Il discorso di Gianpiero D’Alia sulle ‘Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi’

2010-02-03T11:25:00

Legislatura 16º – Aula – Ordine del giorno della seduta n. 311 del 13/01/2010

IL DISCORSO DI GIANPIERO D’ALIA SULLE ‘MISURE PER LA TUTELA DEL CITTADINO CONTRO LA DURATA INDETERMINATA DEI PROCESSI’

Signor Presidente, credo sia opportuna, e a questo punto forse anche necessaria, la proposta che la presidente Finocchiaro ha formulato poco fa di trasferire la questione alla Giunta per il Regolamento. Dico questo perché è chiaro che la decisione che lei ha assunto oggi, ai sensi del comma 11 dell’articolo 100 del Regolamento, non poteva e non doveva essere più ampia di quello che è stato considerato che è una decisione che ha assunto nella sua qualità di Presidente del Senato, cioè una decisione che non poteva consentire una sorta di rinvio surrettizio in Commissione del provvedimento, con conseguente riapertura dei termini di esame e di voto degli emendamenti.

Devo dire per la verità, al di là della questione del precedente di cui parlerò, che probabilmente se ieri si fosse acceduto alla tesi di un rinvio in Commissione del provvedimento noi avremmo perso meno tempo e stasera ci saremmo ritrovati esattamente qui, a quest’ora, ad iniziare l’esame puntuale del disegno di legge senza sprecare tutto questo tempo, che sarebbe stato forse più utilmente impiegato. Ora, signor Presidente, il problema è che la sua decisione, che mi rendo conto è servita in qualche modo ad agevolare il dibattito, il confronto aspro tra i Gruppi di maggioranza e di opposizione, non poteva però che essere viziata all’origine dai limiti entro cui poteva essere adottata, perché in realtà si è trattato di fatto di un rinvio del provvedimento in Commissione, considerato che gli articoli cui fanno riferimento gli emendamenti del relatore sono tre su quattro. Si tratta quindi di un riesame da parte della Commissione dell’intero provvedimento o comunque delle parti più importanti e prevalenti dello stesso.

La seconda questione è che avendo trasferito formalmente all’esame della Commissione solo ed esclusivamente – almeno così abbiamo letto e discusso in Commissione – gli emendamenti del relatore, è chiaro che ciò si è prestato e si poteva prestare a più interpretazioni, anche alla luce del precedente che è stato richiamato. Il punto è che oggi non siamo stati nelle condizioni di esaminare a fondo, perché si è trattato di un rinvio in Commissione – lasciamo stare se con il voto o meno degli emendamenti – ma senza la possibilità di avere un mandato pieno di esame, di approfondimento di tutte le questioni che riguardano gli articoli interessati dagli emendamenti del relatore.

Quando parlo di tutte le questioni mi riferisco a quelle introdotte a seguito dell’emendamento del relatore, con riferimento non solo ai subemendamenti che sono stati presentati prevalentemente, se non esclusivamente, dai Gruppi di opposizione, ma anche con riferimento agli emendamenti che su quegli articoli i Gruppi hanno presentato e che ovviamente trattano anche questioni che non sono state dedotte nella discussione in Commissione dagli emendamenti del relatore.

Quindi, al di là della questione relativa al voto o non voto sugli emendamenti e al precedente che è stato richiamato, l’approfondimento e la discussione avrebbero dovuto comunque riguardare la totalità delle questioni sollevate con il maxiemendamento del relatore, non fosse altro che per venire incontro all’esigenza – questa sì limitata e formale – di un esame almeno superficiale da parte della Commissione di un testo che obiettivamente la maggioranza ha inteso stravolgere con gli emendamenti proposti dal relatore.

Signor Presidente, non è questa la sede per dire se il relatore abbia accolto o meno i suggerimenti dell’opposizione: va da sé che ne discuteremo nel corso dell’esame del provvedimento. Credo però che sia giusto, oltre che a tutela dell’Assemblea, che la Giunta per il Regolamento si pronunci su questi specifici temi, anche alla luce di una serenità nel procedimento legislativo, in considerazione delle legittime questioni che, con la lettera sul pacchetto sicurezza, il Capo dello Stato ha già abbondantemente sollevato – mi pare nel mese di luglio – con riferimento a questo ramo del Parlamento.

