D’Onofrio: Il lavoro è cambiato. E il welfare?

2009-10-22T10:54:00
Si parla con intensità crescente di riforme costituzionali, per tali ritenendosi prevalentemente quelle concernenti il sistema di governo nazionale. Non sembra che si presti adeguata attenzione al fatto che, dalla Costituzione originaria ad oggi, è stato invece proprio il tema del lavoro ad essere determinante. Esso infatti rappresentava e continua a rappresentare profili rilevantissimi anche costituzionali in ordine alla acquisizione del lavoro medesimo, alle vicende che lo concernono durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, e alla conclusione di esso.

È invero di comune constatazione il fatto che proprio in ordine al lavoro si sono svolte considerazioni anche costituzionali sia per quel che concerne la natura pubblica o privata del lavoro medesimo, sia la distinzione tra attività professionale libera e attività lavorativa dipendente. Si può pertanto affermare che nel patto costituzionale originario il lavoro, in tutte le sue forme, ha formato oggetto di disciplina costituzionale tendenzialmente favorevole al lavoro dipendente (come dimostra in particolare l’espressione «lavoratori» di cui all’articolo 3), lasciando in qualche misura in ombra la disciplina da riservare alle professioni liberali, per non parlare delle attività professionali diverse da quelle storielle.
La concreta esperienza plurisecolare aveva infatti finito con l’enucleare le professioni liberali fra tutte le attività private, come risulta in particolare dall’articolo 33 della Costituzione, che prevede espressamente un esame di Stato di abilitazione all’attività professionale medesima. Le professioni di cui sembrava consapevole il costituente di allora erano pertanto quelle che nel corso dei secoli avevano dato vita agli ordini professionali in un’ottica che era ad un tempo di garanzia per l’utente, e di tutela per gli appartenenti all’ordine medesimo. Si trattava – allora – di professioni liberali sostanzialmente ereditarie dal punto di vista familiare ed elitarie dal punto di vista professionale. Si trattava in particolare del compimento di studi universitari che all’epoca erano sostanzialmente preclusi a chi non proveniva da famiglie di laureati o di benestanti.

Nel corso dei molti anni trascorsi dal testo originario della Costituzione ad oggi sono intervenute due modifiche sostanziali: l’una di carattere sostanzialmente sociologico; l’altra di natura ordinamentale. Dal punto di vista sociologico abbiamo assistito anche in Italia alla progressiva esplosione anche numerica delle antiche professioni liberali e contemporaneamente all’emersione di attività professionali molteplici, non più regolate da albi professionali perché conseguenti alle profonde trasformazioni del sistema produttivo nazionale.
Dal punto di vista ordinamentale (a dimostrazione della necessità di una nuova disciplina costituzionale delle professioni medesime), ha rilievo l’attuale articolo 117 della Costituzione – approvato nel 2001 quale parte del cosiddetto Titolo V della Costituzione – in base al quale la competenza legislativa concernente le professioni – e non più le professioni liberali soltanto – spetta allo Stato e alle Regioni secondo il principio della concorrenza della potestà legislativa, salvo che «per la determinazione dei principi fondamentali», per i quali la competenza è riservata alla legislazione dello Stato.
Qualora si consideri il rilievo essenziale che il lavoro ha avuto nella formulazione originaria della Costituzione, è pertanto di tutta evidenza che siamo in presenza di una radicale incertezza costituzionale in ordine alla materia del lavoro, a differenza di quanto era dato di constatare all’origine della Costituzione medesima.

Anche l’Italia infatti sta diventando in qualche modo sempre più l’Italia delle professioni, per tali intendendosi sia quelle più antiche disciplinate dagli ordini professionali, sia quelle più moderne scaturite dalle profonde trasformazioni del sistema produttivo nazionale.
È pertanto auspicabile che, se si porrà seriamente mano ad una riforma della Costituzione, non si potrà prescindere dalla ricerca di una sistemazione nuova e significativa delle professioni medesime: si tratta infatti di una fondamentale riforma costituzionale, più significativa per la vita quotidiana degli italiani delle riforme concernenti i cosiddetti rami alti della costituzione. La vecchia idea di lavoro che il costituente aveva, infatti non corrisponde più quasi per nulla alla diffusione sempre più crescente delle professioni tutte nella vita produttiva italiana. Disciplina tributaria generale (le professioni si svolgono prevalentemente da parte di chi è titolare una partita Iva); sistemi regionali e nazionali di formazione professionale, distinte sia dalla formazione universitaria necessaria per le antiche professioni liberali, sia dalla attuale formazione regionale che concerne le arti e i mestieri; sistema pensionistico, che dovrà sempre più tener conto del fatto che si è lavorato e non del come si è lavorato: in questo nuovo contesto non ha rilievo conclusivo anche la recente affermazione del ministro Tremonti, che ha mostrato di preferire il lavoro a tempo indeterminato al lavoro saltuario.
Si tratta dunque di riconsiderare a fondo l’intero sistema previdenziale e di welfare che abbiamo sino ad ora posto a fondamento delle scelte di politica economica e sociale.

Di Francesco D’Onofrio, Tratto da Liberal del 22 ottobre 2009










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