«Caritas in veritate», 3 domande sull’enciclica

2009-09-30T18:01:00
«Accanto al bene individuale», scrive Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, «c’è un bene legato al vivere sociale della persona: il bene comune. È il bene di quel “noi tutti”, formato da individui, famiglie e intermedi che si riconoscono in comunità sociale».
Commentando l’enciclica sull’Osservatore romano, il 9 luglio scorso, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha osservato che per la Chiesa «se non è più mezzo per il raggiungimento del fine ultimo – il bene comune – il profitto rischia di generare povertà». Per riprendere la via dello sviluppo, ha aggiunto, è necessario «ricostruire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie. Ma a lungo andare questa fiducia non può essere disgiunta da una istanza morale, dalla speranza profonda, secondo le parole di Giovanni Paolo Il nella bolla di indizione (1998) per il Giubileo, di «creare un modello di economia al servizio di ogni persona».
Per verificare le convergenze tra questi indirizzi e quelli che ispirano l’attività di grandi organizzazioni di lavoratori, di imprenditori, e di esponenti del mondo politico, abbiamo rivolto tre domande a Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl; all’on. Roberto Cota, presidente dei deputati della Lega Nord; all’on. Francesco D’Onofrio, esponente dell’Udc; a Paolo Galassi, presidente della Confapi (Confederazione italiana della piccola e media industria); all’on. Enrico Letta, esponente del Pd; a Ivan Malavasi, presidente della Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa); a Sergio Marini, presidente della Coldiretti; a Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali; a Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio. Siamo grati per la chiarezza e completezza delle risposte, che riportiamo in ordine alfabetico degli intervistati.

1. Scrive Benedetto XVI: «La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darei nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative» (n. 21). E evidente, tra gli altri, il riferimento al radicale mutamento del rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi avvenuto nell’ultimo triennio. Nella vostra attività avete fatto esperienze che confermino queste affermazioni del Papa?

Raffaele Bonanni, Segretario generale Cisl
Siamo nel pieno della più grave crisi economica che si ricordi. Un evento prodotto e alimentato da una finanza senza controllo e senza regole che ha prodotto diseguaglianze sociali, povertà e disoccupazione in tutto il mondo. Tuttavia possiamo e dobbiamo ritrovare un nuovo equilibrio su basi alternative a quelle del passato. Questo è il messaggio di speranza dell’ enciclica di Benedetto XVI che ci chiama tutti ora a una maggiore responsabilità. Il Papa ha tracciato un percorso che parte dal valore della vita e, attraverso un nuovo umanesimo del lavoro, afferma la giustizia sociale. Siamo molto grati al Pontefice per questa enciclica. Governi, imprese, sindacati devono attivarsi concretamente per produrre beni e servizi innovativi, ecosostenibili, al riparo dalla speculazione finanziaria, ricchezze accessibili a tutti gli uomini, al di là delle distinzioni geografiche. Ma il punto cruciale è la riforma del sistema finanziario che deve essere rivisto in funzione di una crescita orientata al benessere sociale e non più all’ arricchimento di pochi. Proprio per questo, nel prossimo autunno, in vista del G20 di Pittsburgh, ci impegneremo attivamente a far sì che il dibattito sui global legal standards sia sempre più legato a obiettivi di governance globale, redistribuzione della ricchezza e delle risorse, riduzione delle povertà, salvaguardia del pianeta. È necessario cambiare il sistema capitalistico per un’economia civile e solidale che venga incontro alle esigenze di quanti sono in difficoltà, dei deboli e degli emarginati.

Roberto Cota, Presidente deputati Lega Nord
Per quanto riguarda il rapporto tra produzione, lavoro e finanza la Lega ha sempre mantenuto fede a una filosofia che mette al centro di queste dinamiche la persona e la famiglia. Il lavoro, come dimostra l’attuale crisi mondiale, dovrebbe affondare sempre le proprie radici nella produzione e, possibilmente, stabilire un rapporto virtuoso coi territori . La crisi attuale è dovuta, non a caso, a una perdita di questa concezione del lavoro a vantaggio di un impiego dei capitali finalizzato al solo profitto e alla speculazione. Come si è visto, questa finanza «virtuale» ed estremizzata, oltre che essere per molti versi «immorale», non può avere un futuro, perché poggia su basi effimere. Al contrario, come Movimento politico, la Lega continua a propugnare un sistema economico basato sulla reale produzione di beni e , per quanto possibile, su una concorrenza d’impresa regolata da leggi condivise e leali che facciano partire i soggetti competitori da posizioni iniziali simili. La crisi attuale non è fortunatamente la fine del mondo, ma è senz’altro la fine di un mondo che non ci piace. Molti, infatti, sono i lati a nostro giudizio discutibili di questo tipo di globalizzazione. Basta per esempio pensare alle numerose delocalizzazioni produttive che hanno colpito la nostra economia negli ultimi anni: spostare gli stabilimenti in zone povere del mondo inseguendo il profitto a ogni costo e lasciare a casa i nostri lavoratori, è stata purtroppo una prassi abusata da molti medi e grandi imprenditori. Allo stesso modo abbiamo denunciato più volte la concorrenza sleale di imprese straniere, soprattutto cinesi, nei confronti di molti nostri comparti produttivi, come il tessile o il calzaturiero: competere con chi non rispetta i diritti dei lavoratori e la tutela dell’ambiente è ovviamente impossibile per chi intraprende qui da noi. Ed è per questo che abbiamo chiesto a livello europeo forme di protezione per alcuni settori della nostra economia messi in ginocchio da prodotti realizzati in Paesi dove non vi è rispetto alcuno per la dignità dell’uomo e dell’ambiente. Una maggiore franchezza fra Stati su queste tematiche porterebbe a nostro avviso anche a un’avanzata sociale ed economica di milioni di persone dei Paesi in via di sviluppo che oggi scelgono l’emigrazione come unica via di scampo da una vita di sfruttamento e di miseria. Sulla base delle considerazioni appena fatte, ritengo che le parole del Santo Padre sul radicale mutamento del rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi avvenuto nell’ultimo triennio siano quanto mai opportune e condivisibili.