Signor Presidente, il modo in cui sono stati organizzati i lavori d’Aula e di Commissione evidenzia un paradosso che, per rispetto di quest’Aula, eviteremo di chiamare il gioco delle tre carte. Esso nasce dalla circostanza che noi siamo qui ad esprimere una serie di considerazioni in ordine alla asserita incostituzionalità di un testo che, nottetempo, è stato radicalmente modificato e che verosimilmente sarà approvato nella stesura proposta dal relatore e non nella stesura licenziata dalla Commissione. È evidente che questo fatto impone dei limiti all’esame dell’Aula. Il primo limite è proprio quello di non consentire all’Assemblea di esprimersi compiutamente sui profili di incostituzionalità di questo complesso di disposizioni. Noi dobbiamo vedere anche l’aspetto positivo: nel testo riformulato dal relatore con il cosiddetto maxiemendamento su alcune questioni di costituzionalità – per la verità, sollevate non solo dall’opposizione in Commissione giustizia, ma anche dalla Commissione affari costituzionali – vi sono state modifiche. Stavo cercando di sviluppare un ragionamento che credo porterà a valutare un ulteriore profilo di incostituzionalità di questo testo, frutto della scelta della maggioranza di non consentire un corretto esame istruttorio del provvedimento in Commissione. Si tratta di un profilo di incostituzionalità per un vizio del procedimento legislativo, che peraltro reiteratamente il Capo dello Stato in più occasioni (da ultimo, con riferimento al cosiddetto pacchetto sicurezza) ha avuto modo di sottolineare, in maniera estremamente rispettosa dell’autonomia e delle prerogative del Parlamento, sintetizzandolo nella necessità della trasparenza dell’azione del legislatore, dell’intelligibilità dei testi normativi e della loro accessibilità da parte di chiunque, di ogni singolo cittadino, indipendentemente dal fatto che si tratti di un addetto ai lavori o meno. A questo punto, non riesco neanche a capire cosa ci stia fare nel Governo un Ministro per la semplificazione, se poi siamo costretti a votare norme di questa natura, che non hanno alcuna accessibilità e comprensibilità e che sono state costruite appositamente in questo modo per nascondere le ragioni per le quali sono state proposte ed approvate.

Limiterò pertanto le mie osservazioni, signor Presidente, a quelle parti del testo che resistono al maxiemendamento del relatore e, per economia dei nostri lavori, svolgerò alcune considerazioni sui profili di incostituzionalità, che, dal nostro punto di vista, anche il testo proposto dal relatore ha e porterà con sé nel suo successivo iter parlamentare.

Il primo punto riguarda la legge Pinto. Sulla legge Pinto e sui termini, signor relatore, non è vero che non è stato modificato nulla. I termini della cosiddetta ragionevole durata dei processi civili, amministrativi, eccetera, ai fini della costruzione della condizione per l’esercizio dell’azione relativa al diritto all’equo indennizzo, sono quelli del testo della Commissione. Si tratta di termini ridotti e assolutamente inadeguati, specie se facciamo riferimento al giudizio civile, considerando la ragionevole durata di un processo civile, per quello che ci è stato spiegato in Commissione, con riferimento in particolare all’esperienza pilota di Torino.

Il dato che riverbera sull’incostituzionalità riguarda la violazione dell’articolo 81 della Costituzione. Visto che non ci avete consentito di conoscere i dati in Commissione, li citiamo noi in Aula: a fronte di 5.425.000 processi civili, il 50 per cento di essi sarà colpito da queste norme. Per quanto riguarda i giudizi amministrativi, quelli pendenti da più di due anni sono 566.339 in primo grado e oltre 23.000 in secondo grado, considerando le sezioni giurisdizionali e consultive del Consiglio di Stato. Per quanto riguarda i giudizi davanti alla Corte dei conti, quelli colpiti sono circa 38.000. Poiché con queste norme che introducete il decorso del termine costituisce causa unica, ope legis, per la richiesta del diritto all’equo indennizzo, è evidente che la sovraesposizione finanziaria del bilancio del Ministero della giustizia è tale che necessita di una quantificazione e di una copertura, ai sensi dell’ articolo 81 della Carta costituzionale.

