D’Onofrio: Noi, i Mediterranei

2010-01-12T17:04:00

Il ruolo del Mare Nostrum nel processo di integrazione europea ci chiama a una prova di modernità.

Occorre avere ben chiaro che quando si dice di volere «celebrare i centocinquanta anni» dell’unità d’Italia, si deve costantemente far riferimento o all’idea stessa di Italia – che è molto più antica di centocinquanta anni – o alla storia dell’Italia – che giunge all’unità dopo una proliferazione di Stati e staterelli della nostra penisola e delle due isole maggiori – o alla politica dell’Italia unita che oggi deve confrontarsi con il processo di globalizzazione in atto. Sono queste le ragioni che hanno reso sino a ora difficile l’accettazione della formula «partito della nazione»: occorre evitare il rischio di cadere nella formula ottocentesca e infine fascista della nazione intesa quale portatrice di valori anche bellici e colonialistici; occorre del pari rendere chiaro che un partito della nazione non mette in discussione il fatto che la nazione sia un bene comune, di tutti, quale che sia il partito di riferimento. Abbiamo comunque voluto iniziare proprio dall’idea di Italia che si ha in mente, perché siamo convinti che da alcuni anni la politica italiana annaspa proprio sull’idea dell’Italia (si pensi al dibattito sui dialetti); è incerta sul significato stesso della storia italiana (europea o mediterranea o entrambe?); siamo di fronte alla necessità di costruire una politica italiana per il tempo presente che è fatto contestualmente di residua sovranità nazionale, di progressiva integrazione europea, di incipiente globalizzazione mondiale.

Abbiamo dunque bisogno di chiarire a noi stessi innanzitutto cosa significa oggi Italia, da un punto di vista sia spaziale sia temporale. Idea, storia e politica dell’Italia sono pertanto un tutt’uno ogni volta che si discute dell’Italia troppo spesso lasciando da parte ora l’una, ora l’altra, ora l’altra ancora: dal nostro punto di vista, pertanto, idea, storia e politica sono un tutt’uno che deve essere posto a fondamento di una iniziativa politica che tende alla costruzione di una nazione italiana nel tempo presente.

Non sorprende dunque che vi sia stata nel corso di tutta la cosiddetta Seconda Repubblica una grande incertezza sul significato stesso del ruolo del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale, della magistratura. Si tratta infatti di istituti tutti tendenti alla limitazione del potere popolare, soprattutto se questo si è materializzato in una Costituzione cosiddetta «rigida» come la nostra: nel corso dell’Assemblea costituente, infatti, risuonarono sia da parte comunista sia da parte azionista proposte contrarie alla istituzione di un organismo di controllo della costituzionalità delle leggi, così come vi furono notevoli incertezze sulla definizione dei rapporti tra presidente della Repubblica e governo da un lato e tra azione penale e legittimazione parlamentare dall’altro.

In ciascuno di questi casi entrava infatti in gioco l’idea di Italia che si aveva in mente: espressione geografica (giunta all’unità ma oggi sulla soglia di una divisione spaziale)? Unità soltanto linguistica (dai dialetti all’italiano è solo un fatto di egemonia toscana o anche di identità nazionale)? Unità dei beni culturali (monumenti, chiese, dipinti)? Occorre perciò una vera e propria idea di Italia considerata nel suo insieme di pensiero, storie e politiche, anche fortemente diverse le une dalle altre ma pur tuttavia convergenti verso una comune idea ricostruttiva dell’Italia medesima. Questa è l’ambizione ed è per questo che noi la riteniamo posta a fondamento della stessa azione politica ricostruttiva di una nuova identità politica e di governo del nostro paese. Vedremo domani se, andando oltre questa dimensione più strettamente culturale, riusciremo a porre le basi di un’iniziativa politica che abbiamo temporaneamente definito della costruzione del Partito della nazione. Deve essere infatti molto chiaro che se parliamo di Costituzione intendiamo riferirci a qualcosa che vale molto di più di una semplice tecnica giuridica.

