D’Onofrio: Cos’è davvero in gioco sul referendum

Appare conclusa (almeno sul piano parlamentare) una vicenda – quella del referendum elettorale Guzzetta-Segni – che molto probabilmente non ha interessato la grande opinione pubblica italiana, pur trattandosi di una vicenda di grande rilievo politico e costituzionale: quale sistema elettorale deve essere posto a fondamento della cosiddetta Seconda Repubblica.
Non vi è dubbio infatti che l’intero sistema costituzionale repubblicano italiano è stato sostanzialmente caratterizzato fin dal suo sorgere dalla rigorosa preferenza per un sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza.
A partire dal referendum Segni del 1993 – al contrario – si è passati a un sistema sostanzialmente maggioritario o sulla base di piccoli collegi elettorali territoriali o sulla base di un consistente premio di maggioranza assegnato alla coalizione di soggetti politici che risultasse quella più votata tra le coalizioni presentate agli elettori.
Forse non si è mai sufficientemente riflettuto sul significato profondo di questo passaggio: dal proporzionale senza premio di maggioranza che ha retto tutta la cosiddetta Prima Repubblica al maggioritario di piccoli collegi all’inglese o con forte premio di maggioranza per chi risulta il più votato dagli elettori. Con il primo sistema si è sostanzialmente dato vita alla prevalenza del principio di identità politica dei diversi partiti più che a un fatto rilevante ma pur sempre genericamente elettorale.
Con l’ultimo referendum – quello Guzzetta-Segni – si completerebbe sostanzialmente il passaggio dal proporzionale di partiti di identità – e quindi di coalizioni politiche di governo – al maggioritario prevalentemente elettorale senza alcuna necessità né di coalizioni politiche né di identità di partito.
Si tratterebbe di un mutamento sostanziale delle basi elettorali della vigente Costituzione repubblicana, che deve certamente essere aggiornata proprio nel rapporto tra rappresentanza politica di identità e decisione anche personale di leadership, ma che non deve essere rovesciata perché si tratta proprio del suo elemento costitutivo di fondo.
Le ragioni che hanno indotto all’inizio la Lega Nord ad opporsi all’accorpamento del nuovo referendum elettorale alle elezioni europee e che ora vedono in Parlamento un atteggiamento convergente anche del Pd e dell’Udc sulla data del prossimo 21 giugno quale data di svolgimento del referendum medesimo, sono pertanto ragioni di grande rilievo certamente politico e anche giuridico.
Quel che interessa rilevare in questo momento è proprio il fatto che probabilmente si conclude almeno dal punto di vista parlamentare la stagione politica e costituzionale iniziata nel 1993 con il referendum Segni senza peraltro ritornare a una ipotesi di proporzionale senza sbarramento quale fu quella che dal 1946 ha rappresentato per tutti gli italiani il sistema di identità di partito, di alleanza politica, di proposta di governo. Sarà, ora, il risultato concreto che si realizzerà il prossimo 21 giugno a dirci se gli italiani intendono effettivamente e consapevolmente passare da un sistema che cerca di tenere insieme alleanza politica e leadership di governo ad un sistema nel quale non esiste più la necessità di alleanza politica ma soltanto la richiesta di un voto per chi deve guidare un governo.
Si è pertanto trattato di una questione di straordinario rilievo politico e costituzionale: da un lato è come se si chiedesse al Pd e al Pdl di passare dalla logica del cartello elettorale a quello dell’alleanza politica; è come se ai partiti minori – Lega e Udc in testa – venisse chiesto con forza crescente di dire quale alleanza politica è a loro giudizio essenziale per il governo dell’Italia.
Sono queste le questioni di fondo che molto probabilmente saranno poste a base della prossima campagna referendaria e che caratterizzeranno comunque gli orientamenti culturali e politici successivi al prossimo turno elettorale amministrativo ed europeo.

Tratto da Liberal del 24 aprile 2009










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