D’Onofrio: La vocazione bipolare non è maggioritaria

2009-10-29T10:04:00
Pierluigi Bersani da un lato e il tandem Tremonti-Berlusconi dall’altro sono evidentemente di fronte ad un problema identico per entrambi: come combinare identità di partito e sistema di alleanze. La questione dell’identità è stata a lungo caratterizzata da una prospettiva orgogliosamente bipartitica: la vocazione maggioritaria per Veltroni e per Berlusconi ha rappresentato – nel corso dell’ultima campagna elettorale politica – la base culturale-politica del ripetuto appello al “voto utile”.

La prospettiva bipartitica aveva indotto l’Udc ad affermare che si era in presenza sostanzialmente di un modello istituzionale unico, tanto è vero che si è parlato allora di Veltrusconi. La prospettiva del bipartitismo ha avuto difficoltà ad essere anche formalmente abbandonata dal Partito democratico, come risulta evidente dal fatto che molto spesso si è affermata la coincidenza (del tutto falsa) tra bipartitismo e bipolarismo. Il bipolarismo infatti richiede un sistema di alleanze tra soggetti diversi per identità ma convergenti nella proposta politica di governo -l’una e l’altra caratterizzate appunto dalle diverse identità dei diversi soggetti politici ed anche dalla loro capacità di convergere nella proposta alternativa di governo. La vicenda che ha impegnato il ministro dell’Economia Tremonti è stata caratterizzata proprio dal fatto che la nuova forza “politica” – si ripete “politica”- di Tremonti è consistita nell’affermazione della diversa identità – da lui rappresentata – di un “partito” del rigore rispetto, al contrario, di un “partito” della spesa pubblica, che i mercati internazionali avrebbero finito con l’identificare con un Pdl senza Tremonti.
Questione di identità per il Partito democratico di Bersani da un lato, e questione di identità per il Popolo delle libertà dall’altro. Questo fatto costituisce il fondamento del passaggio dalla ipotesi bipartitica alla prospettiva, bipolare o anche dell’alternanza, di governo. Bipolarismo e alternanza di governo hanno infatti in comune il fatto che i diversi soggetti politici si presentino davanti agli elettori proprio in termini di proposte alternative di governo e non più soltanto – come il sistema proporzionale consentirebbe – per la semplice raccolta di consenso sulla base di una propria identità.
Se per il Partito democratico il passaggio dalla prospettiva bipartitica, fondata su una specifica interpretazione della cosiddetta vocazione maggioritaria, alla prospettiva bipolare, fondata sulla proposta alternativa di governo, pone in evidenza proprio la definizione da un lato della identità del Pd medesimo e quindi del sistema di alleanze che esso intende realizzare per proporre un’alternativa di governo, per il Popolo delle libertà si tratta di una questione particolarmente complessa proprio perché il Pdl si è fondato sulla vocazione maggioritaria del suo fondatore e sull’alleanza contratta esclusivamente con la Lega Nord, la cui identità pone in discussione proprio l’unità territoriale della Repubblica.
Occorre ora seguire con molta attenzione la evoluzione di entrambi i soggetti politici che l’Udc ha duramente definito cartelli elettorali e non partiti politici. Il fatto che entrambi vivano con evidente difficoltà il passaggio dalla ipotesi bipartitica alla prospettiva delle proposte alternative di governo, rende sempre più evidente che l’Udc aveva con molta precisione visto che si trattava appunto di due cartelli elettorali e non di due soggetti politici. Ed è per la medesima ragione che l’Udc stesso che ha molto insistito in questa fase sui tratti essenziali della propria identità è chiamato a completare in tempi ragionevolmente brevi una compiuta strategia delle alleanze di governo: identità e governo sono stati infatti posti alla base degli Stati Generali del Centro che l’Udc ha promosso lo scorso settembre a Chianciano.
La strategia di alleanze basate – regione per regione – sui programmi da realizzare in sede regionale appunto, è stata infatti ingiustamente criticata quale linea dei cosiddetti “due forni”, perché molto probabilmente non si è voluto accettare il fondamento culturale della critica che l’Udc aveva rivolto a Pd e Pdl, impropriamente ritenutisi poli ormai consolidati, più di un bipartitismo – anche se solo sognato – che di un bipolarismo affermato.
Con le imminenti elezioni regionali saranno probabilmente tutti messi alla prova: identità di ciascun soggetto politico e strategia di alleanze, fondate su programmi, e non su astratte ideologie del tipo destra-sinistra (per chi ragiona in termini di categorie politiche del Novecento) o – per chi appare più sensibile al linguaggio mediatico – al di là-o-al di qua.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 29 ottobre










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