D’Onofrio: Una questione repubblicana

2010-02-02T17:18:00

Allorché si parla di legge elettorale, è sempre necessario rilevare se si tratta esclusivamente di un sistema elettorale scelto per la elezione di parlamentari (deputati o senatori) nazionali, o se si tratta di un sistema con il quale si scelgono anche o soprattutto i governi. Una ulteriore ed essenziale specificazione concerne il fatto che intanto si può parlare di legge elettorale nazionale, in quanto si abbia ben chiaro quale o quali siano i sistemi elettorali comunali, provinciali e regionali. Per quel che concerne l’elezione del Parlamento europeo occorre in tal caso aver presente che l’intero processo di costruzione dell’Unione europea distingue radicalmente tra il Parlamento europeo da un lato, il Consiglio europeo dall’altro e la Commissione europea dall’ altro ancora: questa distinzione in qualche modo è stata attenuata con l’ultimo Trattato di Lisbona, ma siamo ancora molto lontani da qualunque ipotesi di scomparsa della sovranità nazionale, come dimostra la recentissima decisione concernente il presidente europeo di lungo mandato e il potenziale responsabile estero europeo, che deve convivere con il permanere di una miriade di rapporti bilaterali.

In quella che si è soliti chiamare la Prima repubblica è evidente che il sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza e senza investitura diretta dei governi locali, regionali o nazionali, era del tutto coerente con il modo con il quale la stessa è nata: i partiti nazionali antifascisti avevano dato vita al cosiddetto Comitato di liberazione nazionale, il quale a sua volta aveva dato vita alla Costituzione italiana scritta, appunto, tra il 1946 e il 1947.

Da un lato, dunque, vi è il primato dei partiti politici antifascisti riuniti nel Comitato di liberazione nazionale, e dall’altra vi è la Costituzione vigente: in mezzo vi è un sistema elettorale unico dai Comuni allo Stato, fondato sul modello proporzionale con voto di preferenza.

Allorché si parla di Prima repubblica, in riferimento al sistema elettorale, occorre pertanto aver chiaro che il sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza e senza sbarramento è stato vigente in Italia dal 1946 (anno nel quale fu eletta l’Assemblea costituente proprio con questo sistema elettorale) al 1992 (anno delle ultime elezioni politiche nazionali con il sistema proporzionale). Un siffatto sistema elettorale era in qualche modo coessenziale con la nascita stessa della Prima repubblica.

A partire dal 1993 – certamente anche in conseguenza di un referendum elettorale – viviamo in una situazione segnata una notevole varietà di sistemi elettorali, tutti peraltro caratterizzati dal fatto che la scelta di governo risulta prevalentemente assegnata al voto elettorale, molto più che alle vicende politiche concernenti i Consigli comunali, provinciali, regionali e il Parlamento nazionale.

Allorché pertanto si parla di Seconda repubblica occorre chiarire se si ritiene che il sistema politico italiano si è definitivamente stabilizzato in una logica di fatto bipartitica, come è avvenuto nelle elezioni politiche del 2008, o se siamo in presenza di una fase, anche se confusa e lunga, di transizione che non ha ancora visto una vera e propria nascita della Seconda repubblica.

È in questo contesto che sembra ragionevole immaginare che occorre un nuovo patto costituzionale, all’interno del quale sarà possibile affrontare la questione del e dei sistemi elettorali, con riferimento particolare alla scelta tra sistemi che tengono conto in modo significativo del principio della rappresentanza popolare e sistemi che sono prevalentemente o anche esclusivamente orientati all’investitura popolare diretta del governo e di chi lo guida: sindaco, presidente della Provincia, presidente della Regione o presidente del Consiglio, a seconda del livello istituzionale considerato.

Il fatto che nelle elezioni politiche del 2008 si sia formalmente posta una questione di utilità/inutilità del voto politico esterno ai due soggetti (Pdl e Pd) che affermavano di essere il punto di approdo, e che questa questione sia stata sostanzialmente respinta dagli elettori, costituisce a mio giudizio la ragione di fondo per la quale occorre lavorare ancora, e seriamente, per la ricerca di un nuovo equilibrio politico tra quello integralmente partitico della Prima repubblica e quello tendenzialmente solo elettoralistico delle elezioni del 2008.

