D’Onofrio: Il “nuovo popolanesimo”

2009-10-14T10:18:00
Sembra opportuno condurre l’analisi concernente la situazione politica italiana – e non solo italiana – non più soltanto alla stregua di criteri strettamente giuridico-costituzionali, ma anche alla stregua del rapporto tra linguaggio e democrazia. La situazione italiana sembra caratterizzata – a partire dal 1994 – da un uso sempre più frequente di linguaggi “popolani” ai quali viene attribuita una sorta di virtù democratica salvifica: lo ha detto il popolo; lo vuole il popolo; è il popolo che decide quel che si può fare; chi non ha legittimazione del popolo non può stabilire regole diverse da quelle che il popolo gradisce, e simili.

È dunque giunto il momento di affrontare la questione linguistica fino in fondo: di quale linguaggio del popolo si parla? Allorché parliamo del popolo ci riferiamo a tutti i soggetti che del popolo fanno parte o soltanto a quella parte di popolo con la quale siamo in particolare sintonia, come capita ad esempio negli stadi di calcio allorché parla il popolo degli ultras? La distinzione tra popolarismo e populismo è certamente una distinzione radicata e politicamente decisiva per stabilire se parliamo di un popolo o dell’altra parte del popolo medesimo. Coloro i quali affermano di ispirarsi ad una cultura “popolaristica” esprimono con tutta evidenza il desiderio di parlare a nome dell’intero popolo nel quale infatti si sono nel corso dei secoli costituiti linguaggi diversi l’uno dall’altro, ma tutti essenziali per costruire la cosiddetta volontà popolare. Coloro invece che vedono come legittima soltanto la parte per così dire “popolana” del popolo medesimo non ritengono che abbia legittimità ad essere parte del discorso pubblico chi usa linguaggi diversi da quelli “popolani”.

Nella concreta esperienza italiana questa continua trasposizione dai “popolani” ritenuti popolo tout court al sistema costituzionale popolare finisce con l’introdurre una sorta di assolutismo linguistico, laddove l’esperienza democratica si basa – anche in Italia – proprio sul riconoscimento storico della legittimità di più lingue, tutte parte della lingua popolare, all’interno della quale certamente quella “popolana”è parte significativa del linguaggio politico generale, ma non può essere considerata l’unico linguaggio della democrazia, salvo che non si intenda proprio passare da una democrazia pluralistica ad un modello assolutistico, teocratico come nel caso dell’Iran, neo-statuale come nel caso della cosiddetta Padania, falsamente definito presidenziale, come si è in qualche modo affermato anche in Italia a partire dalla elezione diretta del sindaco e del presidente della Regione.
Anche la notissima separazione dei poteri di cui ha parlato Montesquieu può essere letta proprio nel senso non solo di una proposta tecnica di separazione dei poteri, ma di una profonda tripartizione dei linguaggi della democrazia: il linguaggio del fare tipico del potere esecutivo; il linguaggio del rappresentare, tipico del potere parlamentare; il linguaggio del decidere i casi concreti, tipico del potere giudiziario. È di tutta evidenza che ciascun linguaggio è costituzionalmente indispensabile se si vuole fare in modo che non prevalga l’assolutismo dell’esecutivo o del legislativo o del giudiziario.

Qualora pertanto si intendesse por mano ad una riforma costituzionale che abbia l’ambizione di affrontare questioni di fondo e non soltanto dettagli organizzativi, occorrerà che sia assolutamente chiaro quale obiettivo si intende perseguire: si è in presenza di una proposta che parte dalla constatazione dell’esistenza di più linguaggi che compongono una democrazia pluralistica, o si intende passare da una costituzione pluralistica prima ancora che parlamentare ad una nuova costituzione nella quale non vi è più l’equilibrio – necessariamente nuovo – tra principio di eguaglianza (che richiede la consapevolezza di esso da parte di tutti e tre i poteri costituzionali indicati) e volontà popolare?
Occorrerà pertanto dire con chiarezza se si intende costruire una nuova fase democratica nella quale vi è una pluralità di linguaggi che il popolo parla, o se si intende fare in modo che solo il linguaggio “popolano” abbia legittimità costituzionale per fondare nuovi stati o per sopprimere del tutto il linguaggio della rappresentanza proprio dei parlamentari e quello giudiziario proprio della magistratura.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 14 ottobre 2009










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