Intervento in Aula del Sen. D’Alia su Termini Imerese

2010-02-17T14:28:00
Signor Presidente, signor Ministro, devo dire con assoluta franchezza che non ci ha meravigliato per nulla il suo intervento, anzi, vorrei porgerle la mia personale solidarietà per avere dovuto svolgere per conto del Governo il ruolo di estremo untore dello stabilimento FIAT di Termini Imerese.

Quanto avvenuto in questi mesi è infatti noto e mi meraviglia che ci siano qui tanti visitatori che vengono da Marte e che nel momento in cui FIAT, a dicembre scorso, ha presentato il suo piano industriale al Governo trasferendo la pratica Termini Imerese sul suo tavolo non hanno compreso, o hanno fatto finta di non comprendere, che la partita era già chiusa, e da tempo.

Per cui, signor Ministro, se deve tornare a darci notizie come quelle che ci ha dato oggi forse è meglio che se lo risparmi, anche per evitare un po’ di tensione in questa Aula. Lo dico senza polemica, perché credo che oggi sia più opportuno tentare di fare un’analisi impietosa della vicenda di Termini Imerese, che è la metafora della politica del nostro Paese. Non ho nulla da contestare al compagno Marchionne. Cari colleghi del Partito Democratico, quando Marchionne divenne amministratore delegato della FIAT, il vostro segretario del tempo, Piero Fassino, disse che con lui ci si poteva alleare. Marchionne fa l’imprenditore, gli è stato chiesto di risanare un’azienda, gli sono stati imposti dei limiti e la sua impresa ha usufruito, come tante altre, degli ecoincentivi: svolge il suo compito, certamente criticabile per tante ragioni (anche quelle che mi permetterò di evidenziare), con assoluta professionalità.

Qui ciò che è  mancato in questi anni è la politica. Non è mancata la FIAT, che è questa dai tempi del fascismo; non è da ora abbiamo scoperto che è cambiato il mondo, è sempre stata così, non vedo perché ci meravigliamo. Ciò che è mancata è la politica. La vicenda di Termini Imerese potrebbe essere parafrasata con il titolo di un bellissimo romanzo di Gabriel García Márquez: «Cronaca di una morte annunciata». È da dieci anni che si discute di questo stabilimento; ho qui una copiosa rassegna stampa dal 2001 (primo Governo Berlusconi) ad oggi: un anno sì e uno no la FIAT ha dichiarato che avrebbe chiuso Termini Imerese.

Poi, quando il Governo interviene, le parti sociali si indignano, i sindacati intervengono e la politica starnazza. Ma in questi dieci anni i problemi che hanno riguardato l’area di Termini Imerese, il rilancio di questa struttura e di quest’area produttiva, sono stati sempre messi da parte. Questa è la realtà che oggi viviamo.

Su questa vicenda oggi il Governo ha pronunciato una parola di chiarezza: ha detto che il 31 dicembre del 2011 Termini Imerese chiuderà per quanto riguarda la FIAT; si apre un altro capitolo. Il Governo ha detto che non vi sono ecoincentivi e cercherà di fare più o meno bene la sua parte per tentare di trovare una soluzione. Non mi scandalizza, né faccio polemica – e potrebbe anche essere utile in questo momento – dicendo che non si può essere interventisti a giorni alterni, perché quando parliamo di Alitalia (con i costi sociali di Alitalia e per i contribuenti italiani di oggi, domani e dopodomani) diventiamo interventisti ed il mercato non esiste più, quando invece parliamo di rilevare, caro collega Ghigo, uno stabilimento tecnicamente, economicamente, imprenditorialmente e scandalosamente decotto, come la Bertone, non si dice nulla di tutto ciò, anzi fa parte di una sana piemontesità.

Mi sembra ovvio, siamo in campagna elettorale, ognuno si gioca le carte che può: Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Menfi e Cassino casualmente sono tutti in Regioni che andranno al voto tra qualche mese; mi sembra anche normale. Quando non si ha una strategia di ampio respiro e un piano industriale per le attività tradizionali di questo Paese è chiaro che poi alla fine si campa alla giornata e la politica in questi anni ha campato alla giornata, tutta, nessuno escluso, a cominciare da chi vi parla.