Occorre pertanto essere consapevoli che si tratta di una scelta tra sistemi elettorali diversi, conseguente a mutamenti costituzionali scritti, e che sarebbe quindi opportuno che essa faccia parte esplicitamente del nuovo patto costituzionale.

Esso non può essere perciò né soltanto un patto esclusivamente bipartitico né un patto basato esclusivamente sulla rappresentanza dei partiti politici.

In qualche modo, l’attuale legge elettorale nazionale ha finito con l’essere considerata, proprio nelle elezioni politiche del 2008, una sorta di punto di approdo delle modifiche necessarie a fare ritenere ormai compiuta la Seconda repubblica, laddove il risultato elettorale ha posto in discussione proprio questo approdo, ed è da quel momento che è cominciato un nuovo dibattito sull’approdo da costruire.

Occorre pertanto una nuova legge elettorale che sia conseguenza di un nuovo assetto costituzionale complessivo concernente sia i rapporti tra le diverse parti del territorio nazionale (l’Italia esiste ancora anche nella nuova struttura federale, o dobbiamo ritenere che si stia sostanzialmente passando ad una struttura di tipo confederale?), sia il rapporto tra corpo elettorale e assemblee rappresentative per quel che concerne la nascita, la stabilità e la morte dei governi locali e nazionali. La stagione politica iniziata infatti nel 1994 ha conservato per dieci anni, anche se ridotta, una componente proporzionalistica; la legge elettorale con la quale si è proceduto alle elezioni politiche del 2008 è stata invece una legge elettorale che conteneva non solo la previsione di un premio elettorale potenzialmente amplissimo, ma anche la formula “capo della coalizione” che tendeva a rendere credibile che la scelta di investitura fosse tra le persone più ancora che tra gli schieramenti politici di appartenenza.

Allorché pertanto si parla di federalismo,occorre capire se si usa questa parola in modo enfatico rispetto al regionalismo sturziano, o se siamo in presenza di una sottovalutazione delle conseguenze anche dirompenti che esso potrebbe avere per la stessa unità nazionale: questo è il problema del Senato federale. Allorché si ritiene che gli elettori decidono sul Sindaco, sul presidente della Provincia, sul presidente della Regione,sul presidente del Consiglio dei ministri, si deve chiarire quale compito di governo si immagina che possano avere le assemblee rappresentative, comunali, provinciali, regionali e nazionali: questo è il problema della forma di governo.

Allorché si affronta quindi il tema delle leggi elettorali, occorre contestualmente affrontare il problema dei poteri attribuiti al corpo elettorale nei confronti delle persone chiamate a rappresentarlo: questo è il problema del voto di preferenza.

Un’idea di Italia, il rapporto nuovo tra rappresentanza politica e governo, il rapporto tra gli elettori e gli eletti sono pertanto i tre punti fondamentali che una legge elettorale nazionale deve contenere perché fa parte di un nuovo patto costituzionale. Questo dovrà quindi concernere le forme anche nuove dell’unità nazionale; la scelta di governo da parte degli elettori sulla base di un’alleanza politica e di programma tra soggetti politici anche distinti; il rapporto diretto tra elettori ed eletti, che distingue una vera e propria elezione da una nomina per grazia ricevuta.

Su questi tre punti è dunque necessario che il dibattito politico si apra non dopo le riforme istituzionali – quasi che si trattasse di cose distinte e separate – ma contestualmente alle riforme medesime, perché è di tutta evidenza che non si tratta di questioni di tecnica legislativa, ma di problemi di grande rilievo costituzionale e politico.

Ed è di tutta evidenza che, anche in riferimento alle riforme istituzionali, si dovrà seriamente tener conto dell’incidenza che l’immigrazione sta avendo, ed avrà sempre più, nel contesto italiano e non solo in quello elettorale. La costruzione della Seconda repubblica sarà soltanto allora compiuta, a differenza di quanti hanno ritenuto che essa si fosse conclusa con le elezioni politiche del 2008.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche anno VII – numero 45, febbraio 2010.










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