La nostra Costituzione ha rappresentato infatti un patto costituzionale concernente tutti e tre quelli che da costituzionalisti abbiamo chiamato gli elementi costitutivi dello Stato: popolo, territorio e sovranità. La nostra Costituzione si caratterizza infatti quale patto costituzionale che riguarda tutti e tre questi elementi nel senso della necessaria derivazione popolare per l’esercizio della funzione parlamentare; nel senso della unità territoriale complessiva conseguita alle guerre di Indipendenza del Risorgimento e alla prima guerra mondiale; nel senso dell’appartenenza al popolo della sovranità, ma non in senso assoluto ed esclusivo.

È per questa ragione che temiamo mutamenti radicali per ciascuno di questi tre elementi: una sorta di estremismo elettorale farebbe scadere il popolarismo in populismo; una sostanziale indifferenza rispetto al territorio nazionale farebbe rischiare una sorta di neostatalismo territoriale minore; una sorta di acquiescenza supina alla globalizzazione farebbe rischiare la fine di qualunque aspetto residuo della sovranità nazionale. È di tutta evidenza che ciascuno dei tre elementi essenziali dello Stato italiano, quale è identificato nella Costituzione vigente (modifiche radicali comprese), deve essere sottoposto a innovazioni significative capaci comunque di dare una risposta complessiva di nuovo equilibrio e non di sovvertimento dell’equilibrio costituzionale originario.

Populismo, neonazionalismo territoriale, annegamento dell’identità nazionale nella globalizzazione sono pertanto i rischi che la storia contemporanea pone di fronte a noi. È per questo che quando parliamo di Partito della nazione pensiamo al mutamento ma non al sovvertimento della radice popolare della Costituzione; al mutamento ma non al sovvertimento dell’assetto territoriale dell’Italia; al mutamento ma non alla supina acquiescenza italiana alla globalizzazione.

Per queste ragioni non abbiamo una obiezione di principio a formule costituzionali sul modo di formazione di chi guida il governo del paese, ma siamo rigorosi assertori della necessità che un’eventuale soluzione presidenzialistica del sistema di governo sia sempre accompagnata dalla preventiva previsione di quelli che gli americani chiamano checks and balances. Non si tratta di semplici formule giuridiche ma della sostanza stessa dei modi coi quali un popolo costruisce il proprio modello di democrazia. Abbiamo la consapevolezza che occorre fare in modo che la decisione elettorale incida sul governo del paese più di quanto non sia possibile con un sistema istituzionale-elettorale, costruito più per la rappresentanza che per il governo.

Abbiamo del pari la consapevolezza che la cultura sturziana originaria non possa limitarsi alla esaltazione della comunità comunale, perché occorre che la comunità regionale sia a sua volta dotata di strumenti autonomi di governo. Abbiamo, infine, la consapevolezza che il rifiuto di tecniche diffuse di protezionismo non siano soltanto parte necessaria del processo di costruzione dell’unità europea, ma anche parte significativa dell’incipiente processo di globalizzazione.

Nuovo equilibrio costituzionale; non ritorno al vecchio equilibrio della cosiddetta Prima Repubblica rapidamente degenerata in partitocrazia; non illusione di una rincorsa dell’elettore mitico, perché ben consapevoli del fatto che anche il popolo può essere indotto a scelte contrarie al bene comune: basti pensare a quel che si ricorda a proposito di Socrate e alla scelta che Pilato rimise al popolo tra Barabba e Gesù.

Come sostiene Enrico Cisnetto nella sua riflessione, non si può parlare di federalismo o di autonomie locali senza chiederci cosa fanno e quanto costano. La nostra Costituzione è, anche da questo punto di vista, una costituzione sturziana, nel senso che essa parte dal territorio ma non fa del territorio un elemento di dissoluzione dello Stato. Essere favorevoli a una democrazia che parte dal territorio significa necessariamente essere consapevoli che una siffatta democrazia costa rispetto ad altri modelli istituzionali che ignorano il territorio o lo considerano soltanto elemento di decentramento di funzioni integralmente statali. Se dunque siamo favorevoli al territorio comunale quale primo elemento identitario di comunità locali e se siamo favorevoli anche – almeno per quanto mi riguarda – al territorio regionale, inteso quale base culturale di un federalismo comunitario non dissolutore dell’unità nazionale, abbiamo pur sempre il dovere di affrontare il problema del costo dell’uno e dell’altro in termini di compatibilità complessive con la spesa pubblica generale.