Non vi siete però limitati a questo, perché nell’emendamento proposto dal relatore avete introdotto un doppio grado di giudizio, sotto forma di opposizione al decreto presidenziale, e quindi un riesame dell’eventuale decreto motivato del presidente o del consigliere delegato che respinge o accoglie la domanda di equo indennizzo, che di fatto, a fronte della mole di contenzioso che si svilupperà sull’applicazione della legge Pinto, appesantirà così tanto i giudizi pendenti davanti alla Corte d’appello da rendere oggettivamente impossibile celebrare in tempi ragionevoli i giudizi sull’equo indennizzo. Questo è il paradosso al quale siete arrivati. Altro che semplificazione, ministro Calderoli! Siamo veramente al ridicolo, di cui vi state quotidianamente coprendo su questo tema.

La seconda questione che voglio evidenziare riguarda le vittime di reato. Su tale aspetto avete sostenuto e continuate a sostenere, con una bella faccia tosta, che comunque tale tutela è garantita anche a seguito della declaratoria di estinzione del giudizio, perché c’è la possibilità della trasposizione in sede civile dell’azione, che la parte civile ha già a prescindere, e che tutto questo avverrebbe con una rimodulazione delle priorità nel calendario per la celebrazione dei giudizi che le riguardano. Tutto questo sulla carta va benissimo, ma quando passiamo dalla carta – cioè dalla realtà che vi siete costruiti, dalla vostra finzione – alla realtà, ci rendiamo conto che cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Occorre infatti considerare che lo stato di lungaggine del giudizio civile, che è al di fuori di ogni regola civile, non si può affrontare solo facendo una «normetta» che stabilisce che esso deve durare due anni o tre anni, quando poi non ci sono le strutture adeguate e non si è proceduto ad una revisione delle circoscrizioni giudiziarie e a rendere più efficiente la celebrazione dei processi civili, con buona pace dei riti alternativi e delle miniriforme che sono state introdotte, che, essendo facoltative, non produrranno gli effetti che sperate o dite di sperare. Tutto questo determina una crescita esponenziale del contenzioso e quindi determina di fatto una previsione normativa illogica e che, anziché perseguire l’obbiettivo che si è posto, ne persegue uno esattamente opposto: quello di rendere ulteriormente irragionevoli questi giudizi.

Con riferimento alle vittime di reato, si nega loro la possibilità di avere il ristoro morale – e non solo quello che nasce dall’azione risarcitoria di stampo civile – nella sede propria, che è il processo penale, il quale tutela le parti civili anche per un altro tipo di interesse, che non è solo quello giuridicamente protetto, in senso stretto, dal ristoro di natura economica e patrimoniale.

Altra considerazione riguarda la questione dell’azione e dell’introduzione da parte del relatore della prescrizione del processo contabile. Al di là dell’assoluta irragionevolezza della distinzione tra due o tre anni in ragione del livello del danno patrimoniale (cioè se il danno stimato è superiore o inferiore ai 300.000 euro), collega Valentino, l’illogicità nasce dal fatto che – poiché la presunta quantificazione del danno erariale viene fatta dal pubblico ministero contabile nel momento in cui esercita l’azione – la durata del processo evidentemente non è ragionevole, ma sta solo nell’esclusiva dipendenza dal pubblico ministero. Ditemi voi come si fa a stabilire se un giudizio contabile si estingue in ragione di due o tre anni, a seconda che il pubblico ministero (il procuratore, nell’azione della Corte dei conti) stabilisca che il danno cagionato dagli amministratori è di 400.000 anziché 200.000 euro. Obiettivamente, mi sembra che si sfiori il ridicolo, ma non è solo questo il punto.