Questo è il dato paradossale della vicenda: i lavoratori di Termini Imerese sono i più  bravi nel fabbricare le auto FIAT. Le auto che vengono prodotte o che sono state prodotte a Termini Imerese sono quelle migliori che non hanno esposto, sotto il profilo della copertura a garanzia, la FIAT, e questo sta a significare che c’è una manodopera qualificata, professionalizzata, che in questi anni non ha mai avuto alcun tipo di incentivo e di sostegno dal punto di vista della professionalità. Una manodopera che non è stata messa nelle condizioni da parte della politica di poter dare ancora di più.

Allora, il paradosso e la metafora di questo Paese, cari colleghi della Lega, è che non esiste il merito che, come vedete, è distribuito al Nord e al Sud; non è questo, con buona pace anche vostra. È che questi lavoratori, che sono bravi, che lavorano, nonostante siano meridionali – potrebbe dire qualcuno di voi – si trovano penalizzati da scelte che sono tutte della politica, e lo dico con profondo rammarico anche per i colleghi siciliani del Popolo della Libertà, che in questa vicenda non hanno toccato palla, come non lo fanno da quando questo Governo è nato: hanno qualche Ministro e Sottosegretario che fanno da coreografia, ma in realtà grava innanzi tutto su di loro, essendo forza di Governo, la responsabilità della chiusura dell’impianto di Termini Imerese. Questo va detto con profonda chiarezza. Allora cosa possiamo e dobbiamo fare? Dovremmo cercare di capire bene la questione.

Signor Ministro, Termini Imerese non è di proprietà della FIAT; la FIAT non può dire che dà la disponibilità dell’impianto. Termini Imerese ha una destinazione urbanistica stabilita dal Comune di Termini Imerese, e quindi dai suoi cittadini, dal consorzio ASI della Provincia di Palermo e dalla Regione siciliana. Quell’area ha una vocazione industriale, e l’autorità portuale di Palermo, come lei sa, ha investito circa 60 milioni di euro su quell’area per implementare il porto di Termini Imerese e c’è in programma la realizzazione di un interporto.

Noi abbiamo il piano di sviluppo di Termini Imerese, che consegnerei anche ai colleghi della Lega perché ne facciano buona memoria: la ruota gira, cari colleghi, e quindi quando ci sarà un problema di questo tipo in qualche altro stabilimento lo stesso metro, la stessa regola che voi avete imposto al Governo su questa vicenda noi la imporremo a voi, perché è giusto essere competitivi, ma con regole che valgano per tutti e non a seconda di chi riesce a condizionare e a ricattare politicamente meglio il Governo. In questo siete stati bravissimi e siete bravi, ve ne diamo atto.

Le scelte di politica industriale, quelle poche, miserevoli – senza offesa – scelte di politica industriale che questo Governo ha fatto sono contingenti e funzionali a tutelare alcuni specifici interessi non solo geograficamente ma soprattutto politicamente qualificati, identificati: il 70 per cento di questi li state tutelando voi; tanto di cappello. Bisogna prenderne atto.

In questo Paese si vota; ci sono i cittadini e ognuno valuterà a fine legislatura ciò che si è fatto e ciò che non si è fatto. Qualcuno però dovrebbe spiegarci perché a fine 2007 la FIAT ha presentato un piano di sviluppo di Termini Imerese dicendo che bisognava investire su questo impianto, nel dettaglio, prevedendo l’ampliamento delle zone per realizzare l’indotto, i tempi di rilascio di licenze, di autorizzazioni, di acquisizione delle aree; prevedendo anche il tipo di attività specialistica da impiantare. Cos’è cambiato da allora e cosa è cambiato rispetto all’accordo siglato il 9 aprile del 2008 tra la FIAT, i sindacati e il Governo, che proprio sulla scorta di questo piano industriale hanno assunto coralmente l’impegno a rilanciare lo stabilimento di Termini Imerese e ad aumentare e a diversificare la linea di produzione?