È per questa ragione che anche chi come me è favorevole a una ipotesi federalistica della Repubblica italiana, ha visto con piacere l’Udc votare contro la delega concernente il federalismo fiscale, perché non si poteva condividere una delega al governo per quel che concerne la spesa, senza una previa determinazione delle funzioni degli enti locali, considerati almeno per livello istituzionale: comunale, provinciale, metropolitano, regionale.

Il rovesciamento del principio di razionalità che comportava – se rispettato – la determinazione delle funzioni prima della previsione delle competenze fiscali, ha fino a ora impedito di affrontare in termini non demagogici la questione stessa del costo degli amministratori locali: si tratta di persone chiamate a rappresentare le comunità locali, o si tratta prevalentemente di apparato periferico di burocrazia di partito?

Nel primo caso, il loro numero complessivo e la loro retribuzione deve tener conto proprio del fatto che si è instaurato un fondamentale rapporto democratico di rappresentanza delle rispettive comunità; nel secondo caso, si tratta di valutare – anche in termini rigorosi – il costo complessivo dei partiti nel sistema italiano, considerando insieme enti locali, struttura nazionale e struttura europea dei partiti medesimi. È in questo contesto che va seriamente ripensata l’esperienza nazionalistica del fascismo. In qualche misura l’esito guerrafondaio e colonialistico del fascismo ha comportato quasi la difficoltà – nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale – di usare le parole «patria» e «nazione», quali parole ancora capaci di esprimere un aspetto positivo del vivere comune.

Il nazionalismo fascista infatti ha rappresentato da questo punto di vista più la conclusione dell’Ottocento fortemente caratterizzato – almeno nell’Europa continentale – dalla coincidenza di unità statuale e identità nazionale, che non l’avvio della nuova stagione culturale europea, che ha visto l’identità nazionale salvaguardata come tale anche nel processo di costruzione di integrazione europea.

Ma per noi italiani vi è un ulteriore aspetto fondamentale per comprendere che siamo in presenza di una stagione nuova dell’iniziativa politica che stiamo proponendo: il Mediterraneo. Il fascismo aveva infatti individuato nel Mediterraneo una sorta di mare esclusivo dell’Italia in un contesto di perdurante colonialismo al quale anche l’Italia aveva voluto contribuire. Il processo di integrazione europea, invece, sta facendo del Mediterraneo uno straordinario punto di equilibrio rispetto all’allargamento a Est dell’Europa all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

La nuova dimensione del Mediterraneo chiama infatti l’Italia a una straordinaria prova di autocritica e, insieme, di modernità, soprattutto alla vigilia della nascita dell’area di libero scambio del Mediterraneo medesimo. Il problema che abbiamo di fronte si pone in termini radicalmente diversi dal passato fascista e anche in termini diversi dalla fase iniziale del processo di integrazione europea. Oggi infatti il Mediterraneo è visto contemporaneamente quale sostanziale bilanciamento

europeo dello spostamento a Est del baricentro europeo medesimo, e quale ponte ideale tra Europa e Africa da un lato e tra Europa e Medio Oriente dall’altro. La posizione geografica dell’Italia diventa perciò complessivamente una posizione capace di concorrere al mantenimento anche territoriale dell’unità nazionale, a differenza di quanto si poteva constatare alcuni decenni or sono, allorché sembrava che il Nord Italia fosse attratto dall’Europa centrale e il Sud Italia fosse attratto all’Africa. Occorre dunque una nuova consapevolezza culturale e politica a un tempo del significato ideale, storico e politico dell’Italia.

