collocata nel passato e, quindi, si può proporre una pura e semplice restaurazione del presunto ordine antico; si può fuggire dalle difficoltà del presente invocando un futuro astrattamente privo di fatica nel quale la felicità prevalga sempre e comunque e quindi si può essere tentati dall’utopia comunque declinata; si può prendere atto che il vecchio ordine viene meno per ragioni strutturali e non solo congiunturali e si può quindi proporre faticosamente un nuovo equilibrio.
Chi vuol proporre un accettabile equilibrio tra gli spazi autonomi del federalismo e l’unità indissolubile dello Stato e chi vuol proporre un accettabile equilibrio tra passato, presente e futuro, sa che si tratta di un’impresa di straordinaria difficoltà perché non bastano le culture del passato, da sole, per realizzare l’uno e l’altro equilibrio, così come le culture del presente sono per loro na¬tura stessa inidonee a ricercare un equilibrio che di per sé metta in discussione proprio l’idoneità di queste culture del presente ad essere protagoniste anche del futuro.
Se infatti è vero che non si può vivere solo di territorio minore e solo di presente, è altrettanto vero che non si può vivere solo di passato o fuggendo verso l’utopia, spaziale o temporale che sia.

Formiche, novembre 2008










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