Che cosa è cambiato da allora? Certo, è cambiato il Governo. Ci sono infatti state le elezioni; è un fatto oggettivo, non so se sia stata una coincidenza, ma è cambiata la linea del Governo. È cambiata la linea della politica. Questo è il dato; nulla di più e nulla di meno. Il Governo ha approvato il piano industriale di FIAT che prevede la chiusura di Termini Imerese. È inutile che facciamo analisi macro o microeconomiche e sociali; è un dato di fatto, una scelta con la quale dovete – e dobbiamo – confrontarci, senza strapparci i capelli, ma assumendocene davanti ai nostri elettori la responsabilità.

Credo infatti che fino a quando si continuerà in questi termini, i cittadini si allontaneranno sempre di più da noi, perché non si può venire in quest’Aula, fare le rivendicazioni, dire che ci dispiace ed affermare che FIAT ha avuto gli ecoincentivi e quant’altro. Sì, FIAT li ha avuti, come li hanno avuti tutti gli altri. I due terzi degli investimenti che FIAT propone, dice il Ministro, li propone in Italia, con una distribuzione diversa della sua strategia industriale che, politicamente, va bene a questa maggioranza di Governo.

Cosa si fa allora? Continuiamo ad indignarci? Facciamo le marce ai cancelli? Mobilitiamo la classe operaia che resta? Credo che anche la ricetta del Partito Democratico – lo dico senza polemica, cari colleghi dell’opposizione – che in questi anni avete fornito, e lo stesso ha fatto il sindacato, ai problemi industriali di questo Paese, mostri una serie di limiti che ritroviamo proprio nella vicenda di Termini Imerese. Se oggi, infatti, dobbiamo parlare di mercato, vi è una prima cosa che dobbiamo fare, e questo è un compito della Regione siciliana, che fino ad oggi ha prodotto una serie di impegni, ma tutti cartacei; impegni finanziari, che vanno anche oltre i 350 milioni di cui parlava il Governo; impegni che riguardano la possibilità di una riconversione industriale dello stabilimento di Termini Imerese, con riferimento anche all’incentivazione della ricerca e dell’innovazione. In Sicilia – e non per nulla, il Programma operativo nazionale (PON), che riguarda la parte dell’innovazione e della ricerca, vede nel Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) siciliano una delle punte di eccellenza – abbiamo strutture a Messina, a Trapani, a Palermo e ad Agrigento del CNR che sono all’avanguardia nel nostro Paese e che, mentre noi chiacchieriamo, stanno andando avanti con quattro soldi che gli arrivano nella ricerca anche in questi settori. Forse, questo dato non lo conosciamo, forse non c’interessa, forse questi non votano per noi; non lo so, ma è così.

Credo allora che vi sia una prima cosa che bisognerebbe fare. Lo dico perché questa non è una responsabilità del Governo, che ha dichiarato che su questa vicenda non ha nulla da fare. Lasciamo stare Invitalia, signor Ministro, che è figlia di Sviluppo Italia; va bene, sarà anche una cosa esteticamente utile prendere tutti questi becchini per il Paese e metterli a fare il test, da laboratorio, da piccolo chimico, per vedere se c’è qualche impresa che può investire, ma quell’area, così com’è, non è più appetibile per nessun tipo di mercato, soprattutto per quello automobilistico, perché andrebbe profondamente infrastrutturata. La ragione infatti per la quale Termini Imerese ha chiuso è perché da 15 anni la politica parla, ma non è riuscita ad ampliare quelle aree. Di questa politica, signor Ministro, facciamo parte tutti; è inutile che ci nascondiamo dietro al dito.

Il punto è che intanto partiamo dal presupposto che il Governo regionale si deve fare carico di una sola cosa che costa zero euro; fare una legislazione che sia volta a fare di Termini Imerese un punto franco dal punto di vista burocratico ed amministrativo, che vincoli tutte quelle aree alla vocazione industriale per evitare tentazioni speculative di FIAT ed oltre il danno la beffa; non solo chiude lo stabilimento, ma magari fa poi qualche operazione immobiliare su quel terreno.