Francesco D’Onofrio, esponente dell’UDC
L’intera vicenda della grave crisi economico-finanziaria è stata vissuta in Italia come se si trattasse di una vicenda determinata da altri – soprattutto statunitensi e inglesi – e subìta dagli italiani più come conseguenza delle decisioni altrui che non come fatto interno prodotto dagli italiani medesimi . Questa sensazione è certamente vera in parte, ma sfugge a una più attenta analisi della fase attuale del capitalismo: dapprima agricolo; successivamente industriale e ora prevalentemente finanziario. La dimensione finanziaria del capitalismo accelera senza dubbio il processo di globalizzazione che la precedente fase industriale aveva soltanto iniziato, soprattutto in riferimento al commercio internazionale di beni e servizi.
L’Italia sta vivendo questa crisi mondiale anche alla luce di un qualche più limitato ricorso agli strumenti finanziari internazionali, grazie soprattutto alla straordinaria propensione degli italiani al risparmio e a una diffusa struttura di aziende artigianali prima ancora che manifatturiere industriali. Questa specificità italiana può essere allo stesso tempo un indice di arretratezza rispetto all’altrui propensione all’indebitamento, e di migliore tenuta sociale rispetto alla presenza in altri ordinamenti di imprese prevalentemente medio-grandi. Questa specificità italiana trova infine nella struttura familiare prevalente in Italia un rilevante fattore di differenza rispetto a Paesi che non hanno nella famiglia un rilevante fattore di coesione sociale. Un’analisi approfondita in atto – com’è quella condotta nell’ enciclica – riesce pertanto a veder meglio i tratti comuni e quelli differenziali nazionali nel processo di globalizzazione in atto.

Paolo Galassi, Presidente Confapi
La Caritas in veritate è un dono prezioso per tutti gli uomini di buona volontà. È stato questo il primo sentimento col quale ho accolto l’enciclica di Benedetto XVI. Le parole del Santo Padre, come tutta la dottrina sociale della Chiesa, offrono infatti una straordinaria opportunità per riflettere sul significato profondo del nostro agire. Le parole di Benedetto XVI non possono allora non interrogare chi, a vari livelli, detiene responsabilità nel Paese: governanti, sindacati, imprenditori. È indubbio, infatti, che la crisi che ha colpito l’intero pianeta – frutto di un modo di pensare lo sviluppo basato su categorie e ragionamenti che non hanno messo al centro la persona con i suoi bisogni ha prodotto conseguenze economiche e sociali, che sono sotto gli occhi di tutti.
Le parole del Santo Padre, da questo punto di vista, stupiscono per la lucida analisi, ma ancor di più stupiscono per l’amorevole paternità con la quale invita tutti «a puntare sulle esperienze positive». E questa è una esperienza che i piccoli e medi industriali fanno quotidianamente, nonostante le difficoltà del momento. Ed è un’esperienza che nel caso della Confapi ha ricadute concrete, per esempio sull’occupazione. Nonostante che tra le nostre 60mila imprese ve ne siano molte che hanno dovuto ricorrere agli strumenti degli ammortizzatori sociali, per la Confapi questa è e rimane una misura del tutto eccezionale. E una misura che non avremmo mai voluto prendere perché non vi è solo una diminuzione di reddito, ma vi è anche un impoverimento, anzitutto, umano e poi aziendale. I piccoli e medi imprenditori, che con i propri lavoratori ci vivono tutti i giorni, dalla mattina alla sera, hanno provato a evitarlo, proponendo soluzioni diverse e nuove al problema del calo di lavoro, ma le decisioni prese fino a questo momento dal Governo sono andate in tutt’ altra direzione.

Enrico Letta, esponente del Pd
Non v’è dubbio che la fase di recessione che stiamo attraversando rappresenti un vero e proprio spartiacque. Si tratta della più grave crisi economica e sociale che le nostre generazioni abbiano sperimentato, la più profonda e invasiva nelle sue conseguenze sulla vita concreta di milioni e milioni di individui in tutto il mondo. La crisi entra nelle famiglie e nelle imprese, entra nella testa delle persone e le pone dinanzi alla necessità di cambiare per sopravvivere. Eppure, per la sua stessa virulenza, la crisi sarà l’opportunità per una catarsi possibile, sia a livello individuale sia per quanto riguarda le nostre comunità. Per questo è necessario cogliere occasione fino in fondo, ricostruire il nostro futuro su basi nuove e farlo tutti insieme, in nome di un progetto finalmente condiviso e orientato davvero alla promozione dell’interesse generale.

