D’Onofrio: Crisi, nulla sarà come prima

Si afferma da più parti che il mondo non sarà più lo stesso quando saranno terminati gli effetti della straordinaria crisi fi­nanziaria in atto. È molto difficile poter valutare fin da ora quali saranno le conseguenze nazionali del superamento della crisi finanziaria in atto anche perché non si tratta di una vicenda che si pone oggi per la prima volta.
Anche in passato infatti, duran­te e dopo altre grandi crisi all’ epoca non finanziarie, si è posta la questione della convivenza della esperienza democratica (tipica degli Stati nazionali) con le situazioni di volta in volta conside­rate nelle quali era proprio 1’esperienza dello Stato nazionale ad essere messa in discussione. la specifica crisi di volta in volta era infatti considerata quale fattore scatenante della inidoneità degli Stati nazionali conosciuti a reggere le sfide di un mondo sempre più grande.
Se infatti consideriamo che gli Stati nazionali han­no rappresentato soprattutto nell’Europa continentale il punto di approdo anche di significative esperienze democratiche, non sorprende che anche questa volta di fronte alla grande crisi fi­nanziaria tendenzialmente globale, si ponga con molta forza la questione della sopravvivenza stessa dell’ esperienza democratica nazionale. Qualora, infatti, si tenga presente che la costruzione degli Stati nazionali è stata caratterizzata dal principio di terri­torialità nazionale, la stessa esperienza democratica si è venuta costruendo sempre in rapporto al territorio tipico di uno Stato nazionale e quindi al popolo che su di esso vive ed esprime nei modi più vari la stessa funzione di governo. È come se oggi ci trovassimo di fronte ad una finanza che è andata molto oltre i confini territoriali degli Stati nazionali – anche di quelli molto grandi come gli Usa – mentre le esperienze democratiche co­nosciute sono tutte rinchiuse all’interno degli Stati nazionali medesimi.
Di qui la domanda concernente la possibilità che una democrazia sostanzialmente territoriale – e quindi locale ­riesca a convivere con una finanza tendenzialmente globale. la tensione tra territorio e popolo propri di uno Stato nazionale e finanza tendenzialmente globale pone dunque in questione la sopravvivenza stessa dell’ esperienza democratica quale espe­rienza capace di tenere il passo con le mutazioni – correggibili ma non estinguibili – della finanza globale medesima.
Non sorprende pertanto che una primissima reazione alla crisi in­dotta dalla finanza globale è stata proprio quella di rinchiudersi nei tradizionali confini degli Stati nazionali. la tentazione del protezionismo ha pertanto fatto capolino al di qua e al di là dell’Atlantico. Quasi che fosse possibile uccidere il “mostro” del­la finanza globale, laddove è risultato subito chiaro che si tratta di apportare da un lato rilevanti correzioni anche nazionali alla finanza medesima, e dall’ altro di potenziare in modo molto significativo – e non solo dal punto di vista monetario – alcune grandi istituzioni sopranazionali.
Queste ultime infatti sono chiamate ad agire anche come parti significative di un nuovo sistema sopranazionale di governo della stessa globale. La sfida attuale della democraticità complessiva del sistema riguarda pertanto sia la dimensione nazionale – all’interno della quale si pone il problema di un nuovo equilibrio tra rappresentanza e decisione – sia quella sopranazionale. Quanto a quest’ultima appare del tutto utopica la proposta di un “governo mondiale”, all’interno del quale soltanto sarebbe possibile costruire nuove istituzioni democratiche mondiali. In termini storicamente e culturalmente più pragmatici occorre fare in modo che anche le nuove istituzioni di governo sopranazionale acquisiscano una visione non soltanto monetaristica, perché appare di tutta evi­denza che si tratta di persone in carne ed ossa e non soltanto di questa o quella moneta di riserva. In passato abbiamo assistito al grandioso e tormentato passaggio da una struttura produt­tiva quasi esclusivamente agricola ad una quasi esclusivamente industriale.
Oggi dobbiamo saper combinare anche in termini democratici il passaggio da un sistema che deve rimanere for­temente industriale al nuovo mondo della finanza tendenzial­mente globale. Nessuna illusione di tornare ad una mitica età dell’ oro nella quale la finanza era tutta dentro i confini naziona­li, né tentazioni di lasciarsi andare a pessimistiche previsioni di fine dell’ esperienza democratica.
Se dunque è vero che nulla ri­marrà come prima dell’ attuale crisi finanziaria, dobbiamo lavo­rare culturalmente e politicamente proprio in questa stagione di crisi per costruire in qualche modo le nuove istituzioni demo­cratiche senza illuderci che si tratti di semplici aggiustamenti ma anche senza cadere nella disperazione di ritenere che l’esperien.za democratica stia concludendo la propria vita.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche anno VI – numero 38 – giugno 2009










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