D’Onofrio: Quando il potere ha un volto

La comprensione del sistema politico italiano nato con la Costituzione repubblicana del 1947 deve tener conto delle circostanze straordinarie di tempo e di luogo che avevano condotto per l’appunto all’Assemblea costituente: particolare radicamento territoriale e sociale dei partiti politici italiani che divennero sostanzialmente i veri fondatori dell’ordinamento costituzionale della Repubblica.
Occorre in particolare ricordare che la cosiddetta seconda guerra mondiale era stata vinta certamente dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dalla Francia, ma anche dall’Unione sovietica di Stalin e dalla Cina che stava per diventare comunista. Occorre del pari ricordare che nel tempo in cui la costituzione fu scritta gli strumenti di comunicazione culturale e politica non conoscevano in Italia neanche la televisione, sicché il discorso pubblico doveva necessariamente essere articolato attraverso un modo capillare.
Ed è in questo contesto che la soluzione adottata, infine, nei rapporti tra voto popolare diretto da un lato e partiti politici dall’altro è una soluzione caratterizzata da una sorta di primato assoluto dei partiti politici rispetto al popolo. Questo primato si realizza nella preferenza per la forma di governo parlamentare e nelle rilevanti limitazioni del potere popolare referendario, che finisce con il costituire la sola potenziale opposizione del popolo al Parlamento.
Questo equilibrio finisce con l’essere definito partitocratico perché l’intero peso della vita politica e costituzionale ricade sui partiti politici, a maggior ragione perché il rapporto tra Stato e mercato finisce con l’essere caratterizzato a sua volta da un primato non solo regolatore dello Stato che fa pertanto dei partiti i soggetti detentori dei poteri della vita quotidiani degli italiani, dal lavoro agli investimenti produttivi.
Ed è di conseguenza sempre in questo contesto che finisce con il prender corpo quella distinzione – tipicamente italiana – tra arco costituzionale (che comprende tutti i partiti egualmente antifascisti) e maggioranza di governo (legittimata dal voto popolare sulla base di sistemi elettorali fortemente proporzionali).
Il passaggio dal contesto bellico che aveva visto insieme dallo stesso lato Stati Uniti e Unione sovietica al contesto della Guerra Fredda, nella quale i primi sono alla testa di uno schieramento opposto a quello della seconda, finisce con produrre una conseguenza particolarmente evidente proprio nella vita politica e costituzionale italiana perché le due maggioranze – quella dell’arco costituzionale e quella di governo – tendono a divaricarsi sempre di più. Resta fermo il primato dei partiti sul popolo nella concreta vita politica del nostro Paese perché il contesto internazionale della Guerra Fredda non consente espressioni popolari di massa che non siano anche espressione di parte politica.
Questo equilibrio tra popolo e partiti entra progressivamente in crisi man mano che la società italiana diventa meno corporativa di quanto non lo fosse all’inizio della repubblica; man mano che i mezzi di comunicazione di massa iniziano la propria vita che diviene sempre più coinvolgente ed articolata; man mano che la situazione economica interna registra sostanziali miglioramenti del sistema produttivo nazionale.
L’equilibrio entra in crisi. E infatti, soprattutto nella seconda parte di quella che siamo soliti definire Prima repubblica che si vanno accentuando gli aspetti politici che in altre parti d’Europa e negli stessi Stati Uniti stavano caratterizzando l’evoluzione di questi sistemi: un più accentuato ruolo della personalità chiamata di volta in volta a definire i programmi politici sottoposti ad elezioni che andavano assumendo un significato via via crescente.
Ed è in questo mutato contesto che anche in Italia si assiste al fenomeno definito della personalizzazione del potere per caratterizzare il passaggio lento dall’equilibrio originario del primato dei partiti al ruolo nuovo che il popolo esercita soprattutto nelle campagne elettorali. La stessa vita dei partiti italiani negli anni Settanta e Ottanta fa sempre meno affidamento sul sistema tradizionale dell’iscrizione al partito e fa sempre più affidamento sull’appello diretto all’elettore anche a prescindere dalla sua marxiana collocazione di classe.
La rottura dell’ordinamento politico intervenuta in Italia all’inizio degli anni Novanta sbilancia l’equilibrio originario tra popolo e partiti nel senso che il voto popolare finisce con l’assorbire questioni di fondo che l’originario sistema costituzionale vedeva affidati a soggetti anche diversi dai partiti ma in qualche misura raccordati con i partiti medesimi: magistratura, università, autonomie regionali e locali, per non parlare del contesto della religiosità che l’Italia aveva vissuto quasi esclusivamente con la religione cattolica.