Ivan Malavasi, Presidente Cna
Parlare di impegno o di responsabilità rispetto al tessuto produttivo rappresentato dalla Cna, significa richiamare quei valori che, da sempre, hanno caratterizzato il mondo dell’artigianato e, in generale, dell’ impresa diffusa. L’impresa artigiana, infatti, si contraddistingue per una organizzazione aziendale che vede l’imprenditore lavorare a fianco dei propri collaboratori e per il ruolo del titolare d’impresa all’interno dell’attività produttiva. In tal senso, la figura dell’imprenditore, che spesso si sovrappone a quella del manager, essendo intrinsecamente connessa alle dinamiche e alle problematiche legate alla produzione, risulta poco incline alla partecipazione ad artifizi finanziari lontani dal rapporto tra lavoro e produzione. Anzi, occorre sottolineare che gli scandali finanziari all’origine dell’attuale crisi economica, stanno mettendo a dura prova propria la tenuta del sistema di quell’impresa diffusa che, pur essendo estranea ai meccanismi finanziari scatenanti, ne subisce oltre misura gli effetti negativi. In primis, il drastico peggioramento del rapporto con gli istituti di credito, con la conseguente crisi di liquidità.

Sergio Marini, Presidente Coldiretti
Ritengo che questa crisi, forse lunga e dai connotati inediti, potrebbe avere per il nostro mondo e per le nostre imprese anche un carattere salutare; può rappresentare un’occasione unica, e forse irripetibile, per ridare un nuovo ordine delle cose dove verità e concretezza riacquisiscano il primato su falsità e finzione. Crollano uno alla volta i miti della prima globalizzazione, ovvero la grande dimensione come prerequisito per competere, la finanziarizzazione di ogni sistema come misura di modernità, l’omologazione come unico modello culturale ed economico vincente. Di converso, riassumono centralità i valori veri dell’agire di ciascuno di noi: la responsabilità, l’affidabilità, l’etica dei comportamenti e, ancora, si recupera pienamente la dimensione dell’identità come qualificazione positiva della persona, dei territori, di tutto ciò che è vero e che non può essere scambiato per altro. Quella che stiamo attraversando è una crisi planetaria che ha più radici. Una strettamente economica, legata a processi di finanziarizzazione, cioè al ricorso sistematico (di aziende e persone) all’indebitamento. In pratica, è come se ci fossimo mangiato il futuro, come se avessimo consumato il raccolto prima ancora di seminare.
Noi, abituati a fare il contrario, di fronte a cotanta fantasiosa modernità, ci siamo sentiti per un po’ di appartenere alla preistoria dell’economia. Gli esperti ci spiegavano, o ci facevano intendere, che non stavamo capendo niente! Sta di fatto che si è creata una massa di ricchezza «fittizia» di cui ora paghiamo tutti le conseguenze. Ma non tutti alla stessa maniera: noi, legati «arcaicamente» a cose reali e concrete come la terra e il cibo, ne pagheremo di meno! Perché tutto ciò ridarà centralità all’agricoltura, prima generatrice di economia reale.

Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro
La crisi che stiamo attraversando smentisce il modello di un’ economia fondata sui mercati finanziari anziché su un sistema produttivo solido. La miglior tenuta dell’Italia rispetto ad altri Paesi è motivata dal nostro tessuto sociale ed economico. In particolare quest’ultimo pone le sue basi su un fitto intreccio di micro e piccole imprese che facendo della qualità del prodotto, della flessibilità organizzativa e dell’innovazione i loro punti di forza, stanno iniziando a vedere la luce dopo questi mesi di grande sofferenza. L’altro pilastro che ci permette di stare in piedi è il nostro sistema creditizio che, al contrario di quello di altri Paesi del G8, è rimasto ancorato all’economia reale, utilizzando la leva finanziaria prevalentemente come strumento di sostegno – e non di sostituzione – al rischio di impresa. Credo che questi siano aspetti tipici di quell’ economia sociale di mercato di cui l’enciclica tanto lucidamente parla, ponendo una sfida epocale a tutti i livelli di governance politica ed economica. Ripartire da esperienze positive significa – a mio avviso – riscoprire innanzitutto un orizzonte di senso sulla vita come giustamente richiamato da papa Benedetto XVI. Solo su questo presupposto è possibile sperare in un sano e duraturo sviluppo socio-economico. Il lavoro, dunque, diventa occasione per giocare i propri talenti e costruire sé stessi nella responsabilità di un bene comune. Ciò implica la diffusione di una cultura del lavoro per cui la fatica ne è parte essenziale e non si può cedere all’illusione di un facile e immediato guadagno. Rivolgo questa preoccupazione soprattutto ai nostri giovani per i quali la crisi rappresenta una grande opportunità. Molte rendite di posizione stanno infatti cadendo aprendo spazi per crescere e intraprendere, nei quali chi saprà fare sacrifici – come scegliere percorsi di studio non banali o abbandonare la propria città per andare a cogliere migliori opportunità – potrà essere protagonista di un nuovo sviluppo globale.

Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio
È indubbio che il ventennio che abbiamo alle spalle sia stato una fase storica profondamente segnata, nel bene e nel male, dal primato, addirittura dall’ egemonia, del modello culturale, politico ed economico di una globalizzazione, per così dire, aggressiva e anche poco governata, al cui interno si è sviluppata una finanza ancor meno regolata. Ed è altrettanto chiaro che oggi siamo di fronte a una crisi di sistema che non può essere considerata una semplice parentesi della storia. Segna, infatti, la conclusione di un periodo storico e, soprattutto, richiede l’apertura di un’ altra fase che faccia tesoro della lezione della crisi e, anzitutto, della necessità di ricostruire crescita e sviluppo sotto il segno di una maggiore attenzione alle ragioni del lavoro e dell’ economia reale; di costruire istituzioni e regole coerenti con la nuova geografia della crescita e dello sviluppo nell’ economia globalizzata e con le sfide che da essa discendono. Fare della crisi un’opportunità per costruire un futuro migliore del presente diventa, quindi, un obiettivo prioritario e fondamentale a cui nessuno dei soggetti coinvolti – governi, istituzioni, associazioni di categoria, sindacati, società civile – può e deve sottrarsi. Nel contribuire alla crescita del tessuto imprenditoriale ed economico del territorio, il mondo delle piccole c medie imprese che rappresentiamo svolge sicuramente un ruolo di valenza e funzione sociale. Laddove c’è un’attività commerciale, turistica, di servizio si creano, infatti, le condizioni di vitalità e qualità dei territori, si realizzano con più facilità opportunità di sviluppo per le relazioni sociali e culturali, si creano occasioni di confronto e di dialogo. In questo senso, il nostro auspicio, e stiamo già lavorando in questa direzione, è che questo obiettivo venga perseguito con sempre maggiore determinazione e si rafforzi con il tempo.

2. Al paragrafo 15, riferendosi all’Humanae vitae, l’enciclica pone a «fondamento della società la coppia degli sposi, uomo e donna, che si accolgono reciprocamente nella distinzione e nella complementarietà». Dopo tante misure che hanno minato l’unità della famiglia, in Occidente si ricomincia ad apprezzarla anche per riqualificare e rilanciare la coesione e lo Stato sociale. In quest’ottica, è oggi possibile inserire la «retribuzione familiare» tra gli elementi che concorrono alla formazione del costo del lavoro e a un ‘adeguata riforma dello Stato sociale?

Raffaele Bonanni, Segretario generale Cisl
La famiglia è il perno su cui occorre costruire un nuovo Welfare. È necessario sviluppare e realizzare politiche sociali, educativo-formative e del lavoro adeguate, e costruire una fitta rete di servizi sul territorio che vengano realmente incontro alle esigenze delle famiglie. Lo stesso sistema fiscale deve essere ricalibrato sul nucleo familiare e sui consumi. Purtroppo sono ancora poche le risorse e gli strumenti messi a disposizione. Bisognerà sostenere, per esempio, le migliaia di famiglie italiane che hanno una persona anziana o disabile di cui occuparsi. Si potrebbero istituire assegni di assistenza specifici per la cura del familiare disabile o dell’ anziano non autosufficiente. Si potrebbe agevolare ancora di più il lavoro a tempo ridotto, in particolare i part time lunghi attraverso la fiscalizzazione degli oneri. La Cisl ha sempre sostenuto le donne lavoratrici per il riconoscimento dei diritti fondamentali di parità e di opportunità nel mercato del lavoro e in tutte le articolazioni della vita sociale e civile, favorendo iniziative efficaci e concrete che permettano di conciliare lavoro e famiglia, partendo dal rafforzamento dei servizi per l’infanzia e per gli anziani. È arrivato il momento di aprire una nuova stagione di concertazione, dove le riforme della politica del lavoro e dello Stato sociale siano veramente rivolte a sostenere i soggetti che hanno più difficoltà in questa situazione di crisi, a partire proprio dalla famiglia.

Roberto Cota, Presidente deputati Lega Nord
Per la Lega la famiglia, quella naturale tra un uomo e una donna, costituisce da sempre il nucleo di base della società. Ed è solo aiutando le famiglie che si potrà pensare alla riqualificazione e al rafforzamento non solo della coesione sociale. ma anche dell’economia del Paese. Una società con bassa natalità come la nostra, infatti, deve in questo particolare frangente storico ripensare al proprio futuro. E le politiche per la famiglia dovranno nei prossimi mesi essere più coraggiose e incisive. Proprio in questa fase di difficoltà economica la famiglia ha svolto un ruolo importantissimo di «ammortizzatore sociale e anche economico», riaffermando in questo modo ancora una volta il proprio ruolo centrale e insostituibile nella nostra società. La crisi della globalizzazione e del consumismo spinto, che hanno sempre proposto l’individuo come soggetto privilegiato della società e dell’ economia, oggi hanno presentato il loro amaro conto. Se si vuole costruire un futuro più a misura d’uomo, occorrerà senza dubbio ripartire dalla famiglia. Rivendichiamo infine come un successo la fiera opposizione che la Lega ha sempre portato avanti contro il riconoscimento di nuove forme di famiglia diverse da quella naturale e, soprattutto, la battaglia contro il sostegno economico a convivenze che mettono in forse lo stesso concetto di società, oltre che mettere a repentaglio una corretta educazione dei minori.

