D’Onofrio: Un partito alternativo, dopo la transizione

Con la Costituente di Centro ha definitivamente preso corpo il progetto della costruzione di un nuovo partito politico capace di guardare con grande speranza al futuro senza dimenticare o demonizzare il passato. Come hanno dimostrato i tragici avvenimenti abruzzesi di questi giorni, occorre saper combinare cultura del fare e cultura del pensare, talvolta senza contrapposizioni politiche quando l’emergenza incombe, talaltra con le divisioni che possono esservi allorché si discute di come prevenire le tragedie o quando e dove procedere alla ricostruzione di quanto è andato distrutto per il terremoto. La cultura democratica deve certamente tenere conto delle attese della gente e in particolare deve mostrare di apprezzare il fatto che il voto popolare che concerne il potere di governo delle comunità deve poter contare nella nascita, nello sviluppo e nella morte dei governi locali, regionali o nazionali che siano.
La costruzione di un nuovo soggetto politico che abbia nella paziente e rigorosa ricerca della identità nazionale il proprio asse di fondo costituisce pertanto una impresa che si contrappone a quante hanno immaginato che la complessità storica del nostro Paese possa essere ridotta alla sola alternativa di governo, quasi che non esista il dovere di rappresentare questa complessità non meno del dovere del consentire alla complessità di non impedire le decisioni che un governo deve pur assumere.
Anche in Italia siamo dunque in presenza di una questione di fondo che si è posta in tutti i paesi e non solo dell’Occidente democratico: conciliare rappresentanza e decisione anche in modi diversi gli uni dagli altri, ma pur sempre avendo cura di non pretendere che l’una possa essere scelta ad esclusione dell’altra. La Costituente di Centro sta pertanto procedendo con i necessari approfondimenti in vista della conclusione di questo processo politico del quale è ormai possibile cominciare ad intravedere la conclusione culturale e politica. Dal punto di vista culturale si è venuta progressivamente definendo la natura alternativa del nuovo soggetto politico sia rispetto al partito democratico, sia rispetto al popolo della libertà.
Per quanto riguarda l’alternativa al Partito democratico è stata progressivamente messa a punto sia la natura alternativa a qualunque rapporto con il comunismo, sia l’alternatività ad ogni “demonizzazione” di Berlusconi. Per quanto riguarda l’alternativa al Popolo della libertà si è affermato il carattere essenziale della rappresentanza popolare del nuovo contesto assoluto dalla necessità di capacità personale di decisione che il sistema politico italiano ha finito con l’assumere nel corso degli ultimi decenni. Alternativi al Pd da un lato e al Pdl dall’altro non solo per ragioni culturali.
L’alternativa all’uno e all’altro è infatti il punto fondamentale anche della proposta politica che la Costituente di Centro esprime in vista della nascita del nuovo soggetto. Per quel che concerne l’identità del soggetto medesimo, si è fatto riferimento in modo determinante all’ispirazione cristiana della nazione italiana e all’economia sociale di mercato che aveva visto la luce ben prima della crisi economico-finanziaria in atto e rispetto alla quale sembra proprio che si tratti ormai di definire le regole pubbliche che il mercato libero deve osservare nel contesto della sempre più ampia globalizzazione economica in atto.
Soggetto politico per un verso antico perché partito e non solo comitato elettorale, e per altro verso del tutto nuovo perché orientato a garantire al nostro Paese la capacità di rispondere alle sfide che l’integrazione europea e la globalizzazione tendenzialmente mondiale pongono alla nostra struttura sociale e alla nostra capacità produttiva. Non dunque un centro oscillante tra un polo e l’altro sia perché non si riconosce né al Pd né al Pdl una capacità di esprimere una vocazione maggioritaria che vada oltre il solo momento elettorale, sia perché si è irrobustita ambiziosamente l’idea stessa che solo dal centro si può seriamente governare l’Italia.
La cosiddetta Prima Repubblica è vissuta – a nostro giudizio – quasi esclusivamente ripiegata sul soggetto partito lasciando al popolo inteso quale corpo elettorale soltanto il diritto di scegliere i candidati chiamati a rappresentare il popolo medesimo. Si era detto che si stava entrando nella Seconda Repubblica perché si sarebbe data una forma bipolare al nostro sistema politico.
Ma – a partire dal 1994 – sembra che non esista più passato e che il futuro si debba limitare alla cancellazione del ricordo stesso della complessità nazionale. Non si tratta di ridar vita ad una sostanziale immobilità neocorporativa e partitocratica ma non si vuole neanche far finta di non capire che complessità nazionale e modernizzazione dell’Italia sono possibili e necessarie soltanto se si fanno convivere l’una e l’altra. La transizione dunque continua.

Tratto da Liberal del 9 aprile 2009










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