D’onofrio: Tra il popolo e il leader

La nascita formale del Popolo della libertà è avvenuta al termine di una larghissima assemblea congressuale ma esso – come è stato ripetutamente affermato – era nato nel corso degli anni che vanno dal biennio del terrorismo giudiziario noto come biennio di Mani Pulite fino ai giorni nostri.
Si è trattato infatti di un avvenimento che per qualche aspetto conclude la lunga vicenda della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Straordinaria capacità comunicativa del suo leader indiscusso; superamento definitivo di qualsivoglia nostalgia monarchica o repubblicana che sia del fascismo italiano; prosecuzione di una radicale avversità della parte craxiana del socialismo italiano al comunismo anch’esso italiano, comunque denominato; un richiamo al pensiero di Sturzo e di De Gasperi senza un adeguato approfondimento delle ragioni che avevano portato l’uno e l’altro sul terreno del popolarismo e dell’ economia sociale di mercato in anni certamente precedenti la discesa in campo di Berlusconi.

Per quanto riguardava l’intesa con la Lega Nord si può ritenere – alla luce dei concreti comportamenti politici della Lega medesima – che si trattasse più di un cartello elettorale che di una vera e propria alleanza politica a partire dal federalismo comunque declinato.
Il completamento di questo percorso tende pertanto a fare del Pdl un soggetto che – come lo stesso Berlusconi ha affermato – è destinato ad andare al di là dei suoi fondatori per assumere pertanto le caratteristiche reali di un erede politico e non personale. Occorre dunque prendere atto che si è in presenza di un fatto politico che conclude una lunga stagione con l’ambizione di andare oltre le stesse persone considerate le fondatrici dell’ esperienza medesima.
Si è affermato che si è in presenza della necessità di passare dalla democrazia dei partiti alla democrazia degli elettori. Non è chiaro se con questa affermazione ci si rende conto di voler affermare una mutazione radicale della stessa idea personalistica e comunitaria della democrazia che il popolarismo sturziano e de gasperiano ha e non solo in riferimento alla concreta esperienza italiana. Una cosiddetta democrazia degli elettori finirebbe pertanto con l’assumere il popolo quale soggetto legittimante lo stesso potere di governo senza che vi sia più alcun soggetto politico tra gli elettori e il Capo del governo -locale, regionale, nazionale, europeo che sia – ad esercitare sia la fondamentale funzione di partecipazione alle decisioni sia alla concreta articolazione dei soggetti istituzionali preposti al controllo democratico proprio di chi governa.
La scelta di fondo da compiere pertanto è – anche nell’Italia di oggi – una scelta di democrazia prima ancora che una scelta di alleanze di governo. È evidente che se ci muoviamo nel solco di una riforma della democrazia esistente occorre lavorare per l’obiettivo di un nuovo equilibrio sociale, economico, istituzionale, rispetto all’esperienza partitocratica e forse anche neocorporativa che abbiamo vissuto in gran parte della cosiddetta Prima repubblica e non verso la sostituzione di un esperimento che comunque democratico era con un modello nel quale non vi è alcuno spazio per la persona umana e per la comunità di appartenenza.
Il cittadino elettore diventa infatti un soggetto che opera non solo ad intermittenza ma anche e soprattutto senza alcun riferimento alle radici culturali prima ancora che politiche della propria identità, locale, nazionale o europea che sia. Si afferma ripetutamente che occorre una nuova grande stagione del fare: una democrazia degli elettori rischia di non pensare più perché delega il pensiero a chi viene di volta in volta eletto, laddove cultura del fare e cultura del pensare devono poter trovare entrambe una dignitosa ed adeguata collocazione nell’ordinamento complessivo della repubblica.
Non vi è alcun dubbio che il richiamarsi alle radici può comportare in modo assolutamente prevalente un’idea nostalgica e persino passatista, perché il richiamo alle radici può significare che nessuna modernizzazione può essere proposta se non ha radici visibili. Il richiamo alle radici deve essere combinato con la ricerca faticosa e paziente del nuovo equilibrio tra passato, presente e futuro ma mai può risolversi nella cancellazione totale di esse in nome di un indistinto cittadino elettore.
Il mondo contemporaneo sollecita ad una riflessione molto approfondita dei significati molteplici che la stessa esperienza democratica ha avuto negli Stati Uniti e nelle diverse parti d’Europa. Non si tratta di una questione marginale o fastidiosa perché si tratta dell’idea stessa di fondo di libertà. Questa infatti ha sempre bisogno di un qualche riferimento ai suoi elementi costitutivi che – almeno per chi si dichiara cristiano – sono sempre quelli che hanno nella identità della persona umana della libertà di fare e di pensare il proprio fondamento ineludibile.
Popolo e libertà da un lato e radici dall’altro devono poter convivere adeguandosi e modernizzandosi tutti perché l’esperienza democratica ha bisogno di tutti e tre questi elementi o – se si preferisce – popolo e libertà hanno entrambi bisogno di radici perché sono queste che distinguono l’un popolo dall’ altro e sono sempre esse che ci aiutano a capire di quale libertà stiamo parlando. Il mondo contemporaneo ci vedrà sempre più impegnati nel prendere coscienza del fatto che saranno costantemente riproposti la questione dell’identità nazionale italiana, quella dei confini non solo geografici dell’Europa e il problema del nuovo equilibrio mondiale tra chi produce e chi consuma.
Non vi può pertanto essere – se non in termini puramente elettorali – una vocazione maggioritaria che si richiami ad un popolo indistinto e che proponga la libertà come sogno se contemporaneamente nega qualunque significato visibile della identità personale e comunitaria e quindi politica dei protagonisti dell’ esperienza democratica.

Tratto da Formiche, maggio 2009










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