Francesco D’Onofrio, Esponente dell’UDC
Il richiamo all’ Humanae vitae costituisce il punto a mio giudizio fondamentale di tutta l’enciclica. perché pone in evidenza in modo culturalmente rigoroso il nesso fondamentale fra tradizione e cambiamento. Si deve infatti parlare – come la stessa enciclica afferma – di una complessiva visione antropologica per poter comprendere fino in fondo cause e rimedi della crisi attuale. La naturalità della famiglia, vista quale fondamento della società, costituita da una coppia di sposi che – come afferma l’enciclica – si accolgono reciprocamente nella distinzione e nella complementarità, costituisce infatti la chiave di volta non solo teologica dell’intera enciclica. Si può certamente parlare di retribuzione familiare nel senso che è proprio la struttura familiare a costituire parte essenziale della coesione sociale di un qualsivoglia Stato, perché la struttura familiare è essenziale proprio in riferimento alla propensione al risparmio e alla naturale oculatezza negli investimenti.
Quel che è mancato in Italia nel passaggio da una struttura originariamente agricola a un’evoluzione del capitalismo in senso finanziario è stata proprio una politica della famiglia, della quale l’idea stessa di quoziente familiare fosse concepita in senso produttivo e non assistenziale. È di tutta evidenza che un sistema fiscale deve tener conto complessivamente del «costo» dei diversi fattori della produzione, tra i quali quello familiare è fondamentale e non soltanto affettivo. Quel che appare culturalmente e politicamente inaccettabile è il fatto che la questione della retribuzione familiare venga concepita in termini di arretratezza culturale e di ostacolo della tradizione antropologica cattolica. Il cammino della finanza, infatti, non può essere ritenuto esclusivamente individualistico quanto a livello delle retribuzioni o esclusivamente economico quanto a ricerca del profitto. Tutela della vita e crisi economico-finanziaria vanno viste pertanto quale simbiosi culturale: in questo senso l’enciclica è di ammaestramento molto più di quanto possano ritenere coloro che si soffermano esclusivamente ad analizzare i pur fondamentali aspetti economici del problema.

Paolo Galassi, Presidente Confapi
Dietro un lavoratore c’è molto spesso una famiglia. I piccoli e medi imprenditori questo lo sanno forse meglio del management delle grandi industrie. La piccola e media impresa (anche di 200 dipendenti, per esempio) è una famiglia allargata, dove molto spesso l’imprenditore partecipa dei problemi e delle gioie dei suoi lavoratori. Non è una invenzione, ma è la pura e semplice realtà. Per questo, tutto ciò che può contribuire a rendere più giusta la retribuzione dei dipendenti. non può che trovarci disponibili, ma è innanzi tutto lo Stato che deve fare la sua parte, facendosi carico di una politica fiscale che tenga conto del nucleo familiare.

Enrico Letta, esponente del PD
Nel nostro Paese il ruolo della famiglia come fattore di coesione sociale è da sempre un’ evidenza. Un’ evidenza, tuttavia, che non trova una sponda adeguata sul versante delle politiche pubbliche. Basti ricordare come è distribuita la spesa sociale, tutta schiacciata su due sole voci – le pensioni e la sanità – e distratta nei confronti di altri capitoli d’intervento cruciali per garantire protezione e opportunità di realizzazione al resto della società. In questo quadro il paradosso è che non solo la famiglia non è destinataria di interventi specifici a suo sostegno, ma che essa stessa finisce per fungere da ammortizzatore sociale di riserva. Penso, per esempio, all’assistenza alle persone non autosufficienti o al supporto dei nonni a tante giovani coppie con figli. La realtà è che mancano servizi e sostegno. Soprattutto manca una reale riqualificazione – nei fatti, non solo a parole – della centralità della famiglia. E ciò soprattutto a causa di un dibattito per troppi anni ideologizzato e incapace per questo di produrre idee nuove e coraggiose da tradurre in proposte concrete.
Forse con la crisi abbiamo l’occasione di voltare pagina anche su questo tema. Rivendicando l’urgenza di una riforma del Welfare basata su tre elementi tra loro complementari. La persona, con la valorizzazione delle potenzialità di ciascuno. La famiglia, quella che c’è già e quella che fatica a formarsi a causa di uno stato diffuso di precari età e di una carenza oggettiva di tutele che pregiudicano, soprattutto per i giovani, la possibilità di imboccare autonomamente un percorso umano, professionale e familiare soddisfacente. E la comunità, intesa come orizzonte di riferimento imprescindibile dello spazio d’intervento pubblico. In questa prospettiva, ogni proposta volta a sostenere una impalcatura del genere rappresenta un contributo importante in direzione di un nuovo Welfare, più giusto, più stabile e più efficiente.