In questo senso mi è sembrata particolarmente importante la considerazione di Ferdinando Adornato sul «decennio eccezionale nella storia italiana, quello che va dal 1948 al 1958». Eccezionale questo decennio perché nell’intero contesto della Prima Repubblica, esso – e soltanto esso – è stato caratterizzato dalla convergenza culturale e politica del cattolicesimo liberale di De Gasperi e del liberalesimo politico di Luigi Einaudi, con la cultura liberal-democratica dei repubblicani che stavano raccogliendo in questo modo la parte non estremista dell’azionismo. Decennio liberal-democristiano, dunque.

Se volessimo riassumere con una terminologia allo stesso tempo antica e nuova questa straordinaria congiuntura italiana, potremmo dire – con linguaggio sturziano – che si è trattato di un decennio liberal-popolare: liberale nel senso dell’affermazione del primato della libertà non solo economica dell’uomo; popolare perché fondato sulla legittimazione democratica del popolo quale soggetto identificato per una propria idea, una propria storia, una propria politica.

La proposta odierna dell’Udc cerca di fare di quel decennio il punto di fondo del futuro caratterizzato quest’anno dall’eccezionale crisi economica e finanziaria, che sta mettendo in discussione proprio la deriva liberista della libertà einaudiana e la deriva populista del popolarismo sturziano. Non un ritorno a un mitico passato liberale-democraticocristiano dunque, ma un futuro che trae dal passato l’alimentazione per andare oltre l’illusione a lungo coltivata della divisione del mondo da un lato in sovietici e statunitensi e dall’altro in europei e coloniali. È per questa ragione che il nostro progetto è alternativo al Pdl, che si sta sempre più caratterizzando quale polo elettoral-secessionista molto più che perno di un asserito sistema bipolarista, e al Pd, che sta cercando – finora senza successo – di costruirsi come tentativo di amalgama tra cultura post-sovietica e cultura post-dossettiana.

L’alternativa di cui parliamo non è caratterizzata da una logica di centrismo da «doppio forno», ma dal senso profondo dell’identità nazionale, intesa quale garanzia non solo territoriale dell’unità della Repubblica. Occorre aver presente il fatto che la nostra Costituzione fu scritta da una Assemblea costituente eletta con il metodo proporzionale senza premio di maggioranza, e con un modestissimo sbarramento di partenza.

Allorché si prevede il non ricorso al referendum costituzionale nell’eventualità in cui la legge costituzionale sia stata approvata a maggioranza dei due terzi di ciascuna assemblea, ciò significa che la Costituzione rappresentava una sorta di patto costituzionale essenziale per la convivenza democratica di governo e opposizione. Non si era ancora in presenza né del Patto Atlantico (che è del 1949) né della guerra fredda in senso stretto, che è contemporanea o immediatamente successiva al Patto Atlantico medesimo. Si tratta di una regola costituzionale interna e non imposta dalla situazione internazionale, anche se questa aveva avuto a Yalta un punto fondamentale di distinzione tra Oriente e Occidente. È per questa ragione che quando si dice che è bene se c’è l’intesa tra maggioranza e opposizione, ma che se l’intesa non c’è, la maggioranza procede anche da sola (come è avvenuto nel 2001 per il radicale Titolo V della II parte della Costituzione e nel 2005 per una riforma complessiva di tutta la II parte), si dice qualcosa che non corrisponde allo spirito originario della Costituzione medesima. Il problema oggi è capire tra chi dovrebbe realizzarsi un’intesa costituzionale, non essendovi più nessuno dei due partiti maggiori che avevano concorso a scrivere la Costituzione originaria. La nostra proposta parte da un’idea di Italia che va compiutamente descritta e costruita, e giunge alla previsione di una riforma costituzionale, che è liberal-popolare perché non fa coincidere il popolo con gli elettori o il territorio con alcune sue parti o l’identità nazionale intesa quale bene transitorio.

Si tratta di un compito eccezionale, non solo culturale. È per questo che si è ritenuto necessario ripartire proprio dalla domanda: cos’è l’Italia oggi?

Di Francesco D’Onofrio, tratto da  I Quaderni di liberal nr. 4

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