D’Onofrio: Chi ha paura delle colf?

La questione delle “badanti” e delle “colf” sollevata da Carlo Giovanardi è certamente testimonianza del fatto che tutta la materia dell’immigrazione non ha saputo trovare un accettabile punto di equilibrio tra la cultura della paura – che sembra dominare la linea politica del governo – e la cultura dell’accoglienza – che viene troppo spesso svillaneggiata per “buonismo”.
Fino ad ora le due culture sono entrate in rotta di collisione perché cercano di dare risposte al comune sentire degli italiani in riferimento al bisogno di sicurezza in modi radicalmente opposti.
La cultura della paura, infatti, rischia di essere localistica nel senso peggiore, perché si caratterizza per il fatto di voler allontanare dalle persone, o dal luogo in cui le persone vivono, tutto ciò che appare contrastante con il bisogno di sicurezza, inteso in senso molto largo: sicurezza della vita privata; sicurezza della propria abitazione; sicurezza del concetto stesso di unità familiare; sicurezza della fruizione dei servizi sociali e culturali; sicurezza del posto di lavoro.
La cultura della paura impedisce persino di riuscire a comprendere le dimensioni attuali della vita globale, come testimonia in particolare il modo grezzo con il quale è stato affrontato il problema del cosiddetto respingimento.
Se infatti non vi è alcun dubbio che debbano essere respinti tutti coloro che intendono entrare sul territorio nazionale in modo irritale o addirittura illegale, non se ne può trarre la conseguenza di operare in violazione del diritto all’accoglienza di quanti fuggono da situazioni di illegalità sostanziali concernenti la persona medesima.
E infatti soltanto una radicale indifferenza rispetto alle straordinarie complessità civili, culturali, economiche e politiche che l’Africa sta vivendo può far ritenere del tutto irrilevante il fatto che il respingimento sia stato deciso proprio nel Mediterraneo e proprio in riferimento a quanti provengono dai più disparati Paesi africani. Può non sorprendere che della nuova centralità mediterranea per l’Italia non siano sostenitori quanti vivono in parti d’Italia persino lontane dal Mare Mediterraneo medesimo, ma sorprende che è proprio il governo italiano considerato nel suo insieme che pratica il respingimento nel Mediterraneo e nei confronti di quanti fuggono dall’Africa quasi che si tratti esclusivamente di una questione di ordine pubblico.
La cultura dell’accoglienza – a sua volta – distingue rigorosamente tra regolarità e irregolarità degli immigrati ma opera su due questioni di fondo che sono invece ignorate dalla cultura della paura: la persona umana e l’universalità.
Si sente frequentemente parlare della persona umana da parte di persone che spesso non colgono il nesso strettissimo che vi è tra politica dell’immigrazione e riconoscimento della persona umana.
È come se una sorta di scissione mentale operasse tra il disegnare da un lato una politica dell’immigrazione fondata sulla paura e costruire dall’altro una politica sociale fondata sulla persona umana.
La cultura dell’accoglienza – al contrario – opera nella consapevolezza che occorre distinguere tra legalità e illegalità dell’immigrazione perché la sicurezza richiede questa distinzione ma che non si deve operare in una sorta di demonizzazione dell’immigrazione medesima quasi che si volesse applicare alla realtà contemporanea il “vade retro”certamente riferibile al demonio e non alla persona.
Vi è da augurarsi pertanto che la questione delle badanti e delle colf venga risolta nei termini che il capogruppo dell’Udc al Senato Giampiero D’Alia ha indicato: si tratterebbe di una prova ulteriore che soltanto operando per il benessere degli italiani si lascia la paura a fare il suo corso, forse elettoralmente utile, ma certamente inidonea a formare la base culturale su cui costruire una dignitosa politica dell’immigrazione.

di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 09 luglio 2009










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