Ivan Malavasi, Presidente Cna
In considerazione delle evidenti difficoltà che, negli ultimi anni, investono con crescente preoccupazione un istituto di importanza fondamentale per la nostra società, la Cna ritiene necessario avviare una forte azione a sostegno della famiglia. In tal senso, la costruzione di un modello sociale che tenga conto dell’esigenza del riconoscimento di una «retribuzione familiare» può rappresentare sicuramente uno dei tasselli principali. Occorre, in particolare, rivedere il sistema di tassazione a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi, agendo in primo luogo sulla riduzione del cuneo fiscale. In tal senso, un’attenta azione di razionalizzazione della spesa pubblica improduttiva garantirebbe di liberare le risorse necessarie. In ogni caso è necessario potenziare tutte quelle misure volte al sostegno del Welfare familiare, a cominciare dal numero degli asili nido e delle prestazioni a favore dei soggetti non auto sufficienti.

Sergio Marini, Presidente Coldiretti
In effetti, nelle famiglie coltivatrici di fatto già esiste una sorta di retribuzione familiare, per la consistenza stessa dell’impresa agricola che è principalmente in centrata sull’apporto del lavoro di ciascun componente della famiglia. L’istituzione della retribuzione familiare per gli altri comparti della società comporterebbe un salto di qualità con una rivoluzione sia nell’organizzazione della società stessa sia nell’organizzazione del lavoro e, di fatto, potrebbe segnare lo stesso superamento dello Stato sociale. La famiglia, bene prezioso per tutta la collettività, in agricoltura è il vero motore di una impresa che si è rigenerata nel tempo con una crescente attenzione all’ambiente, alla sicurezza alimentare e alla salute dei cittadini, con il cibo che portiamo ogni giorno sulle tavole. In agricoltura le imprese familiari sono la stragrande maggioranza. Noi chiediamo una concreta svolta nelle politiche per la famiglia, perché siamo convinti che ne beneficeranno l’economia e tutta la collettività. Più attenzione alla famiglia significa anche più attenzione alla crescita sociale ed economica del Paese.

Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro
Nel recente Libro Bianco sul futuro del modello sociale, che ho personalmente promosso e che è stato varato dal Consiglio dei ministri, emerge chiaramente una visione di società e di Welfare fondata sulla persona. Parliamo non a caso di persona anziché di individuo, categoria per noi astratta. Ciascuno di noi vive infatti per un rapporto e vogliamo dunque valorizzare la persona nelle sue relazioni costitutive come la famiglia, il lavoro e la comunità. Stiamo indirizzando le politiche governative nella difesa della «famiglia naturale» riconosciuta dai padri costituenti e tanto preziosa per la coesione sociale. Il nostro Welfare deve pertanto riconoscere i molteplici ruoli che la famiglia ricopre: dalla generazione all’educazione, dalla cura delle persone non autosufficienti alla solidarietà sociale nelle comunità locali. In tal senso speriamo di poter presto valorizzare maggiormente il ruolo della donna, perno delle nostre famiglie, stemperando sempre più l’alternativa tra famiglia e lavoro che oggi purtroppo molte donne vivono. In autunno, per esempio, lanceremo l’introduzione di voucher sociali per i servizi alla persona che consentiranno maggior libertà di scelta e flessibilità per le famiglie italiane.

Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio
Nel Libro Bianco sul futuro del modello sociale presentato dal ministro Sacconi lo scorso maggio grande importanza è data alla famiglia, indicata come «cellula economica fondamentale», come «centro di redistribuzione del reddito e delle rendite», come «nucleo primario di qualunque Welfare». Non possiamo che condividere queste affermazioni e, di conseguenza, attenderci comportamenti coerenti con questa impostazione da parte del legislatore. Nello specifico sul costo del lavoro, il problema è dato dal differenziale, la cosiddetta forbice, tra retribuzioni nette e retribuzioni lorde, cioè dal fatto che a un aumento del costo del lavoro dei singoli lavoratori, che incide sensibilmente sulle imprese, soprattutto di quelle ad alta intensità di lavoro, come nel caso del commercio, del turismo e dei servizi, non corrisponde una soddisfazione equivalente sulle retribuzione nette dei lavoratori e, quindi, sul potere di acquisto delle famiglie. Un intervento, dunque, a favore del reddito familiare, che oltre agli assegni familiari preveda altre forme di agevolazione fiscale per le famiglie, è la via da seguire con determinazione e tenacia. Tuttavia, il problema più importante rimane il carico di oneri impropri sulle retribuzioni da lavoro e, sul versante dell’impresa, l’endemica perdita di produttività del lavoro.

3. Al paragrafo 40 è detto nell’enciclica che per «le attuali dinamiche economiche internazionali {..} si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa». Considerando l’esperienza positiva fatta in Germania dalla Mitbestimmung (cogestione), e la necessità di rafforzare lo coesione sociale anche per rendere le imprese competitive nel sempre più duro mercato mondiale, è giunto forse il momento di valutare come dare attuazione all’art. 46 della nostra Costituzione?