La cultura liberale di fondo avrebbe preferito che queste diverse autonomie costituzionalmente garantite si svolges¬sero anche nei confronti dei partiti politici tutti che erano chiamati a deliberare le leggi nazionali. Ma il primato dei partiti politici aveva finito con il considerare in modo sgradevole questa autonomia dei diversi corpi giudiziari culturali territoriali e religiosi che venivano frequentemente accusati di corporativismo. Era come se si stesse aprendo in Italia una grande questione di rapporto tra partiti e popolo: i primi sempre più screditati soprattutto durante gli anni di mani pulite, il secondo sempre più osannato come demiurgo salvifico delle nefandezze della cosiddetta classe politica.
E dall’inizio degli anni Novanta ad oggi l’orinario equilibrio tra popolo e partiti nel quale i partiti avevano finito con l’assumere un ruolo dominante nell’attuale sistema si capovolge nel proprio opposto perché si vede nel popolo e quindi soprattutto nella decisone elettorale il momento costitutivo nella legittimità a governare anche gli ambiti di economia che la costituzione originaria intendeva preservare nei confronti dei partiti politici.
Si aprono a questo punto due grandi questioni tutt’ora non risolte in via costituzionalmente definitiva. In primo luogo, si deve ormai passare dall’affermazione della centralità dei partiti politici organizzati per territorio e per segmenti rappresentativi all’affermazione della centralità del popolo soprattutto nel momento elettorale in cui si sceglie il sindaco, il presidente della provincia, il presidente della regione ed anche il presidente del Consiglio e/o il presidente della Repubblica? In secondo luogo, si deve modificare l’equilibrio tra i poteri dello Stato in modo da assicurare alla volontà popolare espressa nelle elezioni anche il potere di determinare le soluzioni parlamentari e non solo delle questioni sottoposte al giudizio popolare?
Stiamo pertanto di fronte ad una decisone culturale e politica di tipo strategico: o completare questo rovesciamen¬to dell’equilibrio tra popolo e partiti nel senso di andare verso forme totalmente individualistiche di governo del Paese quasi a non saper passare dalla logica dei cartelli elettorali alla logica delle alleanze politiche o ricercare faticosamente e seriamente un nuovo equilibrio tra popolo e partiti senza immaginare che si possa ritornare ad una sorta di bel tempo antico – quello della Prima repubblica – nella quale i partiti si collocavano al centro del sistema per ragioni – come si è visto – interne ed internazionali del tutto esaurite e comunque non più ripetibili?
La personalizzazione del potere. È importante che si rimuovano gli ostacoli di ordine lessicale prima ancora che culturale mostrando di credere che dovunque vi è leadership personale vi è populismo visto come rischio, mostrando di non sapere che proprio la più recente cultura filosofica vede nel populismo sia una potenziale deriva antidemocratica sia l’affermazione definitiva della personalizzazione del potere, come è detto molto di recente da un famoso studioso della sinistra socialista argentina Ernesto Laclau, nel suo recente studio sulla “ragione populista”, che mostra di comprendere bene fino in fondo che non basta la natura interclassista del popolarismo per evitare i rischi di una gestione puramente personale del potere che non si possa allo stesso tempo far finta di non capire che l’interclassismo è proprio tipico del popolarismo, il quale si colloca pertanto in una dimensione culturale post-marxiana. Il nuovo equilibrio tra popolo e partiti va dunque costruito rendendo evidente che il voto popolare è oggi, e non solo in Italia, molto più significativo di quanto non fosse alcuni decenni orsono così come i partiti politici riescono ad inventare una sorta di democrazia più avanzata rispetto al modello corporativo soltanto se riescono a diventare protagonisti anche dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, come ha dimostrato la stessa elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti.
La gravissima crisi economico-finanziaria che anche l’Italia sta vivendo oggi fa parte delle ragioni di fondo che possono condurre a ritenere necessario il nuovo equilibrio. E’ di tutta evidenza, infatti, che in mancanza di esso potrebbe essere proprio il bisogno di sicurezza, che nasce dalla crisi, a rendere il popolo soggetto fondamentale, anche a scapito dei partiti politici.

Formiche, gennaio 2009










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