Collega Valentino, voi determinate la durata del giudizio contabile in tre anni tout court e non considerate la possibilità che nel corso di quel giudizio, che ha una forma di assunzione di elementi probatori molto più circoscritta – come è noto – rispetto a quello penale o civile, l’unica possibilità di un accertamento della veridicità dei fatti dedotti dal procuratore della Corte dei conti stia nelle ordinanze istruttorie. Queste però non potranno più essere fatte, perché la loro esecuzione dura minimo sei mesi, ma è proprio quella che può dare l’acquisizione reale dei documenti da cui si accerta se un soggetto convenuto abbia arrecato o meno un danno all’erario e alla finanza pubblica. È quindi evidente che il computo dell’attività istruttoria nell’ambito della durata complessiva di un giudizio di due o tre anni determinerà di fatto una compressione dei diritti di difesa del convenuto, con una violazione degli articoli 111 e 27 della Costituzione, che porterà… (Il microfono si disattiva automaticamente).

Signor Presidente, dal momento che rinuncio ad intervenire durante la discussione sulle questioni pregiudiziali e sospensive, se possibile vorrei bruciare ora due minuti di quell’intervento che non farò. Infatti, prima puntualizziamo alcune questioni – considerato che non ci è stata data l’opportunità di farlo – e meglio è. Qui non deve passare il messaggio in forza del quale la nostra opposizione è pregiudiziale e preconcetta: ci sono tante e tali enormità di questioni di merito e di incostituzionalità che avremmo bisogno di un mese per esaminarle in quest’Aula. Le chiedo allora la cortesia, per ragioni di economicità dei tempi, di lasciarmi prosciugare ora due minuti in più, per poi non intervenire successivamente.

Con riferimento a tale questione, è evidente che il risultato finale di questo papocchio sul giudizio contabile sarà che la Corte dei conti in primo e secondo grado procederà a condannare sullo stato degli atti, senza andare ad accertare la veridicità delle contestazioni, perché non avrà il tempo di farlo. Poiché ciò che prevale è l’interesse statistico alla consumazione di determinati giudizi, alla fine la compressione avverrà sui diritti di difesa, con buona pace di quanto andate dicendo in giro.

Da ultimo, signor Presidente, cerco di procedere velocemente verso le conclusioni, senza voler discutere dei tempi, ma soltanto della cosiddetta disposizione transitoria. Non so se sia frutto di un refuso o meno, ma questa coda di indulto – anzi, questa coda di amnistia sotto forma di indulto, così come l’avete costruita al comma 1 dell’articolo 4-bis – è veramente esilarante, e tralascio le ragioni per cui ciò è stato fatto. Al di là di questo, però, senatore Valentino, c’è una cosa che mi sembra singolare e che quindi dobbiamo chiarire subito, sulla quale richiamo, in maniera particolare, l’attenzione dei colleghi dei Gruppi di opposizione.

L’interpretazione del testo che lei ha proposto comporta la circostanza della durata ultrabiennale che, per i delitti indultabili e per i reati coperti da indulto o che possono essere soggetti ad indulto, riguarda solo il giudizio di primo grado, indipendentemente da dove il giudizio sia arrivato. Ad esempio, per un processo arrivato in Cassazione, il cui giudizio di primo grado è durato più di due anni, se ne determina la estinzione? Dalla lettura di questo comma 1 a noi sembra che la sua sia una previsione più ampia rispetto a quanto si era letto sui giornali e che quindi l’estinzione non riguardi solo i processi relativi a delitti che sono oggetto di accertamento giudiziario in primo grado e che superano i due anni ma tutti i processi che riguardano quelle ipotesi di reato il cui giudizio di primo grado dura più di due anni. Se fosse così, al di là della incostituzionalità, ci troveremmo di fronte ad una abnormità che sarebbe veramente di per sé e da sola di una gravità inaudita.

Per queste ragioni, signor Presidente, e per le altre contenute nelle pregiudiziali, insistiamo perché questo provvedimento non venga esaminato e sia rinviato in Commissione, per cercare almeno di ottemperare all’invito del Capo dello Stato. Non lo potete fare a chiacchiere e poi dimenticare ciò che in quest’Aula viene detto: prima della pausa estiva, sul pacchetto sicurezza questa maggioranza, questo Governo e – lo dico senza polemica – la Presidenza del Senato altro hanno detto rispetto alla lettera garbata del Capo dello Stato che ha posto alcune questioni essenziali per il ruolo di questo Parlamento, che voi quotidianamente state mortificando.

 

D’Alia su misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi.pdf








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