Raffaele Bonanni, Segretario generale Cisl
Per competere, il nostro Paese deve elevare la qualità complessiva dei prodotti e dei servizi. Per questo bisogna riconoscere ai lavoratori un eguale protagonismo nelle scelte generali e particolari, in uno spirito di co-responsabilizzazione. Ci sono esperienze positive di democrazia economica non solo in Germania, ma anche in America. Noi dobbiamo guardare con rinnovato interesse a questi modelli partecipativi. Non solo puntiamo a individuare le adeguate procedure di decisione sui processi produttivi o sui servizi, ma intendiamo garantire la partecipazione dei lavoratori al capitale di rischio attraverso l’azionariato in forma collettiva. Questo è il grande traguardo a cui lavoriamo, che è poi la realizzazione concreta dell’articolo 46 della Costituzione. Con il modello partecipativo si registrerà un’efficace e solidale convergenza di interessi tra lavoratori e imprenditori nel governo dell’impresa e negli indirizzi di riforma. Ci sarà una maggiore interazione tra dipendenti e datori di lavoro. Il baricentro delle relazioni sindacali, infatti, si sposterà nelle aziende e nei territori per migliorare la qualità dei prodotti e dei servizi. Questo è uno dei punti qualificanti della riforma contrattuale che abbiamo firmato alcuni mesi fa insieme alle imprese.

Roberto Cota, Presidente deputati Lega Nord
Il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell’impresa rappresenta una condivisione di diritti e di doveri che può senza dubbio costituire un elemento vincente in un mercato mondiale che sta proponendo dinamiche un tempo impensabili. Oggi più che mai la dimensione local deve fare i conti con l’elemento global. Nel nostro Paese, dove la piccola media impresa è da sempre la forza trainante dell’economia, forme di cooperazione tra lavoratori già rappresentano una realtà importante e vincente. Certo, occorrerebbe forse rivedere alcune anacronistiche forme di privilegio che negli anni si sono qua e là andate affermando nel mondo cooperativo. Ma, detto questo, la filosofia che sta alla base dell’impresa cooperativa costituisce un’ ottima e virtuosa alternativa alla filosofia estremistica del globalismo selvaggio. A prescindere dal tipo di organizzazione societaria, credo che una «responsabilità sociale d’impresa» da un lato, e un più forte legame dell’impresa col territorio dall’altro, possano veramente essere due elementi base da cui ripartire per rilanciare la nostra economia, dandole strutture più solide, regole più eque e un volto più umano

Francesco D’Onofrio, Esponente dell’UDC
Molto opportunamente l’enciclica – al punto 38 – pone in evidenza la rilevantissima differenza culturale rispetto alla Centesimus annus che nel 1991 papa Giovanni Paolo II aveva promulgato in ricordo della Rerum novarum di Leone XIII. Mentre la precedente analisi concernente il rapporto tra Stato, mercato e società civile tendeva a distinguere i compiti dell’uno, dell’altro e dell’altra ancora proprio in riferimento agli obiettivi che sarebbero quelli del profitto per il mercato, della solidarietà per lo Stato e della fraternità per la società civile, la Caritas in veritate afferma infatti: «Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura c con modalità specifiche, deve essere sempre presente l’aspetto di reciprocità fraterna». Questa è una grande novità: la ricerca del profitto non può essere disgiunta dalla solidarietà e dalla cultura della fraternità; solidarietà e fraternità a loro volta devono avere sempre presente che la ricerca del profitto è di per sé un fatto non assoluto, ma comunque positivo. È questa la dimensione etica dell’economia della globalizzazione: la compresenza del profitto con la solidarietà e la fraternità. È questa la responsabilità sociale dell’impresa; è questa la consapevolezza del conseguimento del profitto quando lo Stato interviene sulla questione sociale; è la consapevolezza dell’aspetto naturalmente circoscritto della gratuità che caratterizza settori nuovi di vita della società civile. Per queste ragioni non si può ritenere che l’esperienza tedesca della Mitbestimmung sia la soluzione unica per dare attuazione all’articolo 46 della Costituzione. Se l’ideologia del conflitto di classe ha contrastato la cultura solidaristica propria dell’articolo 46, non ritengo che la Mitbestimmung sia la risposta etica della globalizzazione che la Caritas in veritate prospetta come necessità.

Paolo Galassi, Presidente Confapi
La democrazia economica è nei fatti già presente nelle piccole e medie imprese. La partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa è infatti più alta di quello che si può immaginare. Solo un esempio che, a nostro avviso, può provare tale affermazione: molti piccoli e medi imprenditori sono ex operai o tecnici, che a un certo punto della loro storia professionale hanno voluto intraprendere a loro volta, magari spronati e consigliati dall’imprenditore, un’attività. E questo può costituire, in un certo senso, il risultato più bello per un imprenditore. Certo, l’imprenditore è colui che rischia il proprio capitale per dare vita a una nuova attività e il lavoratore è colui che partecipa all’ avventura dell’ impresa. Quindi ognuno con le proprie responsabilità e competenze, ma entrambi uniti dallo stesso scopo: la promozione umana attraverso il lavoro quotidiano.