Non ci convince, signor Ministro, la circostanza che possa esserci una destinazione parziale di alcune di quelle aree, perché la storia del nostro Paese è piena di destinazioni parziali per attività terziarie. Quell’area deve restare industriale; deve essere ampliata e bisogna creare le condizioni per quei 350-450 milioni di euro, posto che essi vi siano; nel senso che bisogna capire concretamente, al di là delle belle intenzioni, perché sono fondi comunitari e quindi hanno bisogno di progetti credibili, esecutivi, cantierabili, sottoposti ad un vaglio che è quello della serietà dei funzionari dell’Unione Europea.

Però, intanto, sulla carta ci sono; quindi, bisogna creare le condizioni amministrative perché  le risorse possano essere realmente spese e quell’area possa essere rapidamente, nel giro di un anno e mezzo o di due anni (cioè entro il 31 dicembre 2011), infrastrutturata e modificata per essere resa appetibile per altri operatori. In questo caso, non c’è bisogno del Governo perché ciò dovrebbe essere già stato fatto da parecchio tempo dai siciliani, visto che appartiene alla competenza esclusiva della Regione, del suo parlamento e del governo regionale.

Allora, cominciamo da lì, cioè dal rendere quell’area utile ai fini degli investimenti. Le risorse ci sono, alcune scelte sono state effettuate, mentre altre devono essere compiute rapidamente. Sottolineo però che, senza un grande gruppo imprenditoriale di riferimento, quell’area non troverà sviluppo. Sconsiglierei – lo evidenzio a tutti – di affidarsi a finanzieri, i quali sono molto bravi nel «gioco delle tre carte» e nei finti investimenti in Cina, in India o a Dubai, ma poi non ottengono risultati da nessuna parte. Noi siamo per l’economia reale, signor Ministro, cioè per gli imprenditori che hanno le risorse e vogliono sapere se possono conseguire risultati.

Vorrei capire, però, quale risultato può portare a casa un grande gruppo imprenditoriale se, per avere una concessione edilizia, impiega quattro anni di tempo. Chi dovrebbe venire? Allora, innanzi tutto cominciamo a rendere quell’area appetibile da questo punto di vista, cosa di cui si deve occupare la Regione. In secondo luogo, facciamo una legge speciale che consenta in quell’area, come in tante altre, di effettuare investimenti cantierabili in un anno (anche questo è un compito della Regione). In terzo luogo, il Governo deve fornire il suo contributo, che ad oggi è minimo; può darsi, però, che se crescerà la condizione politica territoriale, rendendo quell’area migliore di quanto non sia oggi, si potrà andare da un’altra parte.

Signor Ministro, in questa fase non ho voluto parlare del sostegno al reddito perché credo sia scontato e anzi ritengo che debba esserlo per tutti. Deve essere chiaro che noi non abbiamo «vocazioni operaistiche», ma se un lavoratore di Termini Imerese verrà espulso dal mercato del lavoro senza alcun tipo di sostegno, a differenza di ciò che è stato fatto per una parte – non tutta – dei lavoratori Alitalia, noi saremo i primi a scendere in piazza, perché questi lavoratori hanno dimostrato di essere più bravi di tutti gli altri lavoratori italiani e di saper fare meglio degli altri il loro mestiere e quindi dovrebbero essere pagati tre volte di più, anche se in questa fase non lavorano.

Signor Ministro, credo che nel merito si dovrà fare un confronto. L’unica cosa che non possiamo più permetterci di fare a Termini Imerese come nel resto d’Italia è di dire bugie. Lei, signor Ministro, non ha detto bugie: lei è stato eloquente nelle cose che ha detto e soprattutto nelle cose che non ha detto perché non le ha potute dire e non perché non le abbia volute dire. Mi rendo conto che lei è espressione di una maggioranza e di un Governo che su questa materia hanno assunto scelte ben precise, che con il Mezzogiorno d’Italia e con la Sicilia non hanno nulla a che vedere. Del resto, noi lo sapevamo e, per tale motivo, siamo all’opposizione. Se, però, ci porterete qualcosa di concreto, come sempre abbiamo fatto e come abbiamo evidenziato anche in questa circostanza, il nostro sostegno non mancherà. Tuttavia dobbiamo passare, a livello di governo centrale e soprattutto a livello di governo regionale, dalle chiacchiere, cioè dalla carta ai fatti concreti, perché fino ad oggi, ormai da 10 anni, di fatti concreti non se ne è visto neanche uno!  

 

 

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