Enrico Letta, Esponente del PD
L’aspirazione a un maggiore coinvolgimento di tutti i corpi sociali nella gestione delle attività produttive è una delle eredità ideali più alte che la Costituzione ci ha lasciato. Come declinare questa aspirazione resta, però, motivo di riflessione. In Italia, per esempio, si discute di etica e di responsabilità sociale di impresa da almeno un decennio. In alcune esperienze il confronto ha indotto realmente un cambiamento dei comportamenti degli operatori del mercato e a una maggiore trasparenza nei confronti di shareholders e stakeholders. Nei confronti di quanti, cioè, sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel buon andamento di un’impresa. Quindi, non solo gli azionisti, ma anche i lavoratori dipendenti, i fornitori, i clienti, gli enti territoriali, le autonomie funzionali. Nonostante questi progressi – per i quali, è utile ricordarlo, l’Italia si è distinta in positivo rispetto ad altre realtà internazionali caratterizzate da una distorsione sistemica delle più elementari leggi del mercato – sul terreno della responsabilità sociale molto ancora c’è da fare. La crisi, con le sue forti implicazioni etiche, può essere il motore del cambiamento. Mi piace pensare che la parola chiave sia «sussidiarietà». È un principio di derivazione cristiana solo parzialmente applicato nelle società europee che, invece, contiene in sé gli enzimi giusti per stimolare la partecipazione e la condivisione dei processi decisionali, tanto dal punto di vista economico quanto da quello istituzionale.

Ivan Malavasi, Presidente Cna
Come detto, le aziende che noi rappresentiamo integrano spesso la figura di chi gestisce a quella di chi produce materialmente i beni o eroga i servizi. In questo senso si concretizza una naturale partecipazione del lavoratore alle decisioni strategiche per una «sana» e proficua conduzione aziendale. Anche per questo possiamo parlare di responsabilità «diffusa» che investe ogni anello della filiera «produttiva». Questo sistema si riflette inevitabilmente sulla comunità all’interno della quale l’impresa agisce, con evidenti benefici in fatto, appunto, di coesione sociale. Del resto in virtù di una relazione così «ravvicinata» le eventuali incertezze del mercato, come sta avvenendo in questo frangente storico, si riverberano con rapidità sugli equilibri della stessa collettività. Il nostro invito, quindi, rivolto prima di tutto alle istituzioni politiche ed economiche, è quello di intervenire pensando sempre che il sistema dell’impresa diffusa rappresenta uno degli elementi fondamentali a garanzia della tenuta degli equilibri sociali del nostro Paese.

Sergio Marini, Presidente Coldiretti
Investire sull’economia reale significa riconoscere il valore dell’impresa in relazione alla responsabilità; nelle parole del Santo Padre, «nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale». Un appello fatto proprio dalla Coldiretti nelle campagne italiane dove siamo impegnati a difendere ì valori distintivi del territorio, della qualità alimentare e della sicurezza ambientale che sono il patrimonio di tutti. Il modello di impresa sul quale puntiamo è quello di un’impresa multifunzionale capace di confrontarsi oltre che sul piano delle produzioni di qualità, anche su strategie di sviluppo concrete e su progetti realizzabili altamente innovativi nel rispetto del territorio, dell’ambiente e del paesaggio. Un’impresa capace di produrre e portare sul mercato prodotti simbolo del made in Italy nel mondo che sono il frutto di una grande tradizione e di una cultura millenaria e nello stesso tempo di assumersi forti responsabilità di fronte ai grandi problemi dei cambiamenti climatici e della crisi energetica. La Coldiretti in questa logica ha dato vita al patto con il consumatore, alla filosofia che anima Campagna Amica e al progetto per Una fìliera tutta agricola, tutta italiana, appunto per «fondare una filiera agricola, tutta italiana, riconoscibile perché porta la firma degli agricoltori italiani». Un atto di responsabilità per ricostruire un rapporto di fiducia vero con la gente intorno al nostro cibo e ai nostri stili di consumo.

Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro
Il tema della partecipazione è forse il punto più innovativo del dibattito oggi in essere tra le parti sociali e le parli sociali e il Governo. Credo che i tempi siano ormai maturi per estendere buone pratiche già ampiamente diffuse sul territorio. La nostra cultura di impresa è infatti impregnata della categoria della partecipazione. Pensiamo a che cosa avviene nelle piccole imprese dove la porta del titolare è sempre aperta e c’è un profondo senso di appartenenza e di fidelizzazione all’azienda da parte dei collaboratori. In questo tipo di realtà sarebbe molto semplice formalizzare quanto già avviene nella quotidianità .

Carlo Sangalli, Presidente Confcommercio
Il richiamo dell’enciclica a porre maggiore attenzione al tema della responsabilità sociale dell’impresa ci trova totalmente d’accordo anche perché questa materia è già oggetto di approfondimento all’interno del contratto collettivo nazionale per i dipendenti del terziario. Sulla partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese non sembra, tuttavia, che i tempi siano ancora maturi per l’adozione di forme di azionariato d’impresa su larga scala, anche alla luce delle riflessioni in corso in quest’àmbito. In Italia, poi, esiste da alcuni anni l’esperienza degli Enti bilaterali che esprimono l’impegno comune delle organizzazioni datoriali e dei lavoratori di sostenere i processi di sviluppo e di riorganizzazione dei settori di interesse, e rappresentano un momento di confronto e di concertazione tra le parti nella gestione delle problematiche collegate al mondo del lavoro. Il valore strategico di queste iniziative assume un rilievo più puntuale se si considera lo scenario nel quale si inseriscono: il passaggio sempre più marcato dall’assistenza all’occupabilità per politiche attive del lavoro che rendano maggiormente competitivo il servizio svolto dagli Enti bilaterali.

di Nicola Guiso, tratto da Studi cattolici n. 583, settembre 2009










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